Una Bambina Che Non Riusciva a Mangiare: La Notte in Cui la Mia Figliastra Ha Parlato e Tutto È Cambiato
Ultimo aggiornamento: 8 dicembre 2025 di Alessandra Bellini
Quando ho sposato Carlo e mi sono trasferita con lui a Firenze, sua figlia di cinque anni, Caterina, è venuta a vivere con noi a tempo pieno. Era una bambina delicata, con grandi occhi pensierosi, e fin dal primo minuto ho sentito la responsabilità di offrirle una casa calda e stabile. Tuttavia, già dalla prima settimana qualcosa mi lasciava perplessa: non importava cosa cucinassi, o quanto fossi gentile nellinsistere, Caterina non mangiava.
Ogni giorno che passava, il mio campanello dallarme suonava sempre più forte. Chi conosce bene i silenzi di chi si prende cura degli altri sa: se una bimba rifiuta il cibo tutti i giorni, il problema raramente è solo la fame. Ho cucinato piatti semplici, quelli che piacciono tanto ai bambini pasta al pomodoro, risotto, persino delle lasagne leggere ma il suo piatto restava pieno. Abbassava gli occhi e, a cena, sussurrava sempre la stessa frase:
Scusa, mamma… non ho fame.
Mi aveva chiamata mamma dal primo giorno. Era tenero e ingenuo, ma aveva un significato che ancora non riuscivo a decifrare. A colazione riusciva a bere solo un bicchiere di latte, e basta. Ne ho parlato più volte con Carlo, sperando che lui avesse le risposte che a me mancavano.
Deve solo abituarsi mi diceva lui con un sospiro stanco. Per lei prima era peggio. Falle prendere il suo tempo.
Cera qualcosa, nel tono di Carlo rassegnazione, o forse insicurezza, che mi lasciava un po inquieta. Ho cercato di convincermi che, forse, la cosa migliore fosse davvero aspettare con pazienza.
Una settimana dopo, però, Carlo è partito per una breve trasferta di lavoro. Già la prima sera senza di lui, mentre sistemavo la cucina, sentii dei piccoli passi dietro di me. Caterina era lì, nel suo pigiamino tutto sgualcito, abbracciata forte al suo peluche preferito un coniglietto bianco di nome Poldo come se fosse lunica cosa solida in tutto il suo mondo.
Non riesci a dormire, amore? le chiesi piano.
Scosse la testa. Aveva il labbro tremante. E poi, le parole che mi fecero gelare il sangue.
Mamma devo dirti una cosa.
Ci siamo sedute sul divano, io le ho passato un braccio attorno e sono rimasta ad aspettare. Caterina ci mise un po prima di parlare: lanciò unocchiatina verso la porta, poi sussurrò una confessione fragile, poche sillabe sgranate sottovoce. Quanto bastava, però, per capire che la sua lotta col cibo non era una questione di gusti o di abitudine. Era qualcosa che le avevano insegnato, qualcosa che credeva necessario per non mettersi nei guai.
Aveva una voce minuscola, tutta paura. Sentii subito che non si poteva aspettare oltre.
Presi il telefono e chiamai i servizi sociali. Avevo la voce che tremava mentre spiegavo che la mia figliastra aveva detto cose molto serie e che avevo bisogno di aiuto. Mi risposero con calma professionale, rassicurandomi di aver fatto la cosa giusta. In pochi minuti una squadra di assistenti sarebbe arrivata.
Quei dieci minuti sembrarono uneternità. Tenni Caterina stretta, avvolta nella coperta, ancora con Poldo. Quando arrivò il team, si muovevano con discrezione e sempre molto rispettosi. Una delle specialiste, una donna di nome Clara, si mise allaltezza di Caterina parlandole a bassa voce, così pacatamente che lansia nella stanza parve sciogliersi per un momento.
Poco alla volta, Caterina ripeté ciò che mi aveva detto. Spiegò che, nella casa precedente, aveva imparato che, se faceva arrabbiare qualcuno, una brava bambina non chiedeva mai nulla, nemmeno il pane. Mangiare era diventato per lei un atto temuto. Non accusò nessuno, ma il senso si capiva: aveva imparato ad avere paura anche solo di chiedere una fetta di pane.
Gli assistenti suggerirono di accompagnarla allospedale, per una valutazione delicata e un incontro con uno specialista in disturbi alimentari. Ho preparato una borsa con vestiti e il coniglietto Poldo, e siamo corse al pronto soccorso pediatrico.
Il medico la visitò con dolcezza. Le sue considerazioni spezzavano il cuore, anche se le spiegava con un tono rassicurante. Caterina non era in pericolo immediato, ma le abitudini acquisite a tavola non erano da bambina della sua età. La cosa che più lo preoccupava non era il fisico, ma il blocco emotivo che la bloccava davanti al piatto.
