Una mattina d’agosto nella campagna italiana: la storia di Vovka, dei suoi primi giorni di scuola, d…

Una mosca ronzava sottile e insistente sul vetro della finestra. Luca aprì gli occhi. Un raggio di sole scivolava delicatamente sul cuscino e gli illuminava il naso. Sorrise e si stiracchiò beato. Sotto le coperte cera caldo e si stava bene. Bisognava alzarsi, ma che fatica lasciare quel tepore!

Mamma chiamò piano. Poi di nuovo, più forte: Mammaaa!

La mamma entrò in camera, asciugandosi le mani su un grembiule a fiori.

Sveglio già? Ma perché tanto chiasso? si avvicinò al letto, si chinò e gli diede un bacio sul nasino allinsù. Buongiorno, amore mio! Dai, alzati, piccolo furbetto!

Luca abbracciò la mamma al collo. Profumava di latte, pane e qualcosa di dolce e familiare. Prima, quando abitavano a Milano, era papà che lo svegliava la mattina per portarlo allasilo. Facevano ginnastica insieme, si lavavano i denti e giocavano con lacqua, ridendo, mentre la mamma li sgridava perché facevano tardi. Ma poi tutto era cambiato.

Un giorno papà non era venuto a prenderlo allasilo. Era rimasto lì, solo con il custode, fino a notte fonda. La mamma era arrivata tardi, con il viso gonfio e rosso di pianto. Gli aveva detto che papà non cera più e che ora in casa luomo sarebbe stato lui. Non aveva capito, ma con il tempo, ascoltando i grandi, aveva saputo che papà aveva avuto un brutto incidente con una macchina che non era nemmeno la loro e che degli uomini cattivi si erano presi il loro appartamento. Così erano andati a vivere in campagna, dalla nonna.

Il paese era grande, si snodava lungo il fiume e finiva nel bosco. Proprio vicino al bosco viveva nonna Annetta, e ora anche loro. Il nonno non cera più, era morto quando Luca era piccolo, così ora era lui lunico uomo di casa!

La nonna e la mamma lavoravano in cascina. Luca sapeva ormai che la cascina era una grande casa dove cerano le mucche, i maiali e persino qualche cavallo. Mamma glieli aveva mostrati tutti, portandolo qualche volta con sé. A lui però, la cascina non piaceva: che puzza! Si tappava il naso e mamma e nonna ridevano di cuore.

Scivolò dentro le pantofole fredde e, ancora in pigiama, corse fuori per andare in bagno. Era una fresca domenica dagosto, il sole già scaldava ma laria pungeva. Si rabbrividiva tra i rumori: un gallo cantava a squarciagola da una stalla, in lontananza abbaiavano dei cani che si rincorrevano. Nonna uscì dalla legnaia brontolando:

Ancora qualcuno ha scavato sotto il pollaio! Sta roba, sembra che sia arrivata la Befana!

Presto sarà autunno pensò Luca con una malinconia da adulto. Non vedo lora di andare a scuola! Cuore di bambino, la felicità lo invase. Lui e la mamma avevano già preparato tutto per la scuola. Lo zaino nuovo era proprio forte! In estate aveva imparato a leggere, scrivere invece non tanto

A colazione mangiarono latte caldo, biscotti e frittelle.

Luca, oggi io e la nonna volevamo andare a funghi. Vieni con noi o sei ancora piccolo? chiese la mamma, con un sorriso complice verso la nonna.

Ma certo che vengo! ribatté Luca a bocca piena di frittella e latte freddo.

Si misero in cammino verso il bosco verso tarda mattina. Laria fresca li abbracciò. Era la fine dagosto, anche se il bosco era ancora verde. Luca trovava funghi dappertutto, ma la mamma gli spiegava che non tutti erano uguali e gli mostrava quelli buoni e quelli velenosi. Camminarono a lungo. La nonna si era allontanata tanto e non rispondeva più ai richiami della mamma.

Quando il sole iniziò a calare, la mamma disse che era ora di tornare. Avevano riempito il cestino e la borsa con i regali del bosco. Il secchiello di Luca pesava tantissimo, ma lui non si lamentava: era un vero uomo! Dovevano solo trovare la strada per tornare ma dove? La mamma si agitò, sembrava avesse smarrito la strada.

Luca, stai vicino! Non sapeva più dove andare. Presero una direzione e finirono in una palude, dallaltra parte cera uno sterpaglio fittissimo. Tornarono indietro. Il bosco li aveva confusi. Chiamarono a gran voce la nonna, ma le foglie tremolavano così forte nel vento che non si sentiva nulla. La nonna non rispondeva. La mamma si sedette sullerba, incerta sul da farsi. Passarono alcuni minuti. Improvvisamente, dietro di loro si sentirono dei rami spezzarsi. Dai cespugli sbucò la Befana. Davvero!

La mamma balzò in piedi. Luca rimase pietrificato. Lanziana, curva e rugosa, lasciò cadere il fascio di legna che aveva in spalla e si avvicinò.

