Un certificato
La chiave dellappartamento di mia madre stava in tasca, vicina alla ricevuta dellanticipo. Continuavo a toccare il foglio attraverso la stoffa, quasi potesse darmi la sensazione di tenere le cose sotto controllo. Tra tre giorni, dal notaio, avremmo dovuto firmare il contratto di compravendita. Gli acquirenti avevano già versato cinquantamila euro: il mediatore ogni sera mandava messaggi con i promemoria delle scadenze. Io rispondevo in modo asciutto, senza emoticon, e mi accorgevo che leggevo quei messaggi quasi come minacce.
Salii il quinto piano a piedi, il palazzo non aveva lascensore. Mi fermai davanti alla porta, presi fiato, e solo allora suonai il campanello. Mia madre non aprì subito; sentii i suoi passi lenti, poi il clic della serratura.
Sergio, sei tu? Aspetta… la catenella… parlava più forte del necessario, con una tensione che sembrava una scusa preventiva.
Sorrisi come meglio potevo e mostrai la busta.
Ho portato la spesa. E possiamo rivedere il contratto.
Il contratto mia madre indietreggiò nel corridoio per farmi entrare. Mi ricordo, ma non mi mettere fretta.
Lappartamento era caldo, i termosifoni erano accesi, una borsa di medicinali giaceva sullo sgabello vicino allingresso. Sul tavolo della cucina cera un piatto con una mela mangiucchiata, accanto un taccuino dove mia madre scriveva in grande: Prendere le medicine, Telefonare allufficio tecnico, Sergio viene.
Sistemai la spesa, misi il latte in frigo e controllai la chiusura dello sportello. Lei mi guardava come se anche quello fosse parte della trattativa.
Hai preso il pane sbagliato, di nuovo, disse, ma senza rimprovero.
Non cera altro, risposi. Mamma, ti ricordi perché stiamo vendendo?
Si sedette, le mani giunte sulle ginocchia.
Perché io possa stare meglio. Non dover salire questi piani. E perché voi si fermò, la parola voi le pesava. Perché non litighiate.
Sentii salire il fastidio, ma non verso di lei, verso la situazione. Litigavamo comunque, ma al telefono, sottovoce, così che mamma non sentisse.
Non litighiamo, mentii. Stiamo decidendo insieme.
Lei annuì. Lo sguardo era deciso, fiero.
Voglio vedere il nuovo appartamento prima di firmare. Me lo avevi promesso.
Ci andiamo domani, risposi. È al piano terra, cè il cortile, il supermercato è vicino.
Estrassi dal fascicolo tutti i documenti: il contratto preliminare, la ricevuta, le visure catastali, le copie dei documenti didentità. Tutto ordinato, come se la carta potesse portare ordine anche in famiglia.
E questo cosè? mia madre prese un foglio che non ricordavo.
Era sottile, aveva il timbro della ASL e la firma del medico. In alto: Certificato. Sotto, frasi che mi lasciarono la bocca secca: riscontro di lieve decadimento cognitivo, consigliata valutazione per amministrazione di sostegno, possibile capacità limitata.
Da dove viene questo? domandai, sforzandomi di restare calmo.
Lei guardò il foglio come fosse estraneo.
Me lo hanno dato in ambulatorio. Pensavo servisse per la richiesta alle terme.
Chi te lha dato? Quando?
Alzò le spalle.
Ero con cercava la parola. Con Paolo. Ha insistito: Così non ti fregano. Ho firmato quel che mi ha detto la signora della reception, senza leggere, non avevo gli occhiali.
Sentivo che le cose si svelavano lentamente, e la sensazione peggiorava. Mio fratello Paolo, da mesi, non faceva che ripetere: Mamma non può stare da sola, dimentica tutto, la ingannano. Lo diceva con premura, ma a ogni parola traspariva la stanchezza.
Ma capisci cosa significa questo? alzai il certificato.
Abbassò lo sguardo.
Che sono esitò. Scema?
No. Vuol dire che qualcuno sta preparando i documenti affinché tu non possa firmare da sola. Che decidano al posto tuo.
Alzò di scatto la testa.
Non sono mica una bambina.
Vidi le sue labbra tremare. Non pianse, ma gli occhi si fecero lucidi, di quel bisogno di difesa che non si mostra mai.
So dove tengo i soldi, disse in fretta. Mi ricordo quando vi portavo a scuola, so che la casa è mia. Non voglio che mi non completò la frase.
Riposi il certificato nella cartellina con estrema cautela, come fosse rovente.
Ne parlo io, promisi. Oggi stesso.
Andai in balcone a chiamare Paolo. Sul balcone, cerano i vasi di cetrioli di mamma, vuoti, lavati e ordinati in una scatola. Notai che i coperchi erano messi da parte, sistemati. Lei poteva anche scordare gli occhiali, ma quei barattoli erano sempre al loro posto.
