Chiamata a Sorpresa
Pronto, il signor Paolo Giovanni? la voce allaltro capo era gelida e ufficiale.
Sì, sono Paolo Giovanni. Con chi ho il piacere di parlare?
Sono la direttrice dellIstituto per lInfanzia. Tra una settimana sua figlia compirà tre anni e dovremo trasferirla in unaltra struttura. Conferma che non passerà a prenderla?
Ma che figlia? Quale bambina? Io ho un figlio, Vasco borbottai sconvolto.
Nadia Paolo Sementini. Non è sua figlia?
N-no, non è la mia. Sono Giovanni, Paolo Giovanni, ma Giovanni!
Mi scusi sospirò la voce, palesemente stanca Devesserci stato un qui pro quo.
I toni ripetuti del telefono mi martellavano le orecchie come le campane di una cattedrale. Ma che razza di casino! Una figlia, una bambina, capisci? Ma come diavolo tengono i registri in questi posti?!
Eppure, la chiamata era rimasta lì, una scheggia tra cuore e cervello. Continuavo a pensare a tutti quei bambini senza casa, senza una mamma che li stringa, senza un padre premuroso, senza nonni impiccioni pronti a viziarli. Vasco almeno ne ha uno stormo attorno: zii, zie, nonni di ogni tipo.
Appena tornato a casa, Anna mia moglie, che dopo quasi dieci anni insieme mi legge dentro come un menu di trattoria notò subito il mio stato stralunato e le risposte fuori tempo massimo.
A cena, eccola che mi smonta:
Allora, come si chiama?
Cosa? rimasi di sale (come diavolo ha fatto a capire della bambina? Avranno chiamato pure lei?)
Nadia, dico. Nadietta.
Ah, Nadietta, eh? Io sono Anna e lei è Nadietta, ora? fece alzando la voce.
Sì, insomma. Nadia Paolo Sementini.
Ma dammi pure il codice fiscale, già che ci sei! ringhiò Anna.
Ma che codice fiscale, figurati se ce lha!
Ma sarà una clandestina allora? miagolò, questa volta più sottovoce.
Ma chi è clandestina? davvero ormai mi mancava solo lo svenimento.
La tua Nadia! Vuole farsi ospitare? Confessa, traditore!
Ma che devo confessare?! ero talmente basito che mi dimenticai persino di cenare.
Poi, allimprovviso, Anna scoppiò a piangere. Non un pianto da film, eh, ma di quelli sordi, cattivi, che le rotolano giù dalle guance dritti sul grembiule.
Domani vado da mia madre. E sappi che Vasco non lo lasci qui con te.
Anna, ma che dici? Cosè successo? Perché da tua mamma?
Eh, pensavi che restassi qui a farvi da serva a te e a sta Nadietta?! tuonò.
Fu lì che la follia della situazione iniziò lentamente a schiarirsi nelle mie tempie. La feci sedere sul divanetto della cucina e le raccontai tutto della telefonata.
Ora Anna piangeva dalla compassione per la bambina. Le donne hanno scorte di lacrime degne della fontana di Piazza Navona e le versano alloccorrenza su qualunque argomento! E io, con le lacrime, specie quelle di Anna, non so mai come fare mi scatenano una fifa blu.
Dopo tutto ciò, la cena si concluse a piccole beccatine.
Mi svegliai di colpo in piena notte: Anna era china sul mio cellulare. Mai successo in dieci anni! Quindi, non aveva mica creduto alla storia! Cercava prove di chissà quale tresca Mi fece sentire così deluso, ma anche un po schifato. Poi mi sentii toccare il braccio e un sussurro: Pao, Paolino
Finsi il risveglio.
Pao, era questo qui il numero che ti ha chiamato? Quello fisso?
Sì, risposi in automatico.
Dormi, dormi, e uscì dalla stanza col mio telefono in mano.
Facile per lei dire dormi. Subito dopo, sento il computer che si accende. Resto a letto un altro po, poi mi affaccio in soggiorno. Anna era immersa nel sito dellIstituto per lInfanzia di Firenze (città nostra).
Il computer macinava e alla fine sullo schermo comparve tutto: sito ufficiale, numero di telefono, foto della struttura Anna guardò il display del mio cellulare.
Pa, coincide!
Cosa?
Il numero! Quello che ti ha chiamato è quello dellistituto!
Te lo dicevo. E tu che controlli?
Anna si girò, stizzita:
Non controllo, mi assicuro.
E perché?
Pa, ma è qui vicino, eh. Come fanno ad avere il tuo numero se non centri niente?
Non ci avevo pensato. E se fosse davvero il caso di andare a chiarire, giusto per non rischiare che un giorno mi recapitino a casa la pagella di chissà chi?
