Una vita da favola, altro che realtà!

Favola, altro che vita

Quella mattina Alessandra si svegliò con la sensazione che stesse per accadere qualcosa dimportante. Il sole filtrava luminoso tra le tende, fuori cinguettavano gli uccellini, e suo marito, uscendo per andare in ufficio, la baciò sulla guancia dicendo: «Sei la migliore». Tutto era come sempre. Perfetto.

Perfetto era questa la parola con cui Alessandra aveva imparato a misurare la propria vita. Un marito perfetto, imprenditore, di successo, premuroso. Figli perfetti un figlio universitario e una figlia alle superiori, entrambi brillanti, senza problemi. Un appartamento elegante nel centro di Milano, una villetta sul lago di Como, una macchina tedesca nuova di zecca. E perfetta anche lei: curata, in forma, a quarantacinque anni ne dimostrava trentacinque.

Le amiche la invidiavano: «Ale, tu sì che hai avuto fortuna! La tua vita è una favola». Alessandra sorrideva modestamente e pensava: sì, sono stata fortunata. Anche se, a dir la verità, la fortuna centrava poco. Semplicemente, sapeva sempre come si doveva fare. Come ci si doveva presentare, come parlare, come gestire la casa, come sostenere il marito, come crescere i figli. In quella perfezione, lei ci aveva messo tutta se stessa. Fino allultima goccia.

Il marito, Matteo, era il centro del suo universo. Lei laveva conosciuto al quarto anno di università bello, intelligente, proveniente da una buona famiglia. Tutte le ragazze lo volevano, ma aveva scelto proprio lei. Alessandra. Quasi impazzì per la felicità.

Si sposarono lanno dopo. Poi arrivò il successo nel lavoro di lui, la carriera di lei (arrivò a responsabile amministrativa in una società importante) e poi i figli. Tutto sembrava una partitura scritta alla perfezione.

A volte, però, Alessandra notava qualcosa di strano. Matteo poteva restare assorto a fissare fuori dalla finestra, senza ascoltare ciò che lei diceva. Aveva trasferte daffari nelle quali chiamava più di rado del solito. Oppure la guardava con uno sguardo malinconico, come se vedesse altro.

Che hai? chiedeva lei.

Niente, rispondeva lui. Solo stanco.

Non ci dava troppo peso. Stanco, può capitare a tutti. Il lavoro è stressante.

***

Quel martedì Alessandra passò dallufficio del marito doveva firmare dei documenti al suo posto, glielaveva chiesto lui. La segretaria, una ragazza nuova, si agitò: «Il dottor Matteo è occupato, vuole aspettare?». Alessandra fece spallucce: «Sono di casa, non preoccuparti».

E entrò senza bussare.

Matteo era alla scrivania, fisso sullo schermo del computer. Sul monitor campeggiava la foto di una donna giovane, bella, con lunghi capelli biondi e occhi tristi. Alessandra la vide di sfuggita e si stupì: cosa ci faceva quella foto lì, davanti alla segretaria?

Matti, sono qui per i documenti, annunciò.

Il marito trasalì, chiuse in fretta la finestra sullo schermo, ma Alessandra notò il gesto. E sentì una stretta allo stomaco.

Sì, certo, saffrettò, aprendo un cassetto. Ecco qui. Firma pure e lascia tutto, poi passo io a prenderli.

Chi era quella donna? chiese Alessandra, con un tono calmo. Calmo in quel modo particolare che hanno solo le donne quando sentono avvicinarsi la tempesta.

Cosa? si fece sorpreso, ma gli occhi tradivano la verità. Una collega. È per lavoro.

Per lavoro si studiano le foto a tutto schermo?

Ale, ti prego, non iniziare, fece lui con fastidio. Ti sei sbagliata.

Lei annuì, prese i documenti e uscì. Ma ormai il tarlo del dubbio si era fatto strada.

***

Ovviamente Alessandra iniziò a indagare. Non poteva evitarlo, era più forte di lei. Mentre lui si faceva la doccia, curiosò nel telefono. Trovò una chat segreta nellapp bloccata da una password. Ma lei conosceva il codice il compleanno della figlia. Matteo non cambiava mai le password.

«Mi manchi», scriveva lei.

«Anche tu. Ci vediamo presto», rispondeva lui.

«E tua moglie? Ha sospetti?»

«No. Va tutto bene».