Paolo rispose subito.
Comè andata? aveva la voce sicura, come quando fingeva padronanza.
Sei stato tu a portare la mamma in ambulatorio? chiesi.
Silenzio.
Sì. Lho fatto perché serviva. Si confonde, Sergio, lo hai visto anche tu.
Ho visto che si affatica. Non è lo stesso. Sai che le hanno dato un certificato per lamministrazione di sostegno?
Non drammatizzare. È solo un consiglio. Il notaio vuole essere tranquillo, evitano le truffe.
Strinsi il telefono.
Il notaio non cerca scuse, valuta la capacità di intendere e di volere. Se trova la dicitura capacità limitata, può bloccare la pratica.
E se invece lo fa, magari dopo impugnano tutto e ci mandano in tribunale. Vuoi questo? Paolo era rapido, i suoi ragionamenti sembravano già preparati. Io voglio che sia tutto in regola.
In regola vuol dire che la mamma sa cosa firma. Non che firma senza leggere.
Stai sempre a dare la colpa a me? la sua voce si fece dura. Io ci vado più di te. Ho visto quando si scorda di spegnere il gas.
Ripensai a ieri, mamma mi aveva chiamato per sapere che giorno fosse, ma rammentava perfettamente la cifra dellanticipo e chiedeva se la ricevuta fosse corretta.
Oggi vado allambulatorio, dissi. E poi dal notaio. Vieni anche tu stasera, ne parliamo insieme alla mamma.
Non davanti a lei, si agita.
Davanti a lei, sì. Riguarda lei.
Ritornai in cucina. Mia madre era seduta con le mani raccolte e fissava il vetro come cercasse una risposta.
Non ti arrabbiare con me, disse, senza voltarsi. Paolo è buono. Ha paura, tutto lì.
Sentii dentro di me qualcosa che si spezzava. Difendeva Paolo anche ora.
Non sono arrabbiato con lui, risposi. Mi dà fastidio che a te non abbiano spiegato niente.
Misi in ordine la cartellina, il certificato in una busta separata e nella borsa. Prima di uscire controllai gas e finestre. Mia madre mi accompagnò alla porta.
Sergio, disse piano. Non dare la mia casa al primo che capita.
Nessuno la darà via, promisi. E nessuno darà via te.
Allambulatorio passai quasi due ore: file alla reception, la ricerca del giusto ufficio, spiegazioni del motivo per cui cercavo informazioni. La donna dietro il vetro era comprensibilmente sfinita.
Dati sanitari riservati. Serve delega.
È mia madre, cercai di rimanere calmo. Non sa cosha firmato. Devo almeno sapere chi ha chiesto questa annotazione.
Venga lei in persona, tagliò corto.
Uscii nel corridoio, richiamai mamma.
Puoi venire subito? domandai.
Ora? la sua voce era insicura, preoccupata. Non mi sono preparata
Passo a prenderti, la rassicurai. È importante.
Tornai da lei, salii i cinque piani e laiutai a indossare il cappotto, trovai gli occhiali sul davanzale, così non li dimentico. Camminava piano tenendosi al corrimano, ma con passo sicuro.
Allambulatorio, di nuovo in fila. Mamma osservava la gente, i manifesti per lo screening, sembrava rimpicciolirsi.
Mi sento come una bambina, sussurrò quando arrivò allo sportello.
Sei adulta, le dissi. Semplicemente qui funziona così.
Con lei, la receptionist si ammorbidì. Prese i documenti, aprì la scheda sanitaria.
Siete stati dal neurologo due settimane fa, spiegò. E dal centro di salute mentale, su richiesta.
Mia madre si irrigidì.
Centro di salute mentale? ripeté. Non lo sapevo.
È routine per chi segnala problemi di memoria, precisò la signora, ma sembrava quasi dubbiosa.
Chiesi la stampa degli accessi e copia del certificato. Diniego, ma concessero a mamma di chiedere il riepilogo per il notaio. Firmò la richiesta, stavolta con gli occhiali, leggendo tutto.
Ecco, disse la receptionist. Andate dalla responsabile se avete domande.
La direttrice aveva lo studio chiuso: Ricevimento dalle 14:00 sul foglio attaccato. Era mezzogiorno e mezzo.
Non faremo in tempo, disse mia madre. Nella sua voce, il sollievo si percepiva. Come se il rinvio la salvasse.
Aspettiamo, insistetti.
Seduti su una panca, lei stringeva la stampa come fosse un biglietto prezioso.
Sergio, senza guardarmi, a volte davvero mi confondo. Può capitare di scordare se ho già mangiato. Ma non voglio che mi consideriate finita.
