Una sola certificazione La chiave dell’appartamento di mamma era nella tasca della giacca di Sergio, insieme alla ricevuta dell’anticipo ricevuto. Sentiva la carta attraverso il tessuto, come se così potesse tenere la situazione in pugno. Tra tre giorni sarebbero andati dal notaio a firmare il contratto di compravendita, gli acquirenti avevano già versato centomila euro, e l’agente immobiliare mandava ogni sera messaggi per ricordare le scadenze. Sergio rispondeva in modo secco, senza emoticon, e si accorgeva di leggere quegli avvisi come minacce. Salì al quinto piano senza ascensore, si fermò davanti alla porta, prese fiato, poi suonò. La mamma aprì solo dopo un po’. Oltre la porta, si sentirono passi trascinati, poi il clic della serratura. — Sergio, sei tu? Aspetta… che tolgo la catenella… — parlava più forte del necessario, e nella voce c’era tensione, come se si giustificasse in anticipo. Sergio sorrise come poteva e mostrò la busta. — Ho portato la spesa. E rivediamo anche il contratto. — Il contratto… — la mamma si fece da parte nel corridoio, lasciandolo entrare. — Sì, me lo ricordo. Ma non mettermi fretta. In casa faceva caldo, i termosifoni bollivano, sulla seggiola all’ingresso c’era la borsa dei medicinali. Sul tavolo della cucina una mela a metà mangiata, accanto il bloc-notes dove la mamma scriveva in grande: “Prendere le pillole”, “Chiamare l’amministratore”, “Sergio arriva”. Sergio sistemò la spesa, mise il latte in frigo, verificò che la porta fosse chiusa. La mamma osservava, come se anche questo facesse parte della trattativa. — Hai preso il pane sbagliato, di nuovo — disse lei, ma senza rabbia. — Non ce n’era altro — rispose Sergio. — Mamma, ti ricordi perché stiamo vendendo? Si sedette, incrociò le mani sulle ginocchia. — Perché sia più semplice per me. Per non salire più questi piani. E perché voi… — si fermò, come se “voi” fosse troppo pesante da pronunciare. — Perché voi non litighiate. Sergio sentì salire il fastidio — non per lei, ma per quella frase. Litigavano eccome, solo sotto voce, al telefono, perché lei non sentisse. — Non litighiamo, — mentì. — Stiamo decidendo. La mamma fece cenno di sì, ma aveva uno sguardo fermo, limpido e testardo. — Voglio vedere il nuovo appartamento prima di firmare. Hai promesso. — Domani andiamo — disse Sergio. — Primo piano, cortile, supermercato sotto casa. Prese i documenti dalla cartella: il preliminare, la ricevuta, la visura catastale, le copie dei documenti. Tutto in ordine nei fogli, come se la sistemazione nella cartella potesse sostituire l’ordine in famiglia. — Cos’è questo? — la mamma si allungò verso un foglio che Sergio non ricordava. Era sottile, con il timbro della ASL e la firma del medico. In alto — “Certificazione”. Più sotto — parole che gli fecero seccare la bocca: “segni di decadimento cognitivo”, “si consiglia valutazione per amministrazione di sostegno”, “possibile capacità giuridica limitata”. — Da dove viene? — chiese, cercando di controllarsi. La mamma guardò il foglio, come se non fosse suo. — Me l’hanno dato. In ambulatorio. Credevo fosse per la richiesta al Centro Termale. — Chi te l’ha data? Quando? La mamma alzò le spalle. — Ci sono andata con… — cercò la parola. — Con Paolo. Mi ha detto che serviva controllare la memoria, per non farmi fregare. Ho accettato. La segretaria mi ha fatto firmare, avevo dimenticato gli occhiali. Sergio sentì formarsi il quadro, e peggiorò ancora. Da mesi il fratello minore Paolo ripeteva: “Non può stare sola, dimentica tutto, la imbroglierebbero”. Parlava con premura, ma nel tono c’era stanchezza. — Mamma, sai cosa significa? — Sergio sollevò la certificazione. — Che sono… — la mamma abbassò gli occhi. — Che sono scema? — No. Significa che qualcuno ha cominciato la pratica per farti togliere il diritto di firmare da sola. Per decidere al posto tuo. La mamma scattò alza testa. — Non sono una bambina. Le tremarono le labbra. Non pianse, ma negli occhi le era spuntata un’umidità da offesa che non si poteva mostrare. — So dove tengo i soldi — disse in fretta. — Mi ricordo quando vi portavo a scuola. Lo so che la casa è mia. Non voglio che mi… — non finì. Sergio rimise delicatamente la certificazione nella cartella, come se scottasse. — Me ne occupo io — disse. — Subito. Uscì sul balcone per chiamare il fratello. Sul balcone c’erano i barattoli di cetriolini della mamma, vuoti, lavati, ordinati nella scatola. Notò che i coperchi erano impilati a parte, precisi. La mamma poteva dimenticare gli occhiali, ma i barattoli erano sempre in ordine. Paolo rispose subito. — E allora, tutto ok? — tono squillante, tipico di chi vuole apparire sicuro. — L’hai portata tu in ambulatorio? — chiese Sergio. Pausa. — Sì. E allora? Te l’ho detto che serviva. Si perde, lo sai anche tu. — Ho visto che si stanca. Non è la stessa cosa. Lo sai che le hanno dato una certificazione per l’amministratore di sostegno? — Non drammatizzare. È solo una raccomandazione. Per il notaio, così non si rischia truffe. Sergio strinse il telefono. — Il notaio non “fa storie”, controlla la capacità. Se trova “capacità limitata” può bloccare la firma. — E se lo fa, poi qualcuno ci denuncia. Vuoi passare gli anni nei tribunali? Io voglio che sia tutto pulito. — Pulito è quando la mamma sa cosa firma. Non quando le fanno firmare senza occhiali. — E mi stai dando la colpa? — rabbia nella voce di Paolo. — Vengo più spesso di te. So che dimentica il gas acceso. Si ricordò di ieri, quando la mamma gli aveva chiesto che giorno fosse, ma poi aveva dettagliato la cifra dell’anticipo e chiesto se la ricevuta era corretta. — Oggi vado in ambulatorio — disse Sergio. — E dal notaio. Tu vieni stasera. Parliamo tutti insieme. — Non davanti a mamma, si agita. — Davanti a mamma sì. Riguarda lei. Rientrò in cucina. La mamma, mani intrecciate, guardava fuori dalla finestra come a cercare una risposta. — Non ti arrabbiare con me — disse lei senza voltarsi. — Paolo è buono. Ha paura. Sentì che dentro qualcosa gli si sistemava. Persino adesso, la mamma difendeva il fratello. — Non sono arrabbiato con lui — disse. — Mi fa rabbia che nessuno ti ha chiesto. Radunò i documenti, mise la certificazione in un raccoglitore separato e uscì. Controllò gas e finestre. La mamma lo accompagnò alla porta. — Sergio, — sussurrò. — Non dare la mia casa agli estranei. — Mai — rispose. — E te stessa, nemmeno. In ambulatorio Sergio rimase quasi due ore. Fila in segreteria, poi caccia dello studio, poi chiarimenti su chi aveva chiesto la certificazione. La donna dietro al vetro rispose stanca: — Privacy. Solo con delega. — È mia madre — disse cercando di non alzare la voce. — Non sa cosa ha firmato. Serve sapere chi ha chiesto il parere. — Deve venire di persona. Sergio uscì, chiamò la mamma. — Puoi venire ora? — chiese. — Ora? — tono di sorpresa e ansia. — Non sono pronta. — Passo a prenderti — disse. — È importante. Tornò indietro, salì il quinto piano, aiutò la mamma con il cappotto, trovò gli occhiali sul davanzale, “per non scordarli” li aveva messi lì. Si mosse piano, appoggiandosi al corrimano, ma aveva passo sicuro. In ambulatorio rifecero la fila. La mamma guardava persone e locandine sulla prevenzione come se rimpicciolisse. — Mi sento come una scolara — disse all’approccio dello sportello. — Sei adulta — rispose Sergio. — Qui funziona così. Con la mamma, la segretaria fu più gentile. Prese i documenti, trovò la cartella. — Due settimane fa dal neurologo — disse. — E dallo psichiatra su richiesta. La mamma si spaventò. — Dallo psichiatra? — chiese. — Non me l’avevano detto. — È la prassi se si lamenta la memoria, — aggiunse la segretaria, senza convinzione. Sergio chiese copia dei documenti e del certificato. Negato a lui, ma concessa alla mamma la visura per il notaio. La mamma firmò, questa volta con gli occhiali, leggendo bene ogni riga. — Ecco — disse la donna — Andate dalla responsabile se avete domande. La responsabile aveva lo studio chiuso, biglietto sullo sportello: “Ricevimento dalle 14:00”. Erano le 12:30. — Non ce la facciamo — la mamma disse con sollievo, come se fosse una tregua. — Ce la facciamo — disse Sergio. — Aspettiamo. Sedettero sulla panca. La mamma teneva la visura come un biglietto da non perdere. — Sergio — senza guardarlo. — È vero che