«Uomo, per favore, non spingete… Oh, è lei che emana questo odore? — Scusi. — borbottò l’uomo, fac…

– Signore, per favore, non spinga. Uff Ma è il suo odore che sento?
– Mi scusi, borbottò luomo, facendosi da parte.
Mormorò ancora qualcosa a voce bassa, scontento e un po triste. Era lì che contava delle monetine nel palmo della mano. Forse non gli bastavano per una bottiglia. Mi trovai senza volerlo a fissargli il volto. Che strano non sembrava affatto ubriaco.
– Signore mi scusi, non volevo essere scortese. qualcosa mi tratteneva dal voltarmi e andarmene.
– Tutto a posto.
Alzò su di me uno sguardo incredibilmente azzurro, vivido come il cielo a primavera. Non si erano spenti per niente, quegli occhi. Ed era più o meno mio coetaneo, così mi sembrava. Davvero strano occhi del genere, non ne avevo visti nemmeno da ragazza.
Lo presi delicatamente sotto braccio e lo portai un po da parte, lontano dalla piccola coda per la cassa.
– Le è successo qualcosa? Magari ha bisogno daiuto? cercavo di non storcere il naso.
Finalmente capii qual era lodore che sentivo da lui: solo sudore vecchio, niente di più. Rimase in silenzio, infilando le mani con le monete in tasca. Era imbarazzato a parlare dei suoi guai a una sconosciuta, e per di più così curata.
– Mi chiamo Margherita. Lei?
– Lorenzo.
– Allora, serve aiuto? mi accorsi che stavo quasi imponendomi.
A uno sconosciuto qualsiasi, forse anche un barbone. Lui mi guardò un attimo con quei suoi occhi azzurri, poi evitò di fissarmi. Amen. Stavo già andando via, quando tirò fuori a fatica le parole.
– Mi servirebbe lavoro. Sa se da queste parti cè qualche lavoretto? Tipo piccoli lavori in casa o qualcosa del genere. Il paese è grande e bello, ma non conosco nessuno. Mi scusi
Ascoltai senza interrompere, e Lorenzo tornò a borbottare tra sé, imbarazzato. Pensai: “Si può lasciare entrare un uomo qualsiasi in casa?” Stavo proprio rifacendo il bagno, mio figlio aveva promesso di occuparsene, pregandomi di non chiamare nessun artigiano sconosciuto. Ma lui è sempre preso dal lavoro chissà quando si decide.
– Sa posare le piastrelle? chiesi a Lorenzo.
– Certo.
– Quanto chiederebbe per un bagno di dieci metri quadrati?
Lui fece una smorfia, evidentemente sorpreso dalla metratura del bagno.
– Bisogna vedere. Faccia lei.
Il lavoro Lorenzo lo svolse in modo scrupoloso e preciso. Prima chiese il permesso di farsi una doccia per fortuna ebbe la delicatezza di pensarci da solo. Speravo solo che non mi lasciasse qualche malattia. Gli diedi dei vestiti smessi di mio marito defunto, i suoi li lavò. Il lavoro lo finì in un weekend: tolse le vecchie piastrelle, pulì tutto con cura, rimise a posto ogni attrezzo. La domenica sera, guardando la nuova ceramica splendere, mi venne un nodo in gola: stava finendo. Era, in fondo, un senza tetto. Lasciarlo a dormire ancora da me? Strano. Ma buttarlo fuori a mezzanotte non era da me.
Quella notte dormii poco barricata in camera, ascoltavo ogni rumore. Ma Lorenzo, a quanto pare, crollò e dormì profondamente sul divano in salotto.
– Venga a vedere, Margherita! mi chiamò.
Cosa cera da dire? Il lavoro era perfetto.
– Lorenzo, che mestiere faceva prima? chiesi, ammirando la bellezza del risultato.
– Insegnavo fisica. Laureato allUniversità degli Studi di Firenze.
– Davvero?
