Una figlia per due famiglie

Una figlia per due mamme
Tra Maria e Costantino, lamore è scoppiato a prima vista, come una fiamma improvvisa. Stavamo insieme da appena un mese, quando durante una serata Costantino mi sorprese:
Maria, vuoi diventare mia moglie? . E io rimasi di sasso.
Cosa? Sposarti? Ma ci conosciamo da così poco
E allora? Un mese mi è bastato per capire che sei il mio destino… Non ho bisogno di nessunaltra, per me nessuna esiste tranne te
Oddio, Costantino in realtà sarei felice mi venne da sorridere mentre mi stringevo a lui.
Mia madre però non smise di tempestarmi di domande al riguardo:
Figlia mia, non sarai stata troppo svelta? Non è che sei incinta?
Mamma, ma cosa dici? Macché! È solo che Costantino mi ha detto che senza di me non può vivere, e io…per lui provo lo stesso. Siamo innamorati, mamma.
Ben presto, chi prima si meravigliava di quel matrimonio frettoloso, dovette ammettere che eravamo fatti luno per laltra. Si vedeva a occhi nudi quanto Costantino mi amasse, e io lo riamavo con lo stesso trasporto.
Il nostro amore era vero, sincero, ma una cosa turbava la nostra felicità: il desiderio di avere dei figli. La gravidanza tanto attesa però non arrivava.
Costantino, dovremmo almeno farci visitare forse cè qualcosa che non va e non riesco a rimanere incinta.
Sono daccordo, rispose subito Costantino.
Abbiamo provato di tutto: visite, dottori, viaggi, preghiere. Tutto inutile. Non riuscivo a rimanere incinta.
Un giorno, Costantino avanzò una proposta che mi lasciò senza parole:
Maria, che ne dici se andassimo all’orfanotrofio? Magari potremmo adottare un bambino e crescerlo come fosse il nostro
Sì! quasi gridai. Da tempo ci pensavo, ma temevo che lui si rifiutasse. Anchio ne ho parlato con il cuore
Allora andiamo. Conosco un istituto non lontano da qui, ci passo davanti ogni volta che torno da Roma.
Quando varcammo la soglia dellorfanotrofio, tra tanti bambini dagli occhi spaesati e stanchi, una bimba di tre anni bionda dagli occhi azzurri mi corse incontro e mi strinse le gambe.
Mamma! esclamò felice. E io non riuscii più a lasciarla.
Così nella nostra casa arrivò la piccola Lucia, una bambina piena di vita che con il suo sorriso riempiva ogni stanza. Finalmente mi sentivo madre per davvero. Amavo tanto la mia Lucia e Costantino la adorava.
Vivevamo tranquilli in un paesino dove tutti si conoscevano. Era inevitabile che molti, specialmente i vicini, sapessero che Lucia era stata adottata. Da piccola nessun problema, ma crescendo, un giorno qualcuno si prese la briga di rivelarle la verità: che non era figlia naturale, ma adottiva.
Lucia aveva allora quattordici anni. Tornò da scuola e si chiuse in camera urlando e piangendo:
Mamma, perché tu e papà non mi avete mai detto che non sono vostra figlia? Lo so che mi avete presa dallorfanotrofio
Tesoro, volevamo dirtelo ma aspettavamo che fossi più grande, per non farti soffrire ma ora cè chi ha voluto aprirti gli occhi in modo crudele… Ne abbiamo sempre avuto timore.
Da allora Lucia si chiuse in sé stessa, diventò rabbiosa, scontrosa. Ladolescenza è unetà difficile per chiunque, e lei divenne ancora più dura. Trattava me e Costantino con freddezza, sbatteva le porte, non risparmiava sgarberie.
Poi accadde limprevedibile: Costantino morì in un incidente stradale tornando da Firenze con un collega. Era la vigilia di Capodanno, una bufera di neve li fece sbandare con la macchina.
Costantino era spesso fuori per lavoro: se si fermava qualche giorno in più, mi spediva una cartolina; non cera ancora il cellulare. Quando morì, avevo quarantasei anni. Lucia, invece che stringersi a me dopo il funerale, diventò ingestibile. Usciva, spariva, non mi ascoltava.
Io, distrutta, tentavo con tutto il cuore di ricucire il rapporto, piangevo, la pregavo ma non le ho mai alzato la voce. Continuavamo in qualche modo a tirare avanti. Lucia cresceva in fretta. Un giorno, dopo il diploma, mi disse:
Me ne vado a Milano. La sua voce era ferma.
Le alzai gli occhi stanchi dal grembiule che stringevo tra le mani.
Per studiare, figlia mia?
No. Per cercare mia madre vera
Mi mancò il respiro.
Ma perché, Lucia? Non sono io tua mamma?
Lucia si girò verso la finestra. Tacque a lungo.
Devo sapere chi è. Ne ho bisogno, mamma. Voglio capire perché mi ha lasciata. In fondo, ne ho il diritto.
È un tuo diritto, sì, figlia mia. Risposi, consapevole che non ci sarebbero state ragioni in grado di trattenerla.
Ormai aveva quasi diciannove anni. Lucia mise poche cose in una borsa, mi diede un bacio sulla guancia e mi promise che sarebbe tornata ogni tanto. Poi uscì di casa e la vidi allontanarsi verso la fermata dellautobus. Rimasi sola.
I mesi passavano lenti. Ora sono pensionata: le serate dinverno le trascorro sfogliando le cartoline che mi spediva Costantino, raccolte in una vecchia scatola di latta. Ce ne sono poche, lultima ha dei rametti di pino disegnati, ormai ingiallita dal tempo. Sul retro leggo: “Mari, mi fermo a Roma ancora tre giorni. Mi manchi, ti bacio. Tuo Costantino.”