mi confondo. Magari mi scordo di aver pranzato. Ma non voglio essere… messa da parte. Guardò le mani di lei. Pelle sottile, vene in rilievo, ma dita ancora forti. Ricordò in infanzia come lei gli legava la sciarpa, e la sua stessa vergogna di essere debole. — Nessuno ti mette da parte se non vuoi tu — disse. — E se non capisco cosa sto firmando? Quella domanda colpì più della certificazione. — Allora sono qui con te — rispose. — Farò di tutto perché tu capisca. La responsabile li ricevette alle 14:20. Donna concentrata, toni misurati. — Non c’è sentenza di interdizione per sua madre — disse, sfogliando la cartella. — C’è la nota del medico: “possibile decadimento cognitivo”, raccomandata consultazione con i servizi sociali. Non limita il diritto di firmare. — Ma il notaio potrebbe rifiutare — disse Sergio. — Il notaio valuta la capacità al momento della firma — rispose la responsabile. — Se ha dubbi, chiede visita psichiatrica o la presenza di un medico. Il certificato da solo non è un veto. La mamma stringeva la borsa. — Chi ha chiesto di scrivere della tutela? — chiese Sergio. La responsabile lo fissò. — Nella cartella c’è scritto “accompagnato da figlio”, senza cognome. Il medico può scrivere in base ai test. Nessuno chiede ufficialmente certe aggiunte. Sergio capì che non poteva andare oltre. Qui tutto era scrupolo formalizzato. La zona grigia era dove la mamma firmava senza leggere. Tornando, la mamma era esausta ma dignitosa. In autobus disse: — Paolo crede che potrei vendere la casa a chiunque e restare per strada. — Ha paura — disse Sergio. — E tu di cosa hai paura? Non rispose subito. Temeva che la firma venisse bloccata, che gli acquirenti chiedessero indietro l’anticipo, che perdessero la nuova soluzione, che la mamma restasse in quel palazzo per anni. Ma aveva paura anche di altro: che smettessero di vederla come mamma, diventasse solo “oggetto di cura”. — Ho paura che smettano di chiederti — disse. La sera Paolo arrivò. Si tolse le scarpe, andò in cucina come in casa propria. La mamma mise i piatti, tirò fuori l’insalata. Sergio notò l’impegno a fingere fosse una cena qualunque. — Mamma, come stai? — Paolo le diede un bacio sulla guancia. — Bene, — rispose fredda. — Oggi ho scoperto che sono stata dallo psichiatra. Paolo rimase interdetto, poi guardò Sergio. — Non volevo spaventarti, mamma. È routine, ora controllano tutti. — Non mi hanno controllata, mi hanno accompagnata. Sergio posò la visura. — Paolo, sai che quella nota può bloccare tutto? — chiese. — E tu sai che senza quella la vendita è rischiosa? Il notaio deve vedere che è tutto regolare. Non voglio che qualcuno dica “non capiva”. — Capisce — disse Sergio. — Oggi capisce, domani no — Paolo era nervoso. — Può firmare di tutto. La mamma diede un colpo sul tavolo — non forte, ma netto. — Non firmo di tutto, firmo se mi spiegano. Paolo abbassò lo sguardo. — Mamma, sono stanco — disse. — Ogni giorno penso che la chiamino per farle trasferire i soldi. La vicina è stata raggirata, non voglio per te. Sergio sentì la paura, non l’avidità. Ma la paura non dà diritto di decidere per mamma. — Facciamo diverso — disse Sergio. — Niente amministratore. Niente interdizione. Andiamo dal notaio prima, senza acquirenti. Mamma con gli occhiali, calma. Lui la interroga. Se serve, relazione dello psichiatra. Diamo delega limitata, solo per le bollette e operazioni precise. I soldi sul conto, firme due: mia e di mamma. O di mamma e Paolo, come lei preferisce. Paolo sollevò la testa. — Ci vuole tempo. Gli acquirenti non aspettano. — Allora che vadano — disse Sergio. Venne fuori di getto, e la mamma trasalì. — Non vendo casa se per questo lei viene dichiarata incapace. La mamma lo fissava, c’era uno sguardo nuovo — gratitudine e paura. — Sergio, e se perdiamo i soldi? Sergio si sedette vicino. — L’anticipo forse sì — disse onesto. — E tempo. Ma se accettiamo ora l’amministrazione solo per velocità, non ci liberiamo più. Vivrai sorvegliata, ogni passo “per sicurezza”. Paolo strinse i pugni. — Pensi che voglia umiliarla? — Penso che controlli perché hai paura — disse Sergio. — E perché è più facile. Paolo si alzò di scatto. — Facile? Prova tu. Vieni una volta a settimana e fai la morale. Anche Sergio si sollevò, ma si fermò. Vide la mamma contrarsi, come se la lite fosse uno schiaffo. — Basta — disse. — Non è una gara. È la mamma che deve essere al centro. Mamma, vuoi che Paolo possa firmare per te? La mamma tacque a lungo. Poi disse: — Voglio che siate entrambi quando firmo. E che mi diciate la verità. Anche se fa male. Sergio annuì. — Così sarà. L’indomani Sergio andò dal notaio solo, con la visura e la certificazione. Lo studio era in centro, vecchio stabile con scalone lucido. Il notaio, uomo distinto, valutò i documenti. — La certificazione non basta per negare la firma — disse. — Ma consiglierei la presenza dello psichiatra o una relazione aggiornata. E la firma personale di sua madre. Deleghe generiche, impossibili. — Gli acquirenti aspettano, — disse Sergio. — Gli acquirenti aspettano sempre, — rispose il notaio. — Poi non aspettano più. Decide lei. Uscì e chiamò l’agente. — Spostiamo la firma — disse Sergio. — Di quanto? — l’agente gelido. — Due settimane. Serve la relazione medica. — Gli acquirenti potrebbero rifiutare. L’anticipo va restituito. — Lo restituirò, — rispose, sorpreso dal proprio tono calmo. Di sera informò la mamma e Paolo. Paolo sbottò, parlò di “occasione persa”, “hai rovinato tutto”, poi tacque, uscì sbattendo la porta piano, il vestito tremò sull’attaccapanni. La mamma in cucina girava la penna tra le dita. — Non torna? — chiese. — Torna — disse Sergio. — Gli serve tempo. — E a me? — chiese. Capì che domandava non della attesa, ma del tempo di vita rimasto e di quanto si sarebbe sentita “sotto tutela”. — Serve tempo anche a te — disse. — E il diritto. La settimana dopo andarono dalla psichiatra privata, per evitare attese. La mamma agitata, ma solida. Il medico fu calmo, domandò date, figli, motivi della vendita. La mamma sbagliò un numero, ma spiegò il senso della vendita, il passaggio dei soldi e lo scopo. La relazione arrivò subito: “Condizione compatibile con la comprensione e la direzione delle proprie azioni”. Sergio teneva la carta come scudo, ma sentiva amarezza: la capacità di essere se stessa doveva essere confermata da un timbro. Gli acquirenti, alla fine, rifiutarono. L’agente scrisse: “Hanno trovato altro”. Poi: “Restituite l’anticipo entro venerdì, altrimenti contestazione”. Sergio restituì i soldi, in parte dai suoi risparmi. Doloroso, ma non devastante. Paolo non chiamò per tre giorni. Poi venne, senza preavviso. La mamma aprì, Sergio sentì le voci. — Mamma, perdonami — disse Paolo. — Ho esagerato. — Non mi hai offenduta, — rispose. — Mi hai fatto paura. Entrò in cucina, si sedette davanti a Sergio. — Credevo di fare giusto — disse. — Non volevo che qualcuno… — Capisco — disse Sergio. — Ora si fa così: ogni documento solo con lei e noi. Se hai paura, dillo direttamente, non tramite certificati. Paolo annuì, ma era ancora testardo. — E se poi davvero… — non finì. La mamma lo fissò pacata. — Allora deciderete insieme. Ma finché capisco e sono viva, voglio che mi chiediate. Sergio vide che la famiglia non era diventata armoniosa. Le offese erano sul fondo, pesanti. La vendita saltata, soldi restituiti, il nuovo appartamento perso. Ma in cartella ora c’erano altri fogli: delega limitata a Sergio per bollette e banca, consenso della mamma per il conto condiviso, elenco di domande che lei stessa aveva scritto grande per il futuro notaio. Tardi, Sergio stava per uscire. La mamma lo accompagnò alla porta, come sempre. — Sergio, — disse porgendogli un mazzo di chiavi. — Prendi il secondo mazzo. Ma non perché non ce la faccio. È solo per stare tranquilli. Sergio prese le chiavi, sentì il freddo del metallo e annuì. — È per stare tranquilli — ripeté. Uscì sul pianerottolo, non scese subito. Dietro la porta, i passi di mamma, il click della serratura. Pensava: la verità non è venuta fuori tutta. Chi appose la nota, perché nessuno spiegò, dove finisce la cura e comincia il potere — tutto può riemergere. Ma ora la mamma aveva voce, fissata non solo dalle parole, ma dai fatti. E quello non glielo avrebbe tolto più nessuno.