– Allepoca si chiamava Scuola di Magistero di Firenze. Quanto al lavoro ogni uomo di rispetto dovrebbe saper fare queste cose. Almeno, la penso così.
Annuii, tirai fuori i soldi che avevo preparato. Non fui tirchia: gli diedi quanto avrei dato a unimpresa di ristrutturazione. Lui li infilò in tasca senza contare e si mise le scarpe. I suoi vestiti, ormai asciutti, erano puliti.
– Ma come, se ne va così, di colpo? dissi, quasi offesa.
– Cè qualcosa che non va? e di nuovo mi colpì con i suoi occhi incredibili.
– Davvero non vuole nemmeno cenare? Ha lavorato tutto il giorno, si è tenuto in moto solo col tè.
Lorenzo esitò, poi cedette:
– Va bene, grazie. Accetto volentieri.
Cenai con lui, un piccolo pezzo di pesce, anche se dopo cena non mangio mai. Si stava bene con lui, era affascinante, pacato, molto intelligente. Solo che conservava addosso sempre una velata tristezza. Quella non passava né con una doccia né con una chiacchierata calorosa. Serve tempo, forse.
– Lorenzo, posso chiedere cosè che vi è accaduto?
Tacque un po, poi rispose:
– Sa, se comincio a raccontare sembra una storia tragica e patetica. Ne ho sentite tante simili, ma la mia è vera. Cosa le interessa?
– Mi stupisce solo trovare un uomo come lei in questa situazione
Lorenzo mi guardò a lungo, poi ci alzammo più o meno insieme, confusi. Ci dirigemmo verso la porta, io gli tagliai la strada e accadde. Non avrei mai creduto, a cinquantatré anni, che qualcosa del genere potesse succedermi ancora. Pensavo che la passione fosse affare di giovani. Invece la passione vera, quella che brucia, arrivò davvero.
Dopo mi raccontò che otto anni prima aveva cercato di salvare uno studente geniale, ma sfortunato, entrato in una brutta compagnia. Il ragazzo non riusciva a uscire, così Lorenzo, suo professore, andò a parlare col capobanda. Appena vide quanto fossero senza scrupoli, tentò di ragionare, ma lo assalirono in gruppo. Solo che lui da ragazzo aveva sempre praticato judo. Li fece volare tutti, ma il capo andò a sbattere con la schiena contro un muro di cemento e morì. Lorenzo chiamò lui stesso ambulanza e carabinieri, certo che sarebbe stato considerato un eccesso di legittima difesa, dato che era stato aggredito in tanti.
Ma il tribunale fu severissimo, lo condannarono per omicidio preterintenzionale a dodici anni. Ne fece otto per buona condotta.
– Anche lì, dentro si vive. disse soltanto dellesperienza in carcere.
Tornato a casa, scoprì che nessuno lo aspettava. La madre era morta dopo aver venduto la casa, ospite dal fratello. La cognata lo liquidò subito: Di galera, qui, manco il fantasma! La moglie, ovviamente, laveva lasciato da tempo per un altro.
Partì da Firenze per Roma, ma non riuscì a trovare lavoro: chi assume uno con otto anni di carcere alle spalle? Chiese qualche lavoretto in paese, ma trovava solo sospetto e disprezzo, pure agresività. Nessuno voleva affittargli una stanza, il conoscente che lo ospitava allinizio presto trovò modo di allontanarlo.
– Da quanto tempo sei così? gli domandai, osservando la sua sigaretta che brillava nel buio.
– Boh ormai sono due settimane.
Le sigarette erano le mie: avevo un pacchetto in casa, da fumare una volta ogni milione. Lorenzo avrebbe voluto andare a comprarne, ma glielho proibito. E io pensavo: comè vivere due settimane senza casa?
Nel buio, col solo puntino incandescente della sigaretta, era più facile confidarsi. Lho accolto nel mio letto inutile fingere.
– Hai almeno il documento didentità?
– Sì. Ma niente residenza. Lì iniziano i veri problemi.