Che cè, vi siete persi? Ma non abbiate paura, ormai non mangio più bambini da un sacco di tempo! strillò, strizzando locchio alla mamma e ridendo con una risata roca e senza denti; nel farlo, il naso adunco ciondolava comicamente.

Chi siete, figli di chi? Di Annina forse? Domandò, ma senza aspettare risposta rimise il pane di legna sulle spalle e si incamminò avanti. Poi si voltò, lanciò uno sguardo torvo, e aggiunse:

E allora, seguitemi!

Mamma e Luca, docili, presero le loro cose e la seguirono. Lanziana si muoveva sicura tra lerba alta, e ben presto apparve una radura: laggiù si scorgeva il loro paese. Dallaltra parte della radura spuntava nonna Annetta. La Befana se ne andò via piegata sotto la sua legna, senza voltarsi.

Grazie, davvero balbettò la mamma. Ma la Befana fece un gesto come a scrollarsi di dosso ogni ringraziamento e si incamminò svelta verso il paese.

La nonna sopraggiunse.

Mamma, ma dove ti eri cacciata! esclamò la mamma esasperata. Ci siamo persi, meno male che questa vecchietta ci ha aiutato

Oh Silvia, ma come si fa a perdersi in tre alberi! Da piccola ci venivi sempre tu in questo bosco!

Nonna, ma era una vera Befana quella? chiese Luca, ancora turbato.

Ma no, Luca, quella è la Rosina! Ma certo, è bisbetica come una strega, però

A cena, Luca allimprovviso domandò:

Nonna, ma perché la chiamano Rosina la Befana?

Non lo so con certezza, ma così la chiamavano anche da giovane. Dicono che da piccola fosse enorme! I genitori erano benestanti, con tante bestie e campi. Lei se ne stava sempre seduta fuori, a mangiare pane e burro. La mamma le spalmava anche zucchero sopra, roba da signori! I bambini scalzi le giravano attorno con la bocca piena dacquolina, ma lei non dava mai nulla a nessuno, nemmeno un pezzetto. Quindi amici pochi. Era grossa, sai? Sempre con la pancia avanti, i ragazzi la chiamavano balena o bombolona: guarda che scoppia il pancione, urlavano dietro di lei.

Io la ricordo grande, già sui trentanni, io ero una bambina. Aveva un fidanzato, Carlo il trattorista, più giovane di lei, eppure si sposarono e nacque anche un bambino.

Quel ragazzo, poverino, aveva otto anni in quellanno. La primavera portò tanta acqua. Gli uomini trasportavano tronchi dal bosco con il fiume. I bambini saltavano da un tronco allaltro, sulle dighe di legname. Ma i filoni erano bagnati e scivolosi. I ragazzi grandi sapevano cavarsela, ma il piccolo della Rosina era gracile, scivolò e zac il tronco lo colpì in testa e se lo portò sottacqua. Ci misero giorni a trovarlo, cera rimasta male la Rosina. E Carlo finì per darsi al vino.

Lo trovarono morto di freddo un inverno, al ritorno dal lavoro, aveva sbagliato strada nella bufera e si era addormentato sulla neve. La Rosina tornò a casa dallospedale, ma non fu più la stessa: solitaria, si chiuse nel suo mondo. Sono più di cinquant’anni che vive sola, parla con nessuno, alleva una capra e raccoglie erbe per curare chi glielo chiede.

La nonna si zittì. La mamma raccolse i piatti dal tavolo.

Sì la vita è davvero dura con alcuni mormorò la mamma, e anche Luca sentì una fitta di tristezza per la Rosina.

Settembre era arrivato limpido e soleggiato. Le mattine erano già fresche, a volte si ghiacciavano i prati, ma di giorno pareva ancora estate. Nellaria tersa vibrava il profumo delle foglie secche e dei funghi. Avevano raccolto le patate. Da due settimane Luca andava a scuola. Per sempre si sarebbe ricordato il primo giorno, la maestra, gentile ma severa, che lo prese per mano e lo accompagnò in classe, perché lui era il più piccolo del gruppo.

Non davano ancora voti ai bambini di prima, ma la maestra Chiara lo lodava spesso, dicendo che si impegnava ma doveva esercitarsi a scrivere perché la calligrafia era bruttina. Aveva fatto amicizia con due ragazzini della via, Marco e Giovanni, che facevano la seconda. Tornavano insieme quando gli orari coincidevano. La scuola era allaltra estremità del paese, ma i due amici gli fecero scoprire una scorciatoia che tagliava attraverso un terreno abbandonato e lorto della Rosina. A volte mamma o nonna lo andavano a prendere.

Quel giorno, Luca era fortunato: la maestra aveva messo nel suo quaderno due stelline rosse e lavevano iscritto in biblioteca. Gli diedero un libro: La parola magica. Era felicissimo quando uscì, con il libro nello zaino. Marco e Giovanni avevano ancora lezione, così si avviò da solo. Il prato era pieno di rifiuti e resti di cianfrusaglie; doveva fare attenzione a dove metteva i piedi.

