Sono arrivata da mia figlia senza preavviso e ho scoperto qualcosa che avrei preferito non dover immaginare.
A volte la felicità sembra una cosa semplice: i figli sani, le famiglie solide, i nipotini che ridono. Mi sono sempre ritenuta felice cera il marito amato, la figlia Ginevra e i suoi piccoli. Bastavano gli euro per una vita modesta, ma la nostra casa era piena di caldo e armonia. Sembrava che non servisse altro.
Ginevra si è sposata a ventidue anni, il suo sposo aveva trentacinque. Noi, Carlo e io, lo abbiamo approvato subito: Luca Bianchi, uomo di posizione, con un appartamento nel centro di Bologna, ingegnere non povero. Non un ragazzino, ma un uomo con i piedi ben piantati per terra. Ha pagato lui stesso il matrimonio, ha inviato la moglie in Sardegna per la luna di miele e le ha regalato degli orecchini doro. I parenti erano in estasi: «La nostra Ginevra ha colto il toro per le corna, subito in seta».
I primi anni sono passati lisci come lolio. È nato Giovanni, poi Chiara, e la famiglia si è trasferita in un casale fuori Roma, venendo a trovarci nei festeggiamenti. Ma col tempo ho notato che la figlia sembrava spegnersi. Rispondeva in monosillabi, sorrideva a fatica, e nei suoi occhi cera un vuoto che una madre non può ignorare.
Un giorno, non reggendolo più, ho provato a chiamarla silenzio. Ho scritto un messaggio letto, ma nessuna risposta. Ho deciso di partire di sorpresa, sentendo la mancanza dei nipotini.
Ginevra mi ha accolta non con gioia, ma con timore. Si è rifugiata in cucina, a preparare il tè. Io ho giocato con i bambini, ho cucinato un minestrone, e sono rimasta a dormire. Verso mezzanotte Luca è tornato, indossando una giacca e con i capelli rossi, profumato da un perfume francese. Ha dato un bacio sulla guancia a sua moglie, che è svanita in silenzio nella camera da letto.
Di notte, sorseggiando acqua in cucina, ho sentito il suo sussurro dal balcone: «Presto, tesoro Non ha idea». Il bicchiere tremava nella mano, la gola si stringeva.
Al mattino ho chiesto direttamente: «Lo sai?» La figlia è impallidita, ha sussurrato: «Mamma, non è il caso. Va tutto bene». Ho elencato i fatti: i capelli, il profumo, le chiamate notturne. Lei ha risposto a memoria: «Ti sembra di aver visto un fantasma. È un bravo padre, ci provvede, lamore non è il punto».
Nascondendo le lacrime nel bagno, ho capito che stavo perdendo non il genero, ma la figlia. Lei ha scelto il comodo al rispetto, e lui ne sta sfruttando cinicamente la situazione.
La sera ho chiamato Luca:
E allora? Non li abbandono. Lappartamento, la scuola dei bimbi, i cappottitutto è qui. Le è comodo. E tu non ti immischiare.
E se lo dico a tutti?
Lei lo SA. Finge solo.
Sono tornata a casa sul treno regionale, ingo i lacrime. Carlo mi ha detto: «Non ficcarti dentro, la perderai per sempre». Ma come stare in silenzio, vedendo la figlia spegnersi?
Prego che un giorno si guardi allo specchio e capisca: la dignità vale più dei diamanti. Che la fedeltà è una norma, non unimpresa. Allora forse farà le valigie, prenderà i bambini per mano e partirà.
Io aspetterò. Anche se ora si è chiusa dietro un muro. Una madre non si arrende, nemmeno quando il dolore lacera lanima. Perché non è solo una parola: è per sempre.