Osservai le sue mani: pelle sottile, vene evidenti, ma dita ancora agili. Ricordai come, da piccolo, mi avvolgeva la sciarpa, e io, imbarazzato, mi sentissi incapace.
Nessuno ti cancellerà, se non lo vuoi tu, risposi.
E se non capirò quando sto dicendo sì o no?
La domanda colpì più del certificato.
Io ci sarò, promisi. Faremo in modo che tu capisca.
La direttrice ci accolse alle 14.20: una donna precisa, rassicurante.
Non cè alcuna dichiarazione di interdizione per sua madre, spiegò, esaminando la scheda. Cè una sola annotazione del medico: possibile lieve decadimento cognitivo; consigliata consulenza col servizio sociale. Non la impedisce di vendere casa.
Ma il notaio vedrà la nota e potrebbe fermare la vendita, obiettai.
Il notaio valuta al momento disse. Se ha dubbi, può chiedere relazione dello specialista o assistere alla firma. Ma il certificato non è un veto.
Mamma stringeva la borsa.
Chi ha chiesto la valutazione per lamministrazione di sostegno? domandai.
La direttrice mi guardò interrogativa.
Risulta: accompagnata da figlio. Non è specificato il nome. Il medico ha scritto secondo i test. Non si chiede ufficialmente di annotare così.
Capii che insistere era inutile. Tutto sembrava tutelare, a norma. Le zone grigie iniziavano dal momento delle firme, quando lei non aveva letto.
Tornando, mamma era affaticata ma dignitosa. In autobus, allimprovviso disse:
Paolo pensa che potrei vendere la casa a chiunque e restare senza niente.
Ha paura, risposi.
E tu di cosa hai paura?
Non risposi subito. Avevo paura che saltasse la vendita, che gli acquirenti reclamassero lanticipo in tribunale, che perdessimo lopportunità per il nuovo appartamento, che mamma restasse qui ancora tanti anni. Ma temeva di più che mamma diventasse solo oggetto di cura, non persona.
Ho paura che smettano di chiedere il tuo parere, ammisi.
La sera Paolo venne. Si tolse le scarpe, entrò in cucina come fosse casa sua. Mamma mise i piatti, aprì il frigo per il contorno. Notai che si sforzava di essere calma, come se fosse una cena normale.
Come stai, mamma? Paolo si chinò, le diede un bacio.
Bene, rispose secca. Oggi ho scoperto che ero dal centro di salute mentale.
Paolo si bloccò, quindi guardò me.
Non volevo spaventarti, mamma. È solo una visita medica, ormai lo fanno a tutti.
Non mi hanno visitata, disse lei. Ci sono andata trascinata.
Misi la stampa sul tavolo.
Paolo, capisci che questa annotazione può bloccare la vendita? gli dissi.
E tu capisci che senza questa la vendita potrebbe essere rischiosa? Il notaio deve vedere che è tutto regolare. Non voglio che dicano poi: La signora non capiva.
Capisce, replicai.
Oggi sì, domani chissà. Hai occhi per vedere, Sergio. Può firmare di tutto.
Mamma posò decisa la mano sul tavolo, non forte ma il gesto fu netto.
Non firmo di tutto. Firmo quello che mi spiegano.
Paolo abbassò lo sguardo.
Mamma, sono esausto, disse piano. Ogni giorno vivo con la paura che ti chiamino per spillarti soldi. Ho visto la nostra vicina imbrogliata. Non voglio che succeda a te.
Non sentivo avidità nelle sue parole, ma timore. E la paura non dava diritto di decidere senza mamma.
Facciamo così, proposi. Niente amministrazione di sostegno. Niente incapacità. Andiamo dal notaio in anticipo, senza acquirenti: mamma con i suoi occhiali, calma. Il notaio le parla. Se serve, il certificato dello specialista. E la procura solo per atti specifici, e il denaro messo su un conto cointestato a scelta sua: o io e lei, o lei e Paolo.
Paolo mi fissò.
Ci vuole tempo. Gli acquirenti non aspettano.
Se non aspettano, si ritirano, sbottai. Mamma trasalì. Non sacrifico la dignità di mamma per la velocità.
Lei mi guardò: nei suoi occhi cera paura, ma anche gratitudine.
E se perdiamo i soldi? chiese sommessa.
Mi sedetti accanto.
Magari perdiamo lanticipo. E tempo. Ma se cediamo su questo ora, poi non si torna più indietro. Vivrai controllata, e ogni scelta sarà per proteggerti.
Paolo strinse i pugni.
Pensi che io voglia umiliarla? chiese.
Penso che tu vuoi controllare, perché hai paura. E perché pensi sia più semplice.