Allimprovviso sentì un rumore strano. Alzò lo sguardo e rimase di sasso: davanti a lui cera un branco di cani randagi. Luca tentò di indietreggiare, ma ormai era circondato. Il più grande gli si avvicinò, ringhiando con i denti scoperti. Luca urlò, ma non riconobbe nemmeno la propria voce dalla paura. Il cane saltò addosso: provò a pararsi con lo zaino, ma la bestia glielo strappò e lo ridusse a brandelli.

Cadde a terra coprendosi con le braccia, ma un morso crudele gli lacerò la spalla e perse conoscenza. Non vide la vecchia Rosina, curva come la Befana, correre nel suo orto con una vanga. Saltò agilmente la staccionata e iniziò a colpire in tutte le direzioni. I cani si fermarono, confusi, ma erano tanti, troppi, e ormai avevano sentito il sangue. Si avventarono su di lei e sul piccolo a terra. La Rosina sembrava diventata una furia: urlava, menava fendenti con la vanga. Il più grosso le saltò sulla schiena, azzannandole il collo. Mentre il dolore le faceva perdere i sensi, la donna cadde pesantemente sopra Luca, coprendolo con il proprio corpo e la lunga gonna

In paese, di mattina, non cera quasi nessuno: giovani a scuola, adulti in cascina. Il veterinario comunale con laiutante tornavano dalla città per delle vaccinazioni nuove e un carico di mangimi. Quando imboccarono la strada bianca verso il paese, notarono strani movimenti nellerba vicino allorto e sentirono dei latrati.

Loris, gira verso lorto della Rosina C’è qualcosa che non va.

Loris sterzò la macchina e si avvicinarono al punto. Quello che videro fu tremendo. Il branco di cani, sentito il motore, si mise in allerta. Tutto era coperto di sangue. Quaderni e libri strappati ovunque. La Rosina giaceva a faccia in giù, con il braccio ridotto allosso.

Un cane le stava ancora addosso, cercando di sbranarle il collo. I due uomini saltarono fuori e, armati di tutto quello che trovavano, presero a respingere le bestie che si lanciavano contro di loro. I cani si attaccavano alle gambe, al petto. Loris impugnò la vanga insanguinata e colpì a destra e manca. I cani urlavano, latravano, il capobranco sanguinava dalla testa. Dal paese arrivavano altri, con forconi e fucili, sparando in aria. Il capobranco, sollevata la testa, emise un ululato, scoprì i denti e si lanciò verso il bosco, seguito da tutto il branco.

La Rosina gemeva piano. Solo allora si accorsero che sotto di lei cera qualcun altro.

Loris, chiama lambulanza: la Rosina sembra viva!

Quando sollevarono la donna e la deposero sullerba, scoprirono Luca, pallido e pesto; anche lui sembrava senza vita

Un raggio di sole dautunno accarezzava il naso allinsù di Luca, disteso su un letto dospedale. I muri bianchi lo spaventavano.

Dovè che sono? il pensiero tornava faticosamente a galla. Si mosse.

La mamma, seduta lì accanto, lo abbracciò in lacrime:

Luca, tesoro, ti sei svegliato!

Aveva la spalla fasciata e la mano faceva molto male. Gli tornarono i ricordi.

Mamma, ma i cani mi hanno staccato la mano? Non potrò più scrivere?

No, piccolo mio. Non te lhanno staccata, solo ferita. Ti hanno operato, guarirà presto. Grazie alla Rosina, che ti ha protetto con il suo corpo. Dormi, amore

Rosina fu sepolta da tutto il paese. I cani le avevano straziato entrambe le braccia e una gamba. Il suo vecchio cuore non ha retto in sala operatoria.

Il giorno seguente, i contadini decisero per conto loro di sbarazzarsi di tutto il branco: spararono ai randagi, quasi quaranta, che finirono sepolti in una fossa fuori dal paese. Nelle tane vicino al bosco trovarono i cuccioli e li divisero tra le famiglie.

Luca perse una sola frazione di scuola. La mano gli faceva ancora male, ma la esercitava ogni giorno. La maestra Chiara lo lodava sempre e i compagni lo consideravano un eroe.

Andò con la mamma al cimitero, lasciarono tanti bei fiori sulla tomba della Rosina. Sulla targa cera scritto il suo vero nome: Rosina Bianchi, e che il giorno della sua morte aveva compiuto esattamente novantanni. La mamma pianse.

Guarda come decide la sorte! Grazie, Rosina Per il bosco, ma soprattutto per aver salvato mio figlio! Riposa in pace!

Quando, durante le feste di Natale a scuola, sul palco apparve la Befana tutta buffa, Luca scoppiò a piangere e uscì dalla sala. Gli doleva ancora la mano. E aveva nel cuore il ricordo della Rosina.

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