Un certificato

La chiave dellappartamento di mia madre stava in tasca, vicina alla ricevuta dellanticipo. Continuavo a toccare il foglio attraverso la stoffa, quasi potesse darmi la sensazione di tenere le cose sotto controllo. Tra tre giorni, dal notaio, avremmo dovuto firmare il contratto di compravendita. Gli acquirenti avevano già versato cinquantamila euro: il mediatore ogni sera mandava messaggi con i promemoria delle scadenze. Io rispondevo in modo asciutto, senza emoticon, e mi accorgevo che leggevo quei messaggi quasi come minacce.

Salii il quinto piano a piedi, il palazzo non aveva lascensore. Mi fermai davanti alla porta, presi fiato, e solo allora suonai il campanello. Mia madre non aprì subito; sentii i suoi passi lenti, poi il clic della serratura.

Sergio, sei tu? Aspetta… la catenella… parlava più forte del necessario, con una tensione che sembrava una scusa preventiva.

Sorrisi come meglio potevo e mostrai la busta.

Ho portato la spesa. E possiamo rivedere il contratto.

Il contratto mia madre indietreggiò nel corridoio per farmi entrare. Mi ricordo, ma non mi mettere fretta.

Lappartamento era caldo, i termosifoni erano accesi, una borsa di medicinali giaceva sullo sgabello vicino allingresso. Sul tavolo della cucina cera un piatto con una mela mangiucchiata, accanto un taccuino dove mia madre scriveva in grande: Prendere le medicine, Telefonare allufficio tecnico, Sergio viene.

Sistemai la spesa, misi il latte in frigo e controllai la chiusura dello sportello. Lei mi guardava come se anche quello fosse parte della trattativa.

Hai preso il pane sbagliato, di nuovo, disse, ma senza rimprovero.

Non cera altro, risposi. Mamma, ti ricordi perché stiamo vendendo?

Si sedette, le mani giunte sulle ginocchia.

Perché io possa stare meglio. Non dover salire questi piani. E perché voi si fermò, la parola voi le pesava. Perché non litighiate.

Sentii salire il fastidio, ma non verso di lei, verso la situazione. Litigavamo comunque, ma al telefono, sottovoce, così che mamma non sentisse.

Non litighiamo, mentii. Stiamo decidendo insieme.

Lei annuì. Lo sguardo era deciso, fiero.

Voglio vedere il nuovo appartamento prima di firmare. Me lo avevi promesso.

