Sai, tempo fa mi è capitata una storia incredibile che sembra quasi una favola, ma я giuro che è tutto vero. Cera questo anziano veterinario, il dottor Massimo Bernardi, che nella vita ne aveva viste tante, da cani che avevano inghiottito le fedi nuziali a criceti sopravvissuti miracolosamente in freezer nelle seconde case in montagna. Però, negli ultimi tempi, la sua passione per il lavoro si era un po affievolita e ogni caso difficile gli lasciava un peso enorme dentro.
Massimo aveva quasi settantanni e la vita non era stata tenera, soprattutto dopo che sua moglie, Isabella, era volata via tre anni prima. Da allora, la sua clinica in centro a Bologna era diventata il suo porto sicuro, un posto pulito e silenzioso dove rifugiarsi dalla solitudine.
Era un martedì sera pieno di pioggia e il cielo su Bologna era una coperta grigia e pesante. Stavano quasi per chiudere quando è arrivato Andrea, il ragazzo dellASL che si occupa del recupero animali randagi. Sembrava un po agitato, portava una gabbietta di plastica da cui uscivano soffi e lamenti, come una vecchia Vespa che fatica ad accendersi.
Scusa, dottore, mormora mettendo la gabbia sul tavolo, qui la situazione è seria. Labbiamo trovato dietro il mercato del pesce, aggirava fra i vicoli… ha graffiato tre di noi. Selvatico, magro da far impressione, non si fa avvicinare. Nei rifugi non cè posto e per lui cè solo leutanasia.
Massimo sospira profondamente, si toglie gli occhiali e li pulisce, come sempre fa quando ha bisogno di prendere tempo. Detestava queste decisioni: era una sofferenza mettere fine alla vita di un animale sano solo perché la strada laveva reso feroce e impaurito.
Daccordo, dice piano. Però prima devo guardarlo negli occhi. Non ne ho mai soppressi senza averli guardati davvero.
Andrea fa un passo indietro, preoccupato. Mi raccomando, stia attento, dottore. Questo è una belva.
Massimo si avvicina e sbircia nella gabbietta. Da dentro lo fissano due occhi enormi, spalancati dalla paura. Il gatto era bianco, sporco di fuliggine, orecchie schiacciate contro la testa. E soffiava basso, una specie di ringhio da far tremare anche il tavolo in acciaio.
Ciao piccolo, sussurra Massimo con la stessa voce dolce con cui, da ragazzo, calmava i cavalli spaventati nelle stalle delle campagne emiliane. Ne hai passate tante, vero?
Niente calmanti, niente trucchi. Solo un guanto di cuoio tirato su e tanta, tantissima delicatezza.
Poi apre la gabbia.
Il gatto non attacca, resta solo rigido come il filo di una chitarra tesa. Massimo dice: Prima ti mettiamo un po in ordine, poi vediamo cosa si può fare.
Con gesto rapido lo prende per la collottola e lo tira fuori. Lui si divincola furioso, graffia, si agita, ma Massimo lo stringe al petto, lo copre col suo corpo.
E finalmente riesce a vederlo davvero: sotto la sporcizia, un felino bellissimo, dal pelo candido, corto, naso rosa, occhi grandissimi. Tremava così tanto che si sentiva anche il rumore dei denti.
Non è un mostro, Andrea, dice piano Massimo. È solo terrorizzato.
Poi inizia ad accarezzargli piano la testa, non meccanicamente ma con lentezza, come quando accarezzi un neonato. Passa la mano tra le orecchie, lungo la schiena.
E succede lincredibile.
Il micio smette di ringhiare, si rilassa, solleva il muso, sbatte le palpebre e poi, come se niente fosse, si alza in piedi sulle zampe dietro, mette le anteriori sulle spalle di Massimo, si infila con la testa nel suo collo e chiude gli occhi.
Un abbraccio. Un abbraccio vero e proprio, quasi umano.
Massimo resta lì, congelato.
I cani, ogni tanto, lo abbracciavano. Ma i gatti? Mai. Eppure quello sembrava appigliarsi a lui come a una scialuppa di salvataggio in mezzo a un mare in tempesta.
Andrea annaspa: Dottore io questo non lho mai visto. Unora fa mi voleva sbranare!
Massimo chiude gli occhi e ricambia labbraccio, piano.