Si alzò di colpo.
Semplice? Prova tu. Vieni una volta a settimana e credi di sapere come si fa.
Mi alzai anchio, poi mi fermai. Vidi mamma smarrita, come se la nostra lite fosse un dolore fisico.
Basta, dissi. Non conta chi fa di più. Conta che mamma sia al centro. Mamma, vuoi che Paolo abbia il diritto di firmare per te?
Lungo silenzio. Poi:
Voglio che ci siate tutti e due, quando firmo. Voglio la verità, anche se fa male.
Annuii.
Così facciamo.
Il giorno dopo andai dal notaio con la stampa e il certificato. Lo studio era in centro, in un palazzo antico, le scale lisce per lusura. Il notaio, un uomo preciso, scrutò i documenti.
Il certificato non è un ostacolo, spiegò. Ma consiglio presenza dello psichiatra, o una relazione. E sua madre deve venire di persona. Niente procure generiche.
Gli acquirenti sono impazienti, feci notare.
Sempre lo sono, poi si ritirano. Tocca a voi decidere.
Uscendo, chiamai il mediatore.
Rimandiamo la firma, annunciai.
Di quanto? la sua voce era fredda.
Due settimane. Serve relazione medica.
Gli acquirenti potrebbero rinunciare, avvertiva. E lanticipo va restituito.
Restituiremo, risposi. Stupito dalla mia calma.
Lo comunicai in serata. Paolo si arrabbiò molto, parlò di occasione persa, di hai rovinato tutto. Poi tacque, uscì sbattendo appena la porta.
Mamma rimase in cucina, stringeva una penna.
Non verrà? chiese.
Torna, dissi. Deve solo pensarci.
E io?
Capivo che chiedeva del tempo che le restava vivere, di quanto ancora sarebbe padrona della sua esistenza e non assistita.
Anche tu hai diritto al tempo, le dissi. E al tuo diritto di scegliere.
Dopo una settimana andammo da uno psichiatra in uno studio privato, per non aspettare i tempi delle visite pubbliche. Mamma era tesa ma composta. Il medico le parlò con calma, domande su data, famiglia, motivi della vendita. Sbagliò il numero del giorno, ma sapeva spiegare che vendeva per trasferirsi, che i soldi servivano a lei e alla nuova casa.
La relazione arrivò subito: La signora è cosciente e sa gestire i propri atti. Stringevo quel foglio come fosse protezione, e provavo insieme amarezza: bisognava un timbro per riconoscere la sua autonomia.
Gli acquirenti si ritirarono. Il mediatore scrisse: Hanno trovato altrove. Poi: Restituite lanticipo entro venerdì, o ci saranno reclami. Pagai subito, attingendo ai risparmi. Doloroso, ma non dannoso.
Paolo non chiamò per tre giorni. Una sera si presentò senza preavviso. Mamma aprì, io li sentii parlare nellingresso.
Mamma, scusami, disse Paolo. Ho esagerato.
Non mi hai offeso. Mi hai fatto paura.
Entrò in cucina, si sedette davanti a me.
Pensavo di fare la cosa giusta, ammise. Non volevo che ti succedesse nulla
Lo so, risposi. Ma dora in avanti, ogni foglio si firma insieme. E se ti spaventi, lo dici chiaro, non con le carte.
Annui, ma il suo sguardo rimase ostinato.
Se un giorno non sarà più lucida lasciò sospeso.
Mamma lo guardava calma.
Allora decidete insieme. Ma finché capisco, voglio che mi chiediate.
Capivo che non eravamo una famiglia unita. I rancori restavano, uno strato sul fondo. La vendita saltata, lanticipo restituito, via la nuova chance di casa. Ma in cartella cerano ora: procura limitata a me per le bollette e i rapporti con la banca, consenso condiviso per il libretto cointestato, e un elenco di domande che mamma aveva scritto a grandi lettere, per il futuro incontro col notaio.
Tardi, prima di uscire, mi accompagnò alla porta.
Sergio, disse, porgendomi un mazzo di chiavi. Prendilo tu, il secondo set. Non perché tema di non farcela, ma perché così siamo più tranquilli.
Presi le chiavi, sentii il freddo del metallo e annuii.
Si sta più tranquilli, replicai.
Non scesi subito le scale. Dietro la porta, il passo di mamma, poi il solito clic. Restai lì, pensando che la verità non era ancora del tutto emersa. Chi aveva chiesto quel certificato, perché nessuno aveva spiegato cosa firmasse, dove finisce la cura e inizia il controllo: tutto sarebbe potuto venire a galla. Ma adesso, mamma aveva una voce, fatta di parole e gesti condivisi. E quello, almeno, non si poteva togliere tanto facilmente.