Ci andiamo domani, risposi. È al piano terra, cè il cortile, il supermercato è vicino.

Estrassi dal fascicolo tutti i documenti: il contratto preliminare, la ricevuta, le visure catastali, le copie dei documenti didentità. Tutto ordinato, come se la carta potesse portare ordine anche in famiglia.

E questo cosè? mia madre prese un foglio che non ricordavo.

Era sottile, aveva il timbro della ASL e la firma del medico. In alto: Certificato. Sotto, frasi che mi lasciarono la bocca secca: riscontro di lieve decadimento cognitivo, consigliata valutazione per amministrazione di sostegno, possibile capacità limitata.

Da dove viene questo? domandai, sforzandomi di restare calmo.

Lei guardò il foglio come fosse estraneo.

Me lo hanno dato in ambulatorio. Pensavo servisse per la richiesta alle terme.

Chi te lha dato? Quando?

Alzò le spalle.

Ero con cercava la parola. Con Paolo. Ha insistito: Così non ti fregano. Ho firmato quel che mi ha detto la signora della reception, senza leggere, non avevo gli occhiali.

Sentivo che le cose si svelavano lentamente, e la sensazione peggiorava. Mio fratello Paolo, da mesi, non faceva che ripetere: Mamma non può stare da sola, dimentica tutto, la ingannano. Lo diceva con premura, ma a ogni parola traspariva la stanchezza.

Ma capisci cosa significa questo? alzai il certificato.

Abbassò lo sguardo.

Che sono esitò. Scema?

No. Vuol dire che qualcuno sta preparando i documenti affinché tu non possa firmare da sola. Che decidano al posto tuo.

Alzò di scatto la testa.

Non sono mica una bambina.

Vidi le sue labbra tremare. Non pianse, ma gli occhi si fecero lucidi, di quel bisogno di difesa che non si mostra mai.

So dove tengo i soldi, disse in fretta. Mi ricordo quando vi portavo a scuola, so che la casa è mia. Non voglio che mi non completò la frase.

Riposi il certificato nella cartellina con estrema cautela, come fosse rovente.

Ne parlo io, promisi. Oggi stesso.

Andai in balcone a chiamare Paolo. Sul balcone, cerano i vasi di cetrioli di mamma, vuoti, lavati e ordinati in una scatola. Notai che i coperchi erano messi da parte, sistemati. Lei poteva anche scordare gli occhiali, ma quei barattoli erano sempre al loro posto.

Paolo rispose subito.

Comè andata? aveva la voce sicura, come quando fingeva padronanza.

Sei stato tu a portare la mamma in ambulatorio? chiesi.

Silenzio.

Sì. Lho fatto perché serviva. Si confonde, Sergio, lo hai visto anche tu.

Ho visto che si affatica. Non è lo stesso. Sai che le hanno dato un certificato per lamministrazione di sostegno?

Non drammatizzare. È solo un consiglio. Il notaio vuole essere tranquillo, evitano le truffe.

Strinsi il telefono.

Il notaio non cerca scuse, valuta la capacità di intendere e di volere. Se trova la dicitura capacità limitata, può bloccare la pratica.

E se invece lo fa, magari dopo impugnano tutto e ci mandano in tribunale. Vuoi questo? Paolo era rapido, i suoi ragionamenti sembravano già preparati. Io voglio che sia tutto in regola.

In regola vuol dire che la mamma sa cosa firma. Non che firma senza leggere.

Stai sempre a dare la colpa a me? la sua voce si fece dura. Io ci vado più di te. Ho visto quando si scorda di spegnere il gas.

Ripensai a ieri, mamma mi aveva chiamato per sapere che giorno fosse, ma rammentava perfettamente la cifra dellanticipo e chiedeva se la ricevuta fosse corretta.

Oggi vado allambulatorio, dissi. E poi dal notaio. Vieni anche tu stasera, ne parliamo insieme alla mamma.

Non davanti a lei, si agita.

Davanti a lei, sì. Riguarda lei.

Ritornai in cucina. Mia madre era seduta con le mani raccolte e fissava il vetro come cercasse una risposta.

Non ti arrabbiare con me, disse, senza voltarsi. Paolo è buono. Ha paura, tutto lì.

Sentii dentro di me qualcosa che si spezzava. Difendeva Paolo anche ora.

Non sono arrabbiato con lui, risposi. Mi dà fastidio che a te non abbiano spiegato niente.

Misi in ordine la cartellina, il certificato in una busta separata e nella borsa. Prima di uscire controllai gas e finestre. Mia madre mi accompagnò alla porta.

Sergio, disse piano. Non dare la mia casa al primo che capita.

Nessuno la darà via, promisi. E nessuno darà via te.

Allambulatorio passai quasi due ore: file alla reception, la ricerca del giusto ufficio, spiegazioni del motivo per cui cercavo informazioni. La donna dietro il vetro era comprensibilmente sfinita.

Dati sanitari riservati. Serve delega.

È mia madre, cercai di rimanere calmo. Non sa cosha firmato. Devo almeno sapere chi ha chiesto questa annotazione.

Venga lei in persona, tagliò corto.

Uscii nel corridoio, richiamai mamma.

Puoi venire subito? domandai.

Ora? la sua voce era insicura, preoccupata. Non mi sono preparata

Passo a prenderti, la rassicurai. È importante.

Tornai da lei, salii i cinque piani e laiutai a indossare il cappotto, trovai gli occhiali sul davanzale, così non li dimentico. Camminava piano tenendosi al corrimano, ma con passo sicuro.

Allambulatorio, di nuovo in fila. Mamma osservava la gente, i manifesti per lo screening, sembrava rimpicciolirsi.

Mi sento come una bambina, sussurrò quando arrivò allo sportello.

Sei adulta, le dissi. Semplicemente qui funziona così.

Con lei, la receptionist si ammorbidì. Prese i documenti, aprì la scheda sanitaria.

Siete stati dal neurologo due settimane fa, spiegò. E dal centro di salute mentale, su richiesta.

Mia madre si irrigidì.

Centro di salute mentale? ripeté. Non lo sapevo.

È routine per chi segnala problemi di memoria, precisò la signora, ma sembrava quasi dubbiosa.

Chiesi la stampa degli accessi e copia del certificato. Diniego, ma concessero a mamma di chiedere il riepilogo per il notaio. Firmò la richiesta, stavolta con gli occhiali, leggendo tutto.

Ecco, disse la receptionist. Andate dalla responsabile se avete domande.

La direttrice aveva lo studio chiuso: Ricevimento dalle 14:00 sul foglio attaccato. Era mezzogiorno e mezzo.

Non faremo in tempo, disse mia madre. Nella sua voce, il sollievo si percepiva. Come se il rinvio la salvasse.

Aspettiamo, insistetti.

Seduti su una panca, lei stringeva la stampa come fosse un biglietto prezioso.

Sergio, senza guardarmi, a volte davvero mi confondo. Può capitare di scordare se ho già mangiato. Ma non voglio che mi consideriate finita.