Alessandra scorreva incredula. Cinque anni. Cinque anni di relazione parallela. Cinque anni in cui aveva vissuto una doppia vita. Mentre lei preparava cene, cresceva figli, lo accoglieva la sera e sorrideva agli eventi aziendali, lui stava con unaltra.

Scorrevano foto, messaggi teneri, progetti di vedersi. Poi una frase le fece quasi fermare il cuore:

«Sei lunica, lo sai. Fin dalluniversità. Se allora le cose fossero andate diversamente, non avrei mai lasciato te. Alessandra è una brava donna, ma è solo… così è andata».

Alessandra rilesse tre volte.

«Lunica». «Fin dalluniversità». «Così è andata».

Quindi, in tutti quegli anni non era mai stata la donna amata. Era solo… la scelta più comoda. Quella disponibile quando la vera storia era finita.

La sera lo aspettò in cucina. Fissava il tramonto e si domandava: e ora? Cosa dire ai figli? Come affrontare la vita che improvvisamente sembrava falsa?

Matteo entrò, vide la sua espressione e capì tutto.

Tu sai, disse senza chiedere.

So, rispose Alessandra. Chi è?

Lui tacque a lungo. Poi si sedette al tavolo coprendosi il viso con le mani.

Ale, perdonami. Non volevo che lo scoprissi così.

E come volevi tu? la voce le tremava leggermente. Nascondere tutto per sempre? Continuare a vivere con noi, pensando a lei?

Non penso sempre a lei, provò a difendersi.

Non mentire. Ho letto. «Sei lunica». «Fin dalluniversità». Raccontami tutto. Voglio la verità.

Così lui le raccontò.

Si chiamava Viola. Si erano conosciuti al primo anno, innamorati a prima vista. Si erano messi insieme, pensavano al matrimonio. Ma i genitori di lei non approvavano Matteo proveniva da un altro ambiente, senza soldi né contatti. Portarono via Viola a Firenze, le scelsero un fidanzato «giusto». Viola scriveva lettere, piangeva, ma non riusciva a ribellarsi.

Matteo la aspettò due anni. Poi conobbe Alessandra. Bella, intelligente, di buona famiglia. E si disse: perché no? La vita va avanti.

Si sposarono. Arrivarono i figli. Gli affari prosperarono. Matteo iniziò la sua attività proprio per dimostrare qualcosa ai genitori della sua prima ragazza. A loro e a se stesso. Ma Viola era rimasta lì, in fondo al cuore.

Cinque anni fa ci siamo rincontrati per caso, sussurrò lui. Lei era divorziata, sola, senza figli. E tutto si è riacceso. Non ho saputo resistere.

E con me invece hai resistito? chiese Alessandra. Tutti questi ventanni?

Ti rispetto cominciò lui. Sei una grande moglie, madre, donna di casa. Mi hai dato tutto.

Tranne lamore, lo interruppe. Lamore non lhai mai preso da me. Non lo hai mai voluto. Ti serviva una donna comoda per una vita comoda. E il vero amore è rimasto là, in università.

Lui non rispose. Perché sapeva che era la verità.

***

I preparativi furono rapidi. Alessandra aveva sempre saputo: se si deve andare, si va subito. Niente scenate, niente suppliche, niente «proviamo ancora». Aveva troppo rispetto di sé per diventare la figurante di un dramma amoroso altrui.

Ai figli lo comunicò calma, senza pianti. Il figlio cercò di parlare con il padre, ma lei lo fermò: «Non serve, Marco. È una cosa tra me e lui. Non vi riguarda».

La figlia pianse: «Mamma, come farai da sola?».

Ho me stessa, rispose Alessandra. E non è poco, credimi.

Prese in affitto un appartamento in un altro quartiere.

I primi mesi furono un inferno. Notte dopo notte restava sveglia fissando il soffitto. Di giorno lavorava, sorrideva, faceva ciò che doveva fare. Ma la notte pensava. Ripercorreva quegli anni, i suoi «ti amo», i baci, le feste insieme. E realizzava: era stata una bugia. Bella, comoda, calda ma sempre bugia.

La cosa più dolorosa non era neanche il tradimento in sé. Ma la consapevolezza che lei, così attenta, forte, perfetta, non aveva visto nulla. O meglio, non aveva voluto vedere. Per comodità.

