Lorfana trovò lavoro come badante per una dolce anziana e installò una telecamera per sicurezza Quello che vide la spinse a correre in commissariato nel cuore della notte!
Ginevra si trovò davanti a una casetta storta, stringendo tra le mani un foglio sgualcito con lindirizzo. Il vento le solleticava il collo, sferzando la sua giacca leggera, e dentro di lei cera un vuoto tanto grande quanto le finestre di quella dimora abbandonata. Ventanni trascorsi tra le mura dellorfanotrofio, e ora era lì, sola, con una valigetta e pochi spiccioli in tasca. Cosa fare dopo? Non lo sapeva.
La casa sembrava disabitata da un secolo. Il tetto era cadente, le persiane reggevano per miracolo, il portico scricchiolava pericolosamente sotto i suoi passi. Sentì le lacrime salirle agli occhi. Davvero era tutto quello che le restava dopo ventanni senza una famiglia?
Allimprovviso, il cancello accanto cigolò. Una donna anziana, avvolta in un accappatoio fiorito, sbucò sul viottolo. Notando Ginevra, si fermò, la osservò attentamente e si avvicinò con passo deciso.
«Che ci fai qui fuori?» chiese con premura. «Prenderai freddo. Fa freddo, è ottobre, e tu sei quasi senza giacca.»
Ginevra tirò fuori un taccuino e scrisse: «Mi hanno dato questa casa. Vengo dallorfanotrofio. Non parlo.»
La donna lesse e sospirò con compassione:
«Povera piccola! Io sono Margherita Antonelli. E tu?»
«Ginevra», rispose la ragazza, tracciando goffamente le lettere.
«Ma cosa stai a fare al freddo così! Vieni a casa mia, ti scaldi, beviamo un tè. Domani guardiamo la tua casetta, magari si può riparare qualcosa. Qui in paese ci sono uomini che possono aiutare.»
Nella casa di Margherita Antonelli si respiravano odore di torta appena sfornata e un calore accogliente. Tendine gialle, tovaglie ricamate, piante sul davanzale: tutto trasudava quel tepore che Ginevra non aveva mai conosciuto. Sulla parete, una foto ritraeva un giovane in divisa da carabiniere.
«Quello è mio figlio, Lorenzo», spiegò la signora, seguendo il suo sguardo. «È un bravo ragazzo, ma è sempre di servizio. E tu, tesoro, come farai a vivere? Hai bisogno di lavoro?»
Ginevra annuì e scrisse: «Ne ho molto bisogno. Qualsiasi lavoro. So pulire, cucinare, prendermi cura degli altri.»
«Ascolta, conosco una signoraValentina Rossi. È molto anziana, le serve una badante. Ha parenti, ma non le sono di grande aiuto. Vogliono più di quanto danno. Potresti andare da lei? Ti do lindirizzo.»
La casa di Valentina Rossi era grande ma trasandata. La pittura scrostata, il giardino incolto, oggetti abbandonati nel cortile. Ad aprire la porta fu una donna sui quarantanni, con unespressione stanca e irritata.
«Sei la badante?» chiese, scrutando Ginevra. «Io sono Olga, la nipote. E lui è Marco, mio marito.»
Luomo, seduto in poltrona con una birra in mano, annuì appena senza staccare gli occhi dalla televisione. Lalcol gli si sentiva addosso.
«Il lavoro è tanto», continuò Olga, accendendo una sigaretta. «La nonna è quasi costretta a lettodevi darle da mangiare, lavarla, pulire. È nervosa, può diventare sgarbata. Paghiamo trecento euro al mese, il cibo è quel che cè. Ti va bene?»
Ginevra mostrò il taccuino: «Va bene. Sono muta, ma capisco tutto e lavoro con cura.»
«Muta?» Olga scambiò unocchiata con il marito. «Forse è meglio. Non chiacchiererai con nessuno, non ti lamenterai. Vieni, ti presento la nonna.»
Valentina giaceva in una stanza semibuia, con le tende tirate. Laria era impregnata di medicinali e muffa. Il suo corpo era scheletrico, gli occhi pieni di dolore e solitudine. Ginevra sentì un nodo alla gola.
«Nonna, questa è Ginevra, starà con te», annunciò Olga a voce alta. «Noi e Marco partiamo per una settimana. Arrangiatevi.»
La vecchia signora fissò Ginevra. Nei suoi occhi brillò una luceera speranza?
«Come ti chiami?» scrisse Ginevra.
«Valentina Rossi E tu?»
«Ginevra. Mi prenderò buona cura di te.»
Per la prima volta quel giorno, un sorriso sfiorò il volto di Valentina.
«Bene, dobbiamo andare», disse Olga, già diretta verso luscita. «Il cibo è in frigo, le medicine sono qui. Chiamaci solo se è urgente.»
Quando se ne furono andati, Ginevra si mise allopera. Tutto era in condizioni terribilipolvere, piatti sporchi, pavimenti non lavati da chissà quanto. Ma ciò che più la turbò furono i lividi sulle braccia di Valentina, evidentemente non causati da cadute.
«Come li hai fatti?» scrisse.
«Cado spesso», sussurrò Valentina, abbassando lo sguardo. «Sono debole»
Ginevra non le credette, ma tacque. Apri le finestre, cambiò le lenzuola, lavò con delicatezza la signora e le preparò una minestra leggera.
«Non mangiavo così bene da tanto tempo», disse Valentina, quasi in lacrime. «Grazie, tesoro.»
In un mese, Valentina rifiorì. Ginevra cucinava per lei, le leggeva libri, le sistemava fiori sul davanzale e le faceva vedere vecchie serie tv. La signora riprese a sfogliare album di foto, raccontando della sua giovinezza.
«Ginevra, sei la luce che mi mancava», le diceva. «Non so come avrei fatto senza di te.»
Anche la casa cambiòpulita, accogliente, piena di vita. Ma quando tornavano Olga e Marco, latmosfera si oscurava. Lanciavano occhiatacce alla nonna troppo curata, brontolando per il cibo e le medicine.
«A cosa le serve tutto questo?» borbottava Olga. «Tanto vivrà poco.»
Dopo una di queste visite, Ginevra trovò nuovi lividi su Valentina. La signora piangeva e rifiutava il cibo.
«Cosa è successo?» scrisse.
«Niente, cara È la vecchiaia», rispose Valentina, nascondendo le lacrime. «Nessuno ha più bisogno di me.»
Ginevra capì che doveva agire. Il giorno dopo, andò in un negozio di elettronica e, con biglietti e gesti, spiegò al commesso cosa cercava.
«Una telecamera nascosta?» indovinò lui. «Perché?»
«Per proteggere chi non può difendersi», scrisse.
Alessioquesto il nome del giovanela guardò con simpatia. «Capisco. Questa è perfettapiccola, buona qualità. E» esitò, «prendila gratis. Sento che è importante. Ma stai attenta.»
Ginevra installò la telecamera nella stanza di Valentina, nascondendola bene. Quando guardò il video, il cuore le si gelò.
Marco scuoteva violentemente la nonna:
«Dove sono i soldi? La pensione è arrivatadacceli! Ci servono per la macchina!»
«Figliolo, non ho n