Osservai le sue mani: pelle sottile, vene evidenti, ma dita ancora agili. Ricordai come, da piccolo, mi avvolgeva la sciarpa, e io, imbarazzato, mi sentissi incapace.

Nessuno ti cancellerà, se non lo vuoi tu, risposi.

E se non capirò quando sto dicendo sì o no?

La domanda colpì più del certificato.

Io ci sarò, promisi. Faremo in modo che tu capisca.

La direttrice ci accolse alle 14.20: una donna precisa, rassicurante.

Non cè alcuna dichiarazione di interdizione per sua madre, spiegò, esaminando la scheda. Cè una sola annotazione del medico: possibile lieve decadimento cognitivo; consigliata consulenza col servizio sociale. Non la impedisce di vendere casa.

Ma il notaio vedrà la nota e potrebbe fermare la vendita, obiettai.

Il notaio valuta al momento disse. Se ha dubbi, può chiedere relazione dello specialista o assistere alla firma. Ma il certificato non è un veto.

Mamma stringeva la borsa.

Chi ha chiesto la valutazione per lamministrazione di sostegno? domandai.

La direttrice mi guardò interrogativa.

Risulta: accompagnata da figlio. Non è specificato il nome. Il medico ha scritto secondo i test. Non si chiede ufficialmente di annotare così.

Capii che insistere era inutile. Tutto sembrava tutelare, a norma. Le zone grigie iniziavano dal momento delle firme, quando lei non aveva letto.

Tornando, mamma era affaticata ma dignitosa. In autobus, allimprovviso disse:

Paolo pensa che potrei vendere la casa a chiunque e restare senza niente.

Ha paura, risposi.

E tu di cosa hai paura?

Non risposi subito. Avevo paura che saltasse la vendita, che gli acquirenti reclamassero lanticipo in tribunale, che perdessimo lopportunità per il nuovo appartamento, che mamma restasse qui ancora tanti anni. Ma temeva di più che mamma diventasse solo oggetto di cura, non persona.

Ho paura che smettano di chiedere il tuo parere, ammisi.

La sera Paolo venne. Si tolse le scarpe, entrò in cucina come fosse casa sua. Mamma mise i piatti, aprì il frigo per il contorno. Notai che si sforzava di essere calma, come se fosse una cena normale.

Come stai, mamma? Paolo si chinò, le diede un bacio.

Bene, rispose secca. Oggi ho scoperto che ero dal centro di salute mentale.

Paolo si bloccò, quindi guardò me.

Non volevo spaventarti, mamma. È solo una visita medica, ormai lo fanno a tutti.

Non mi hanno visitata, disse lei. Ci sono andata trascinata.

Misi la stampa sul tavolo.

Paolo, capisci che questa annotazione può bloccare la vendita? gli dissi.

E tu capisci che senza questa la vendita potrebbe essere rischiosa? Il notaio deve vedere che è tutto regolare. Non voglio che dicano poi: La signora non capiva.

Capisce, replicai.

Oggi sì, domani chissà. Hai occhi per vedere, Sergio. Può firmare di tutto.

Mamma posò decisa la mano sul tavolo, non forte ma il gesto fu netto.

Non firmo di tutto. Firmo quello che mi spiegano.

Paolo abbassò lo sguardo.

Mamma, sono esausto, disse piano. Ogni giorno vivo con la paura che ti chiamino per spillarti soldi. Ho visto la nostra vicina imbrogliata. Non voglio che succeda a te.

Non sentivo avidità nelle sue parole, ma timore. E la paura non dava diritto di decidere senza mamma.

Facciamo così, proposi. Niente amministrazione di sostegno. Niente incapacità. Andiamo dal notaio in anticipo, senza acquirenti: mamma con i suoi occhiali, calma. Il notaio le parla. Se serve, il certificato dello specialista. E la procura solo per atti specifici, e il denaro messo su un conto cointestato a scelta sua: o io e lei, o lei e Paolo.

Paolo mi fissò.

Ci vuole tempo. Gli acquirenti non aspettano.

Se non aspettano, si ritirano, sbottai. Mamma trasalì. Non sacrifico la dignità di mamma per la velocità.

Lei mi guardò: nei suoi occhi cera paura, ma anche gratitudine.

E se perdiamo i soldi? chiese sommessa.

Mi sedetti accanto.

Magari perdiamo lanticipo. E tempo. Ma se cediamo su questo ora, poi non si torna più indietro. Vivrai controllata, e ogni scelta sarà per proteggerti.

Paolo strinse i pugni.

Pensi che io voglia umiliarla? chiese.

Penso che tu vuoi controllare, perché hai paura. E perché pensi sia più semplice.

Si alzò di colpo.

Semplice? Prova tu. Vieni una volta a settimana e credi di sapere come si fa.

Mi alzai anchio, poi mi fermai. Vidi mamma smarrita, come se la nostra lite fosse un dolore fisico.

Basta, dissi. Non conta chi fa di più. Conta che mamma sia al centro. Mamma, vuoi che Paolo abbia il diritto di firmare per te?

Lungo silenzio. Poi:

Voglio che ci siate tutti e due, quando firmo. Voglio la verità, anche se fa male.

Annuii.

Così facciamo.

Il giorno dopo andai dal notaio con la stampa e il certificato. Lo studio era in centro, in un palazzo antico, le scale lisce per lusura. Il notaio, un uomo preciso, scrutò i documenti.

Il certificato non è un ostacolo, spiegò. Ma consiglio presenza dello psichiatra, o una relazione. E sua madre deve venire di persona. Niente procure generiche.

Gli acquirenti sono impazienti, feci notare.

Sempre lo sono, poi si ritirano. Tocca a voi decidere.

Uscendo, chiamai il mediatore.

Rimandiamo la firma, annunciai.

Di quanto? la sua voce era fredda.

Due settimane. Serve relazione medica.

Gli acquirenti potrebbero rinunciare, avvertiva. E lanticipo va restituito.

Restituiremo, risposi. Stupito dalla mia calma.

Lo comunicai in serata. Paolo si arrabbiò molto, parlò di occasione persa, di hai rovinato tutto. Poi tacque, uscì sbattendo appena la porta.

Mamma rimase in cucina, stringeva una penna.

Non verrà? chiese.

Torna, dissi. Deve solo pensarci.

E io?

Capivo che chiedeva del tempo che le restava vivere, di quanto ancora sarebbe padrona della sua esistenza e non assistita.

Anche tu hai diritto al tempo, le dissi. E al tuo diritto di scegliere.

Dopo una settimana andammo da uno psichiatra in uno studio privato, per non aspettare i tempi delle visite pubbliche. Mamma era tesa ma composta. Il medico le parlò con calma, domande su data, famiglia, motivi della vendita. Sbagliò il numero del giorno, ma sapeva spiegare che vendeva per trasferirsi, che i soldi servivano a lei e alla nuova casa.