***

Dopo un anno, quando le ferite si stavano rimarginando, Alessandra incontrò per caso unamica comune.

Lo sai che Matteo si è risposato? Con quella lì, Viola. Si dice che già alluniversità si amassero, ma i genitori li divisero. Che storia, vero? Da film.

Alessandra sorrise. In quel modo gentile che solo le mogli perfette sanno fare.

Sì, immagino, disse. Una storia molto romantica.

A casa rimase a lungo seduta in cucina a fissare il muro. E poi pianse. Per la prima volta dopo tanto tempo.

Non per il dolore quello ormai era sbiadito. Per il risentimento. Per aver capito di esser stata solo… lo sfondo. Il decoro. Una scelta conveniente per un uomo che aspettava unaltra.

Aveva dato figli, costruito una casa, sostenuto lazienda. Si era presa cura dei suoi genitori, degli amici, aveva creato calore. E lui, per tutto il tempo, portava nel cuore unaltra. Il più amaro era sapere che non poteva farci nulla. Lamore non si impone. Non si può diventare il centro, se si parte come riserva.

***

Passarono altri due anni.

Alessandra imparò a vivere sola. E sorprendentemente, scoprì che le piaceva. Nessuno pretendeva la cena alle sette in punto. Nessuno borbottava per i suoi ritardi. Nessuno la guardava dalla finestra con malinconia, sognando qualcunaltra. I figli erano adulti, Marco si era sposato, Giulia era in magistrale. Si vedevano spesso, e lei era per loro una vera amica, oltre che madre.

Ogni tanto le amiche chiedevano: «Ale, e gli uomini? Sei ancora giovane, bella. Perché stai sola?». Alessandra tirava su le spalle: «Non mi va. Mi godo la libertà».

La verità, però, era più profonda. Temiva di essere di nuovo «la soluzione pratica». Sentiva che dietro belle parole poteva celarsi lindifferenza. Che sarebbe stata ancora usata, mentre qualcuno aspettava il vero amore.

Meglio sola che con chi capita, diceva. Meglio essere la protagonista della propria storia.

Una sera, sfogliando delle vecchie cose, Alessandra trovò lalbum del matrimonio. Rimase a lungo a guardare le sue foto giovani, il sorriso di lui. Allora pensava sarebbe stata felicità per sempre.

E ora?

Ora chiuse lalbum e lo mise in fondo a una scatola. Non lo buttò via la memoria è memoria. Ma non lo teneva in vista.

Dal balcone filtrava il sole. Dal piano di sopra arrivava la musica dei vicini, alle prese con la ristrutturazione. La vita andava avanti.

Alessandra si guardò allo specchio: in forma, curata, occhi limpidi e sorriso pacato.

Sei stata brava, sussurrò alla sua immagine. Ce lhai fatta.

Ed era vero. Ce laveva fatta. Non perché aveva trovato qualcuno di meglio. Ma perché aveva ritrovato se stessa.

Quella che aveva rischiato di perdere per rincorrere lideale. Quella capace di stare sola, ma mai sentirsi sola. Quella che conosceva il proprio valore.

E questo vale molto.

Matteo, ogni tanto, chiama. Chiede come va. Fa gli auguri per il compleanno. Alessandra risponde gentile, breve. E chiude lì.

Non porta rancore. La rabbia è passata da tempo. È rimasta solo la consapevolezza: è stata una brava moglie. Ma lui non era il suo uomo. Entrambi lo hanno capito troppo tardi.

Viola Ebbene, ora Viola vive nella sua ex casa, con il suo ex marito. Alessandra ha sentito dire che sono felici. In fondo, è contenta per loro. Almeno, quella storia ha avuto il suo lieto fine. Anche se non per lei.

Oggi Alessandra va a yoga. Poi si vede con unamica al bar. La sera cena col figlio e la nuora: lhanno invitata in un nuovo ristorante.

La vita è piena. È lei ad averla resa così.

A volte, prima di dormire, pensa: e se fosse stato diverso? Se lui lavesse amata davvero? Se fossero invecchiati insieme, aspettando i nipotini, andando sul lago

Poi si gira dallaltra parte e si addormenta. Perché non ha senso rimpiangere ciò che non è stato. Ha vissuto ciò che era. E ne è uscita vincitrice.

Non perché ha battuto qualcuno. Ma perché non ha perso se stessa.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

19 − eleven =

Una vita da favola, altro che realtà!