E in quellattimo, succede qualcosa: cè lodore sotto la sporcizia, e il modo in cui il micio appoggia il mento sulla clavicola. Un ricordo antico riemerge, uno di quelli che tieni sepolti per non far male.
Rimangono così, immobili, per quasi un minuto, mentre anche il battito del piccolo si sincronizza con il suo.
Senti, Andrea io non posso farlo. Non lo metterò a dormire. Me lo porto a casa, sussurra Massimo.
Ne è sicuro? chiede Andrea, timoroso. Potrebbe dare di matto di nuovo.
Assolutamente.
Ma quando Massimo cerca di adagiare il gatto sul tavolo per visitarlo, succede unaltra cosa. Lui non molla la presa.
Poi fa un gesto preciso con la zampa sinistra: la tende verso Massimo e tre volte, delicato, gli tocca il naso.
Toc. Toc. Toc.
Massimo smette di respirare un secondo.
Stanza si fa ovatta, tutto si sfoca.
Solo un gatto al mondo faceva quella cosa.
Cinque anni prima, quando Isabella era ancora viva, loro avevano un micione bianco, trovato per caso e amato da subito. Si chiamava Ettore. Era legatissimo a Massimo. Il gioco preferito di Ettore? Stare in braccio, toccargli il naso con la zampa in cambio di qualche bocconcino.
Ettore era scomparso quattro anni fa. Un muratore, durante dei lavori, aveva dimenticato la porta sul cortile socchiusa. Il gatto era sparito. Massimo e Isabella lavevano cercato ovunque: volantini, rifugi, uscite ogni notte con la pila in mano. Mai trovata una traccia.
Dopo un altro anno se nera andata anche Isabella, portandosi via il cuore spezzato per lassenza di quel piccolo angelo.
Massimo pensava che Ettore ormai non ci fosse più.
Gli tremano le mani. Si avvicina allorecchio sinistro del gatto: sotto la sporcizia, una cicatrice a mezzaluna, proprio come quella che Ettore si era fatto da cucciolo con una rosa dei giardini pubblici.
Ettore sussurra Massimo.
Il gatto risponde con un rauco mrr-rrr, quello stesso miagolio spezzato che conosceva a memoria.
Massimo si inginocchia, stringendolo al petto, e scoppia a piangere.
Oddio sei tu. Andrea, è lui. Il mio ragazzo.
Andrea scuote la testa, confuso: Ma il microchip non cera.
Massimo si asciuga le lacrime. Ettore aveva il chip tra le scapole.
Prende il lettore e lo passa sulla schiena.
Niente.
A volte si spostano, sussurra. Scivolano nelle zampe.
Con delicatezza passa il sensore lungo la zampa anteriore destra.
Un BIP.
Sul display compare un numero.
Le ultime quattro cifre Massimo le conosce a memoria: la data di nascita di Isabella.
Ettore era sopravvissuto per quattro anni in strada. Si era nascosto tra le auto, aveva cacciato via i cani, sofferto la fame e si era incattivito, perché era lunico modo per continuare a vivere. Ruggiva contro gli sconosciuti, solo per difendersi.
Ma quando aveva sentito quellodore famigliare e quelle mani, aveva capito che la battaglia era finita.
Era tornato a casa.
Quella sera Massimo ha portato via Ettore dalla clinica, lha lavato nellacqua calda finché il pelo non è tornato bianco come il latte. Lha riempito di coccole e crocchette al salmone, di quella marca che per abitudine continuava a tenere nella credenza.
Quella notte Massimo è rimasto sulla poltrona dove, una volta, sedeva accanto a Isabella. Il suo appartamento, solitamente così silenzioso da far male, sembrava meno spaventoso. Per la prima volta in tre anni non si è sentito del tutto solo.
Perché sul suo petto, caldo e vivo, Ettore russava e faceva le fusa come un vecchio trattore.
Massimo ha guardato langolino vuoto dove sedeva Isabella. E ha pensato che, se proprio non poteva tornare lei, almeno gli aveva mandato ciò che poteva davvero aggiustare il suo cuore.
Il veterinario che aveva salvato il gatto, alla fine, era stato salvato da lui.
E quel diavolo nella gabbia era solo un angelo che aveva perso la strada, in attesa delle mani giuste.
Tu ci credi che gli animali non dimenticano mai chi gli ha voluto bene? Raccontami, se ti va, se ti è mai successa una cosa simile.