Passo le dita tremanti sulla carta, la stringo al petto, come se potessi abbracciare ancora il mio amato marito. Sono passati quasi venticinque anni da quando Costantino è mancato.
Negli ultimi tempi sono molto cambiata. Prima passavo le giornate sulla panchina con le altre donne davanti allalimentari, ora esco solo per andare e tornare dal negozio allangolo.
Le finestre sono ricoperte di tende, la cassetta delle lettere resta vuota, in casa regna il silenzio. Solo quando Lucia torna a trovarmi con i suoi figli la casa si riempie di allegria, ma capita di rado. Passo le giornate davanti alla foto di Costantino, che tiene in braccio la piccola Lucia: sorridono entrambi.
Ah, Costantino, te ne sei andato troppo presto, mi hai lasciata sola. Mi rivolgo spesso così alla sua immagine. Adesso sono davvero sola.
Solo il mio gatto Beppe rompe la quiete ogni tanto, saltando dal davanzale o facendo le fusa vicino a me. Gli servo la pappa, mi preparo un tè, e mi convinco che è il caso di passare in bottega oggi. Prima di uscire, lancio ancora uno sguardo alla foto.
Bevendo il tè, sento qualcuno bussare al portone. Mi torna in mente quando Lucia mi annunciò, senza discussioni, che sarebbe partita per Milano, alla ricerca della madre naturale. Mi risale alla mente quel mattino grigio e silenzioso. Era tutto quieto, stavo per versarmi unaltra tazza di tè, quando sentii il colpo sul cancello.
Mi misi le scarpe, presi lo scialle sulle spalle, andai nel cortile e aprii il cancello. Davanti a me cera una donna, molto più giovane di me, dallaria triste.
Buongiorno lei è Maria, vero? La voce le tremava.
Sì… e lei?
La donna sembrava nervosa, si aggiustava la borsa in continuazione.
Sono la mamma di Lucia insomma, la seconda mamma cioè, la madre biologica… Mi chiamo Vera insomma, penso che abbia capito.
Sentii un brivido freddo. Da poco Lucia era partita e ora mi compariva davanti la sua madre naturale. Come aveva fatto a trovarmi?
Aspetti è successo qualcosa a Lucia? È per questo che è qui? le chiesi con il fiato sospeso.
Vera, agitata, mi spiegò tutto in fretta:
Lucia è in ospedale a Milano Ha avuto un problema allo stomaco. Stavamo passeggiando al parco, ha iniziato a stare male e si è seduta, diventando livida Ho chiamato subito lambulanza.
Restammo lungamente a guardarci senza parlare.
Non glielaveva detto ancora che mi aveva trovato… aggiunse Vera tra i singhiozzi.
Mi riscosso:
Ma entri, prego. Non rimaniamo qui fuori
Le preparai un tè fumante. Vera, seduta a tavola, iniziò a raccontare:
Ero solo una ragazzina quando nacque Lucia. I miei erano severissimi e mi forzarono a firmare per lasciarla. Il mio ragazzo, quando se ne accorse, sparì. I miei mi minacciarono che, se non davo via la bambina, mi avrebbero cacciato da casa. Ho firmato in ospedale Vivo con questa ferita da sempre Ma, mi scusi, non è di quello che dovevo parlarle. Lucia vuole tanto che vada da lei in ospedale.
Corsi subito in piedi:
E non poteva telefonarmi?
Le hanno rubato la borsa, con dentro telefono e documenti. Dopo che è arrivata lambulanza Quando sono tornata, la borsa era già sparita dalla panchina.
Povera la mia Lucia sussurrai quasi senza voce.
Mi ha lasciato il suo vecchio indirizzo, dicendomi: trovami la mia mamma.
Le nostre occhi si incrociarono, senza ostilità, solo angoscia e fatica.
Andiamo, dissi semplicemente. Chiusi la porta a doppia mandata. Presto, andiamo.
Sul vecchio pullman verso Milano il tempo sembrava non passare mai. Allinizio io e Vera tacevamo, poi, piano piano, ci sciogliemmo.
Sono rimasta sola anchio, sospirò Vera. Mio marito se nè andato tre anni fa, dopo una lunga malattia. Lho amato, ci siamo voluti bene, ma non sono più riuscita ad avere figli. È stata una punizione per aver dato via la mia bambina Sento che è così.
Quindi, oltre a Lucia, non abbiamo altri al mondo mormorai.
Proprio così. Una figlia per due mamme rispose con tristezza Vera.
Allospedale ci chiesero:
Da chi dovete andare?
Da Lucia Bianchi. Rispondemmo entrambe in coro.
E voi chi siete per lei?
Siamo sue madri. Di nuovo insieme, poi ci guardammo e sorridemmo.
Due mamme? Va bene, accomodatevi pure.
Lucia, pallida, era distesa col flebo al braccio. Quando ci vide, fece un sorriso radioso.
Mamma e mamma sussurrò.
La abbracciai per prima.
Con calma, piccola, sono qui con te, le dissi. Vera si accomodò vicino al letto.
Ora andrà tutto bene, tesoro, sei con noi, le sistemò la coperta con dolcezza.
Restammo a lungo al capezzale. Parlammo di tutto.
Da quel giorno Lucia ebbe due mamme. Poi arrivarono un marito e due figli. E per me e Vera, una sola figlia in comune. Ogni tanto ci riuniamo ancora tutti insieme.
Grazie per aver ascoltato questo pezzo della mia vita. Che la fortuna e la serenità vi accompagnino sempre.

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