Quella notte dormii a singhiozzo. Appena mi assopivo, Anna mi dava la solita gomitata:
Pa, tu sei proprio sicuro che non hai figli sparsi? Magari, per caso la prima cotta, la ritrovi dopo anni, e niente, ci scappa la bambina in ospedale eh, Pa?
Anna, ma quale cotta! Da quando ho iniziato la scuola insieme a te, ho solo te! E tre anni fa, quando Vasco ne ha compiuti tre, era sempre malato: tu eri appena tornata a lavoro, io ero in smart working, ricordi? Sempre io con lui: febbre, dottori, pappe neanche il tempo di salutare il cuscino! Figurati le amanti!
Allora chi ha lasciato il tuo numero da loro? Qualcuno devesserci!
La domanda rodeva pure me. Ripassai in mente tutte le signore intraprendenti ma nulla. Quelle o avevano storie serie, o ci pensavano le loro madri, o, la più fervente, era emigrata in Australia almeno cinque anni prima.
Ma in Italia può succedere davvero limprobabile, quindi il giorno dopo decisi: andiamo in Istituto.
Arrivammo di buonora, e già cera un altro: un tizio biondino, magro magro, vestito pulito ma trasandato; le mani tremavano, forse per lemozione, forse per i postumi della sera prima.
Dopo tocca a voi, tuonò il tipo.
Subito la porta si aprì, e lo invitarono dentro. Quindici minuti di botta e risposta voce dolce e corpo da orso brontolone.
Poi, eccolo che schizza fuori, spettinato e senza fogli. Il nostro turno.
Buongiorno, ci accolse una bruna sui quaranta che mastica lasticella degli occhiali. Per cosa siete qui?
Per la chiamata di ieri, buttai lì, parodico.
Lei si sistemò, segnalando che il tempo delle chiacchiere era scaduto:
Vi prego, dite subito cosa volete.
Le spiegai della telefonata (la voce era la stessa, lavrei riconosciuta dappertutto).
Ah, ecco sospirò. Mi scuso. È stato un errore. Ho chiamato il numero sbagliato.
E come hanno il mio numero?
Vede, signor Paolo Giovanni, ho sbagliato una cifra: il vero numero iniziava con 327, io ho digitato 337. Che poi anche lei si chiami Paolo Giovanni è destino Il vero papà era prima di voi.
Chi? chiesi, conoscendo già la risposta.
Paolo Giovanni Sementini, il padre di Nadia.
La targhetta recitava Teresa Simeoni Mammolito.
Anna notò il nome e domandò:
Signora Teresa, ma quel Paolo Giovanni la prende la bambina?
La direttrice sedette, più greve.
No, non la prende. La madre è morta, e lui ha già sette figli con donne diverse. In tre anni è venuto qui solo due volte, sempre spinto da noi. Nadia non gli interessa. Va bene così?
Annuiamo ancora allibiti e, senza parole, guadagniamo luscita.
Nel cortile, i bambini più grandi scorrazzavano: altalene, scivoli, una gara di macchinine sulla panca. Eppure, il silenzio regnava. Se solo Vasco mette piede in cortile, si scatena subito il finimondo. Qui: niente grida. Solo sussurri fra minuscoli anzianotti: forse erano già diventati grandi, senza aver mai avuto linfanzia.
Niente giochi, pochi vestiti, solitudini infinite, e a volte, pure il gelo delle persone adulte. Sopravvivenza non infanzia.
Mi girai verso Anna. Aveva gli occhi lucidi di nuovo quelle lacrime! Lei le raccoglie come francobolli.
Andavamo lentamente verso il cancello, quando improvvisamente il silenzio fu squarciato da un grido: Mamma! Tutti i bambini si voltarono, e una bimba con un berretto buffo col pon pon corse da noi a braccia aperte. Mamma, mamma, sono qua!
Infilò la testa tra le gambe di Anna e da sotto sgorgò un pianto disperato, di quelli che ti trapanano il cuore.
Nadietta, Nadia! Correvano dietro a noi la maestra e la sua cioccolata salvifica. Alla fine, solo grazie a quella, riuscirono a staccarla da Anna.
Uscimmo di corsa. In macchina, silenzio di tomba. Anna tremava ancora, e io non ero da meno. Mani che ballavano il tarantolato come il mio omonimo. Parcheggiai per riprendermi.
Anna mi fece cenno verso linsegna di un negozio a due passi: Il piccolo mondo.
Senza dirci nulla, quasi commossi, scendemmo insieme, mano nella mano, direzione negozietto.
Dovevamo prendere una bambola, e un vestitino rosa.
La nostra piccola Nadia sarà la più elegante di tutte!





