Una collega ha cercato di scaricare su di me i suoi report: ho inoltrato la sua richiesta al capo con questa nota — «Aiutate Marta, non riesce a gestire il lavoro»

La collega cercava di scaricarmi addosso i suoi report. Ho girato la sua richiesta al capo: «Aiutatela, Francesca non ce la fa più.»

Francesca è arrivata nel nostro ufficio un anno e mezzo fa. Piacevole, ordinata, diligente, mamma di due bambini. Allinizio le sue richieste sembravano innocue: «Oh, sono bloccata in farmacia, puoi rispondere tu alla mia chiamata?» «Devo prendere il bambino prima dallasilo, puoi caricare il report? Sono solo due click!» Da noi il mutuo soccorso è sacro, credevo fosse giusto aiutare una collega.

Ma la linea sottile tra aiuto e che ci pensa qualcun altro si è fatta sempre più sfocata. Dopo qualche mese, i due click si erano tramutati in interi pacchetti di lavoro. Francesca mi scriveva alle cinque di sera: «Tanto tu resti fino alle sei, io devo portare il piccolo dal pediatra.» Psicologia spiccia: il manipolatore ti fa sentire in colpa, sfrutta la pietà e le regole non scritte. In Italia, la mamma ha quasi lo status di Santa, e lei ci sguazzava senza remore, finché non mi sono accorta che sono diventata il suo piano B.

Francesca aveva costruito attorno a sé il mito della donna multitasking, eroica, sempre di corsa tra lavoro e casa. Ma la realtà era più prosaica: lo stipendio uguale, la differenza era solo che la metà dei suoi compiti si ammassava sulla mia scrivania i miei aperitivi saltati, i suoi incarichi completati. Alla prima volta che ho osato dire di no, perché avevo altri impegni, mi sono beccata la sua passivo-aggressività: «Tu non hai figli, non puoi capire cosa vuol dire sentirsi fatta a pezzi!» Classico: se non hai la sua vita, i tuoi problemi sono meno rispettabili.

La situazione ha toccato il picco a fine trimestre. Dovevamo consegnare le tabelle delle vendite, roba da bancario svizzero, precisa e paziente. Alle 16:45 mi arriva una mail da Francesca con dati grezzi e: «Lasilo ha cambiato orario, devo scappare, puoi sistemare tutto tu? Sei la regina dei report, ci metti un quarto dora e io non so dove lasciare il bambino. Domani ti ripagherò.» In quel momento ho capito: se cedo, dico addio al mio tempo libero per mesi. Se rifiuto, parte il giro di lamentele. Ho deciso di spostare la palla sul campo della responsabilità aziendale.

Niente risposta furente. Ho girato la mail al capo, Signor Giovanni Bianchi: «Buonasera, le inoltro la richiesta di Francesca. Purtroppo non riesce a gestire tutto per via dei problemi familiari. Consiglio di valutare una riduzione temporanea delle sue mansioni o un part-time, così può occuparsi della famiglia senza bloccare i report dellufficio. Io oggi sono al completo e non posso accollarmi anche il suo lavoro senza rovinare la qualità.»

Premere Invia è stato difficile: Sembro una spia, Mi odieranno, pensavo. Ma ero stanca di fare il lavoro di qualcun altro.

La reazione è arrivata in fretta. Il signor Bianchi non sapeva che parte del lavoro di Francesca lo facevo io, tutto sembrava andare liscio. Il mattino dopo Francesca è stata convocata in ufficio. Non so cosa si siano detti, ma è uscita silenziosa e con le guance rosse. Da quel momento, nessuna richiesta tipo puoi coprirmi? o puoi finire tu?

Qualcuno dirà: «Bisogna essere più comprensivi, i bambini sono sacri!» Certo, ma la bontà sulle spalle degli altri è, in realtà, sfruttamento. Chi ha davvero bisogno parla con il capo e si accorda per smart working, orari flessibili o ferie, non usa di nascosto i colleghi come stampella.

Non è stata vendetta, ho solo messo dei limiti. In azienda vale la regola: se accetti senza protestare, va bene così. Le richieste di Francesca sono finite. Ora ci scambiamo saluti formali e il team funziona come prima. Ho scoperto che Francesca sa cavarsela benissimo basta che non cerchi di affibbiare i suoi report a qualcun altro.

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