Durante la serata, mentre Caterina riposava un po, la squadra di assistenti mi fece domande. Ero lì che mi mangiavo le mani per non aver capito prima. Gli specialisti mi ricordarono che averla ascoltata davvero, averle creduto e aver chiesto aiuto erano ciò che serviva, nel momento giusto.
La mattina dopo, arrivò la psicologa per bambini. Stettero insieme quasi unora. Appena la psicologa uscì dallo studio, aveva unaria serena ma decisa: la questione era ancora più intricata del previsto.
Mi spiegò che, secondo Caterina, la difficoltà con il cibo era iniziata molto tempo prima che noi ci conoscessimo. La madre biologica, travolta da problemi suoi, senza volere aveva creato in Caterina delle abitudini fatte di paura e rinuncia. Cera anche dellaltro: Caterina ricordava che Carlo, a volte, provava a consolarla, offrendole qualcosa di nascosto e raccomandandole di non parlare di ciò che succedeva in casa.
Non era cattiveria. Era lincapacità di reagire, la paura anche degli adulti.
Per me, questa consapevolezza fu dolorosa. Più tristezza che rabbia quella che si prova quando ci si accorge che anche chi ami si è sentito impotente.
Successivamente, i servizi sociali fissarono un colloquio con Carlo. Lui rimase prima sorpreso, poi sulle difensive, infine preoccupato. Ammetteva che la casa, in certi periodi, era stata pesante, ma non si era mai reso conto di quanto potesse pesare tutto questo su sua figlia. Gli specialisti non lo accusarono mai, semplicemente si concentrarono sul garantire a Caterina sicurezza e serenità.
Quando finalmente io e Caterina siamo tornate a casa, mi sono messa in cucina a preparare un brodino. Si è avvicinata silenziosa e mi ha tirato la manica.
Posso mangiare questo? mi ha chiesto.
Mi si è stretto il cuore per la genuinità della domanda.
In questa casa puoi sempre mangiare le ho detto.
Il percorso è stato lungo. Settimane prima che mangiasse senza esitare, mesi prima che smettesse di scusarsi ogni volta che prendeva in mano una forchetta. Gli esperti ci hanno seguito passo dopo passo, con consigli, strumenti, e tanti sorrisi incoraggianti.
Alla fine, sono state prese delle misure temporanee per assicurarle sempre un ambiente stabile e tranquillo. Le decisioni definitive avevano bisogno di tempo, ma per la prima volta Caterina poteva davvero respirare senza paura.
Un pomeriggio, mentre coloravamo insieme per terra in salotto, mi guardò e mi regalò uno sguardo sereno.
Mamma grazie perché mi hai ascoltato quella notte.
Lho abbracciata e le ho sussurrato: Ti ascolterò sempre.
Quanto a Carlo, le sue responsabilità sono state gestite secondo le procedure, senza drammi televisivi ma con la fermezza necessaria. Ho capito che quella sera, prendere in mano la situazione non era solo una scelta: era ciò che Caterina aspettava da tanto.
Se sei arrivato fin qui, ti chiedo una curiosità:
Ti piacerebbe leggere come continua questa storia? Magari dal punto di vista di Caterina mentre cresce più forte, oppure di Carlo che affronta i suoi fantasmi, o magari un epilogo a distanza di anni?
La tua idea aiuterà a scrivere il prossimo capitoloCosì abbiamo imparato insieme a cucinare, a fidarci, a condividere ogni pasto come un piccolo rito di famiglia. A volte Caterina si sedeva sullo sgabello accanto a me, mescolando lentamente il sugo e raccontandomi della scuola, di Poldo che aveva fame anche lui, dei sogni che faceva la notte.
Una sera, ero distratta e quasi non la sentii avvicinarsi con in mano due piatti. Li poggiò sul tavolo, poi arricciò il naso in una smorfia giocosa.
Mamma, oggi lho assaggiato io per prima disse, orgogliosa e secondo me manca ancora un pochino di sale.
Scoppiammo a ridere insieme, e per la prima volta il suono lieve della felicità riempì la cucina senza alcuna ombra. Allora capii che la guarigione aveva tanti nomi: attesa, ascolto, coraggio, e anche complicità davanti a un piatto di pasta.
Quella notte, mentre Caterina dormiva abbracciata al suo coniglietto, mi affacciai sulla soglia della sua camera. La vidi respirare piano, il viso disteso di chi sa che domani ci sarà sempre posto a tavola, e che nessuna richiesta damore dovrà mai rimanere in silenzio.
In quel momento, capii che il miracolo più grande era semplice: una bambina che finalmente può mangiare, perché ha trovato chi le insegna a non aver più paura. E, da lì in poi, niente sarebbe stato più lo stesso per nessuna di noi.