La relazione arrivò subito: La signora è cosciente e sa gestire i propri atti. Stringevo quel foglio come fosse protezione, e provavo insieme amarezza: bisognava un timbro per riconoscere la sua autonomia.

Gli acquirenti si ritirarono. Il mediatore scrisse: Hanno trovato altrove. Poi: Restituite lanticipo entro venerdì, o ci saranno reclami. Pagai subito, attingendo ai risparmi. Doloroso, ma non dannoso.

Paolo non chiamò per tre giorni. Una sera si presentò senza preavviso. Mamma aprì, io li sentii parlare nellingresso.

Mamma, scusami, disse Paolo. Ho esagerato.

Non mi hai offeso. Mi hai fatto paura.

Entrò in cucina, si sedette davanti a me.

Pensavo di fare la cosa giusta, ammise. Non volevo che ti succedesse nulla

Lo so, risposi. Ma dora in avanti, ogni foglio si firma insieme. E se ti spaventi, lo dici chiaro, non con le carte.

Annui, ma il suo sguardo rimase ostinato.

Se un giorno non sarà più lucida lasciò sospeso.

Mamma lo guardava calma.

Allora decidete insieme. Ma finché capisco, voglio che mi chiediate.

Capivo che non eravamo una famiglia unita. I rancori restavano, uno strato sul fondo. La vendita saltata, lanticipo restituito, via la nuova chance di casa. Ma in cartella cerano ora: procura limitata a me per le bollette e i rapporti con la banca, consenso condiviso per il libretto cointestato, e un elenco di domande che mamma aveva scritto a grandi lettere, per il futuro incontro col notaio.

Tardi, prima di uscire, mi accompagnò alla porta.

Sergio, disse, porgendomi un mazzo di chiavi. Prendilo tu, il secondo set. Non perché tema di non farcela, ma perché così siamo più tranquilli.

Presi le chiavi, sentii il freddo del metallo e annuii.

Si sta più tranquilli, replicai.

Non scesi subito le scale. Dietro la porta, il passo di mamma, poi il solito clic. Restai lì, pensando che la verità non era ancora del tutto emersa. Chi aveva chiesto quel certificato, perché nessuno aveva spiegato cosa firmasse, dove finisce la cura e inizia il controllo: tutto sarebbe potuto venire a galla. Ma adesso, mamma aveva una voce, fatta di parole e gesti condivisi. E quello, almeno, non si poteva togliere tanto facilmente.

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seventeen + seven =

Una sola certificazione La chiave dell’appartamento di mamma era nella tasca della giacca di Sergio, insieme alla ricevuta dell’anticipo ricevuto. Sentiva la carta attraverso il tessuto, come se così potesse tenere la situazione in pugno. Tra tre giorni sarebbero andati dal notaio a firmare il contratto di compravendita, gli acquirenti avevano già versato centomila euro, e l’agente immobiliare mandava ogni sera messaggi per ricordare le scadenze. Sergio rispondeva in modo secco, senza emoticon, e si accorgeva di leggere quegli avvisi come minacce. Salì al quinto piano senza ascensore, si fermò davanti alla porta, prese fiato, poi suonò. La mamma aprì solo dopo un po’. Oltre la porta, si sentirono passi trascinati, poi il clic della serratura. — Sergio, sei tu? Aspetta… che tolgo la catenella… — parlava più forte del necessario, e nella voce c’era tensione, come se si giustificasse in anticipo. Sergio sorrise come poteva e mostrò la busta. — Ho portato la spesa. E rivediamo anche il contratto. — Il contratto… — la mamma si fece da parte nel corridoio, lasciandolo entrare. — Sì, me lo ricordo. Ma non mettermi fretta. In casa faceva caldo, i termosifoni bollivano, sulla seggiola all’ingresso c’era la borsa dei medicinali. Sul tavolo della cucina una mela a metà mangiata, accanto il bloc-notes dove la mamma scriveva in grande: “Prendere le pillole”, “Chiamare l’amministratore”, “Sergio arriva”. Sergio sistemò la spesa, mise il latte in frigo, verificò che la porta fosse chiusa. La mamma osservava, come se anche questo facesse parte della trattativa. — Hai preso il pane sbagliato, di nuovo — disse lei, ma senza rabbia. — Non ce n’era altro — rispose Sergio. — Mamma, ti ricordi perché stiamo vendendo? Si sedette, incrociò le mani sulle ginocchia. — Perché sia più semplice per me. Per non salire più questi piani. E perché voi… — si fermò, come se “voi” fosse troppo pesante da pronunciare. — Perché voi non litighiate. Sergio sentì salire il fastidio — non per lei, ma per quella frase. Litigavano eccome, solo sotto voce, al telefono, perché lei non sentisse. — Non litighiamo, — mentì. — Stiamo decidendo. La mamma fece cenno di sì, ma aveva uno sguardo fermo, limpido e testardo. — Voglio vedere il nuovo appartamento prima di firmare. Hai promesso. — Domani andiamo — disse Sergio. — Primo piano, cortile, supermercato sotto casa. Prese i documenti dalla cartella: il preliminare, la ricevuta, la visura catastale, le copie dei documenti. Tutto in ordine nei fogli, come se la sistemazione nella cartella potesse sostituire l’ordine in famiglia. — Cos’è questo? — la mamma si allungò verso un foglio che Sergio non ricordava. Era sottile, con il timbro della ASL e la firma del medico. In alto — “Certificazione”. Più sotto — parole che gli fecero seccare la bocca: “segni di decadimento cognitivo”, “si consiglia valutazione per amministrazione di sostegno”, “possibile capacità giuridica limitata”. — Da dove viene? — chiese, cercando di controllarsi. La mamma guardò il foglio, come se non fosse suo. — Me l’hanno dato. In ambulatorio. Credevo fosse per la richiesta al Centro Termale. — Chi te l’ha data? Quando? La mamma alzò le spalle. — Ci sono andata con… — cercò la parola. — Con Paolo. Mi ha detto che serviva controllare la memoria, per non farmi fregare. Ho accettato. La segretaria mi ha fatto firmare, avevo dimenticato gli occhiali. Sergio sentì formarsi il quadro, e peggiorò ancora. Da mesi il fratello minore Paolo ripeteva: “Non può stare sola, dimentica tutto, la imbroglierebbero”. Parlava con premura, ma nel tono c’era stanchezza. — Mamma, sai cosa significa? — Sergio sollevò la certificazione. — Che sono… — la mamma abbassò gli occhi. — Che sono scema? — No. Significa che qualcuno ha cominciato la pratica per farti togliere il diritto di firmare da sola. Per decidere al posto tuo. La mamma scattò alza testa. — Non sono una bambina. Le tremarono le labbra. Non pianse, ma negli occhi le era spuntata un’umidità da offesa che non si poteva mostrare. — So dove tengo i soldi — disse in fretta. — Mi ricordo quando vi portavo a scuola. Lo so che la casa è mia. Non voglio che mi… — non finì. Sergio rimise delicatamente la certificazione nella cartella, come se scottasse. — Me ne occupo io — disse. — Subito. Uscì sul balcone per chiamare il fratello. Sul balcone c’erano i barattoli di cetriolini della mamma, vuoti, lavati, ordinati nella scatola. Notò che i coperchi erano impilati a parte, precisi. La mamma poteva dimenticare gli occhiali, ma i barattoli erano sempre in ordine. Paolo rispose subito. — E allora, tutto ok? — tono squillante, tipico di chi vuole apparire sicuro. — L’hai portata tu in ambulatorio? — chiese Sergio. Pausa. — Sì. E allora? Te l’ho detto che serviva. Si perde, lo sai anche tu. — Ho visto che si stanca. Non è la stessa cosa. Lo sai che le hanno dato una certificazione per l’amministratore di sostegno? — Non drammatizzare. È solo una raccomandazione. Per il notaio, così non si rischia truffe. Sergio strinse il telefono. — Il notaio non “fa storie”, controlla la capacità. Se trova “capacità limitata” può bloccare la firma. — E se lo fa, poi qualcuno ci denuncia. Vuoi passare gli anni nei tribunali? Io voglio che sia tutto pulito. — Pulito è quando la mamma sa cosa firma. Non quando le fanno firmare senza occhiali. — E mi stai dando la colpa? — rabbia nella voce di Paolo. — Vengo più spesso di te. So che dimentica il gas acceso. Si ricordò di ieri, quando la mamma gli aveva chiesto che giorno fosse, ma poi aveva dettagliato la cifra dell’anticipo e chiesto se la ricevuta era corretta. — Oggi vado in ambulatorio — disse Sergio. — E dal notaio. Tu vieni stasera. Parliamo tutti insieme. — Non davanti a mamma, si agita. — Davanti a mamma sì. Riguarda lei. Rientrò in cucina. La mamma, mani intrecciate, guardava fuori dalla finestra come a cercare una risposta. — Non ti arrabbiare con me — disse lei senza voltarsi. — Paolo è buono. Ha paura. Sentì che dentro qualcosa gli si sistemava. Persino adesso, la mamma difendeva il fratello. — Non sono arrabbiato con lui — disse. — Mi fa rabbia che nessuno ti ha chiesto. Radunò i documenti, mise la certificazione in un raccoglitore separato e uscì. Controllò gas e finestre. La mamma lo accompagnò alla porta. — Sergio, — sussurrò. — Non dare la mia casa agli estranei. — Mai — rispose. — E te stessa, nemmeno. In ambulatorio Sergio rimase quasi due ore. Fila in segreteria, poi caccia dello studio, poi chiarimenti su chi aveva chiesto la certificazione. La donna dietro al vetro rispose stanca: — Privacy. Solo con delega. — È mia madre — disse cercando di non alzare la voce. — Non sa cosa ha firmato. Serve sapere chi ha chiesto il parere. — Deve venire di persona. Sergio uscì, chiamò la mamma. — Puoi venire ora? — chiese. — Ora? — tono di sorpresa e ansia. — Non sono pronta. — Passo a prenderti — disse. — È importante. Tornò indietro, salì il quinto piano, aiutò la mamma con il cappotto, trovò gli occhiali sul davanzale, “per non scordarli” li aveva messi lì. Si mosse piano, appoggiandosi al corrimano, ma aveva passo sicuro. In ambulatorio rifecero la fila. La mamma guardava persone e locandine sulla prevenzione come se rimpicciolisse. — Mi sento come una scolara — disse all’approccio dello sportello. — Sei adulta — rispose Sergio. — Qui funziona così. Con la mamma, la segretaria fu più gentile. Prese i documenti, trovò la cartella. — Due settimane fa dal neurologo — disse. — E dallo psichiatra su richiesta. La mamma si spaventò. — Dallo psichiatra? — chiese. — Non me l’avevano detto. — È la prassi se si lamenta la memoria, — aggiunse la segretaria, senza convinzione. Sergio chiese copia dei documenti e del certificato. Negato a lui, ma concessa alla mamma la visura per il notaio. La mamma firmò, questa volta con gli occhiali, leggendo bene ogni riga. — Ecco — disse la donna — Andate dalla responsabile se avete domande. La responsabile aveva lo studio chiuso, biglietto sullo sportello: “Ricevimento dalle 14:00”. Erano le 12:30. — Non ce la facciamo — la mamma disse con sollievo, come se fosse una tregua. — Ce la facciamo — disse Sergio. — Aspettiamo. Sedettero sulla panca. La mamma teneva la visura come un biglietto da non perdere. — Sergio — senza guardarlo. — È vero che mi confondo. Magari mi scordo di aver pranzato. Ma non voglio essere… messa da parte. Guardò le mani di lei. Pelle sottile, vene in rilievo, ma dita ancora forti. Ricordò in infanzia come lei gli legava la sciarpa, e la sua stessa vergogna di essere debole. — Nessuno ti mette da parte se non vuoi tu — disse. — E se non capisco cosa sto firmando? Quella domanda colpì più della certificazione. — Allora sono qui con te — rispose. — Farò di tutto perché tu capisca. La responsabile li ricevette alle 14:20. Donna concentrata, toni misurati. — Non c’è sentenza di interdizione per sua madre — disse, sfogliando la cartella. — C’è la nota del medico: “possibile decadimento cognitivo”, raccomandata consultazione con i servizi sociali. Non limita il diritto di firmare. — Ma il notaio potrebbe rifiutare — disse Sergio. — Il notaio valuta la capacità al momento della firma — rispose la responsabile. — Se ha dubbi, chiede visita psichiatrica o la presenza di un medico. Il certificato da solo non è un veto. La mamma stringeva la borsa. — Chi ha chiesto di scrivere della tutela? — chiese Sergio. La responsabile lo fissò. — Nella cartella c’è scritto “accompagnato da figlio”, senza cognome. Il medico può scrivere in base ai test. Nessuno chiede ufficialmente certe aggiunte. Sergio capì che non poteva andare oltre. Qui tutto era scrupolo formalizzato. La zona grigia era dove la mamma firmava senza leggere. Tornando, la mamma era esausta ma dignitosa. In autobus disse: — Paolo crede che potrei vendere la casa a chiunque e restare per strada. — Ha paura — disse Sergio. — E tu di cosa hai paura? Non rispose subito. Temeva che la firma venisse bloccata, che gli acquirenti chiedessero indietro l’anticipo, che perdessero la nuova soluzione, che la mamma restasse in quel palazzo per anni. Ma aveva paura anche di altro: che smettessero di vederla come mamma, diventasse solo “oggetto di cura”. — Ho paura che smettano di chiederti — disse. La sera Paolo arrivò. Si tolse le scarpe, andò in cucina come in casa propria. La mamma mise i piatti, tirò fuori l’insalata. Sergio notò l’impegno a fingere fosse una cena qualunque. — Mamma, come stai? — Paolo le diede un bacio sulla guancia. — Bene, — rispose fredda. — Oggi ho scoperto che sono stata dallo psichiatra. Paolo rimase interdetto, poi guardò Sergio. — Non volevo spaventarti, mamma. È routine, ora controllano tutti. — Non mi hanno controllata, mi hanno accompagnata. Sergio posò la visura. — Paolo, sai che quella nota può bloccare tutto? — chiese. — E tu sai che senza quella la vendita è rischiosa? Il notaio deve vedere che è tutto regolare. Non voglio che qualcuno dica “non capiva”. — Capisce — disse Sergio. — Oggi capisce, domani no — Paolo era nervoso. — Può firmare di tutto. La mamma diede un colpo sul tavolo — non forte, ma netto. — Non firmo di tutto, firmo se mi spiegano. Paolo abbassò lo sguardo. — Mamma, sono stanco — disse. — Ogni giorno penso che la chiamino per farle trasferire i soldi. La vicina è stata raggirata, non voglio per te. Sergio sentì la paura, non l’avidità. Ma la paura non dà diritto di decidere per mamma. — Facciamo diverso — disse Sergio. — Niente amministratore. Niente interdizione. Andiamo dal notaio prima, senza acquirenti. Mamma con gli occhiali, calma. Lui la interroga. Se serve, relazione dello psichiatra. Diamo delega limitata, solo per le bollette e operazioni precise. I soldi sul conto, firme due: mia e di mamma. O di mamma e Paolo, come lei preferisce. Paolo sollevò la testa. — Ci vuole tempo. Gli acquirenti non aspettano. — Allora che vadano — disse Sergio. Venne fuori di getto, e la mamma trasalì. — Non vendo casa se per questo lei viene dichiarata incapace. La mamma lo fissava, c’era uno sguardo nuovo — gratitudine e paura. — Sergio, e se perdiamo i soldi? Sergio si sedette vicino. — L’anticipo forse sì — disse onesto. — E tempo. Ma se accettiamo ora l’amministrazione solo per velocità, non ci liberiamo più. Vivrai sorvegliata, ogni passo “per sicurezza”. Paolo strinse i pugni. — Pensi che voglia umiliarla? — Penso che controlli perché hai paura — disse Sergio. — E perché è più facile. Paolo si alzò di scatto. — Facile? Prova tu. Vieni una volta a settimana e fai la morale. Anche Sergio si sollevò, ma si fermò. Vide la mamma contrarsi, come se la lite fosse uno schiaffo. — Basta — disse. — Non è una gara. È la mamma che deve essere al centro. Mamma, vuoi che Paolo possa firmare per te? La mamma tacque a lungo. Poi disse: — Voglio che siate entrambi quando firmo. E che mi diciate la verità. Anche se fa male. Sergio annuì. — Così sarà. L’indomani Sergio andò dal notaio solo, con la visura e la certificazione. Lo studio era in centro, vecchio stabile con scalone lucido. Il notaio, uomo distinto, valutò i documenti. — La certificazione non basta per negare la firma — disse. — Ma consiglierei la presenza dello psichiatra o una relazione aggiornata. E la firma personale di sua madre. Deleghe generiche, impossibili. — Gli acquirenti aspettano, — disse Sergio. — Gli acquirenti aspettano sempre, — rispose il notaio. — Poi non aspettano più. Decide lei. Uscì e chiamò l’agente. — Spostiamo la firma — disse Sergio. — Di quanto? — l’agente gelido. — Due settimane. Serve la relazione medica. — Gli acquirenti potrebbero rifiutare. L’anticipo va restituito. — Lo restituirò, — rispose, sorpreso dal proprio tono calmo. Di sera informò la mamma e Paolo. Paolo sbottò, parlò di “occasione persa”, “hai rovinato tutto”, poi tacque, uscì sbattendo la porta piano, il vestito tremò sull’attaccapanni. La mamma in cucina girava la penna tra le dita. — Non torna? — chiese. — Torna — disse Sergio. — Gli serve tempo. — E a me? — chiese. Capì che domandava non della attesa, ma del tempo di vita rimasto e di quanto si sarebbe sentita “sotto tutela”. — Serve tempo anche a te — disse. — E il diritto. La settimana dopo andarono dalla psichiatra privata, per evitare attese. La mamma agitata, ma solida. Il medico fu calmo, domandò date, figli, motivi della vendita. La mamma sbagliò un numero, ma spiegò il senso della vendita, il passaggio dei soldi e lo scopo. La relazione arrivò subito: “Condizione compatibile con la comprensione e la direzione delle proprie azioni”. Sergio teneva la carta come scudo, ma sentiva amarezza: la capacità di essere se stessa doveva essere confermata da un timbro. Gli acquirenti, alla fine, rifiutarono. L’agente scrisse: “Hanno trovato altro”. Poi: “Restituite l’anticipo entro venerdì, altrimenti contestazione”. Sergio restituì i soldi, in parte dai suoi risparmi. Doloroso, ma non devastante. Paolo non chiamò per tre giorni. Poi venne, senza preavviso. La mamma aprì, Sergio sentì le voci. — Mamma, perdonami — disse Paolo. — Ho esagerato. — Non mi hai offenduta, — rispose. — Mi hai fatto paura. Entrò in cucina, si sedette davanti a Sergio. — Credevo di fare giusto — disse. — Non volevo che qualcuno… — Capisco — disse Sergio. — Ora si fa così: ogni documento solo con lei e noi. Se hai paura, dillo direttamente, non tramite certificati. Paolo annuì, ma era ancora testardo. — E se poi davvero… — non finì. La mamma lo fissò pacata. — Allora deciderete insieme. Ma finché capisco e sono viva, voglio che mi chiediate. Sergio vide che la famiglia non era diventata armoniosa. Le offese erano sul fondo, pesanti. La vendita saltata, soldi restituiti, il nuovo appartamento perso. Ma in cartella ora c’erano altri fogli: delega limitata a Sergio per bollette e banca, consenso della mamma per il conto condiviso, elenco di domande che lei stessa aveva scritto grande per il futuro notaio. Tardi, Sergio stava per uscire. La mamma lo accompagnò alla porta, come sempre. — Sergio, — disse porgendogli un mazzo di chiavi. — Prendi il secondo mazzo. Ma non perché non ce la faccio. È solo per stare tranquilli. Sergio prese le chiavi, sentì il freddo del metallo e annuì. — È per stare tranquilli — ripeté. Uscì sul pianerottolo, non scese subito. Dietro la porta, i passi di mamma, il click della serratura. Pensava: la verità non è venuta fuori tutta. Chi appose la nota, perché nessuno spiegò, dove finisce la cura e comincia il potere — tutto può riemergere. Ma ora la mamma aveva voce, fissata non solo dalle parole, ma dai fatti. E quello non glielo avrebbe tolto più nessuno.