Lorenzo rimase. E finalmente le cose migliorarono: gli feci la residenza temporanea, trovò un impiego, anche se non era il suo mestiere. Addetto alle vendite in un negozio di ferramenta per cominciare bastava. Nel tempo libero, nei week-end, insegnava fisica privatamente, piano piano si fece clienti. Così passarono due mesi e mezzo sereni, finché mio figlio arrivò da Milano a casa. Visto il nuovo assetto, mi fece uscire fuori a parlare.
– Senti, mamma: liberatene.
– Cosa?!
Da anni non ci mettevamo becco nei reciproci affari.
– Sì, hai capito. Non ti serve un morto di fame in casa. Sai perché sta con te, vero? Non ha dove andare. E tu sei una scema!
Non ci vidi più e gli mollai uno schiaffo.
– Non ti azzardare! Non intrometterti nella mia vita.
– Mamma, dimentichi che sono il tuo erede? Non voglio spartire nulla con mezzo sconosciuto! E se poi lo sposi? Dovrò spartire tutto con lui se muori.
– Sta bene attento a come parli! risposi tra il ferito e larrabbiato. E poi che speri dereditare, di grazia? Starò viva più di te!
– Non costringermi a comportarmi male. A lui non gliela lascerò vinta. Ho il diritto di difendere i miei interessi. Se era almeno uno benestante, non ti avrei detto nulla. Ma così
– Ah, quindi ora il valore di una persona è il portafogli? Ma come ti ho cresciuto, io?!
– Mamma, te lho detto. Dario era serio come non mai. Tornerò tra una settimana. Non voglio vederlo più qua. Non lamentarti dopo.
Entrai in casa trattenendo le lacrime.
– È poliziotto, tuo figlio? chiese Lorenzo.
– Scusa, non te lavevo detto
– E cosa importa? Non ti devi scusare.
– È sostituto procuratore. È un bravo ragazzo, Lorenzo. Solo, troppo prudente. Vuole proteggermi.
– Che pensi di fare? mi chiese dritto negli occhi.
Mi sedetti al tavolo. Cosa fare? Non lo sapevo. Dario, se aveva deciso, di certo non avrebbe mollato. Cosa poteva fare? Magari spingere Lorenzo di nuovo nei guai. Non volevo crederci, ma con la dura determinazione che aveva, era meglio non tentare.
– È primavera disse piano Lorenzo. Hai pensato a qualcosa? Se vuoi, parlo io.
Annuii, a fatica, con le lacrime agli occhi. Non volevo separarmi da Lorenzo. Ma non volevo nemmeno trascinare me e lui in un conflitto senza fine con mio figlio.
– Ho messo qualcosa da parte. Tu non me lo hai mai chiesto. Non basta per un terreno qui vicino, ma a una ventina di chilometri dovrebbe bastare. Almeno per mettere una roulotte e iniziare a costruire una piccola casa. Dinsegnare posso continuare, se serve altro lavoro, mi arrangio. La costruirò io la nostra casa, con le mie mani. Che ne dici?
Rimasi senza parole. E lui subito sembrò preoccupato.
– So che sei abituata alle comodità, ma sarebbe solo provvisorio. Dopo ti sistemo tutto a dovere.
– Lorenzo anchio ho dei risparmi. Posso investirli nella costruzione. dissi pensierosa.
– Non oso chiedertelo.
– Non me lo hai chiesto! Sono io che lo voglio. È per noi.
Lorenzo mi raggiunse sulla sedia, mi abbracciò e mi baciò i capelli. Sentivo calore, forza, amore. Chi lavrebbe detto che tutto ciò potrebbe arrivare a questa età
Facemmo tutto in fretta. Concludemmo lacquisto del terreno. Lorenzo insisteva per intestarlo a me, ma non accettai.
– Ho già immobili. Che mabbiano buttata fuori non vuol dire che sono priva di proprietà. Tu invece non hai niente. Anche perché ho un erede, come dice qualcuno, conclusi sarcastica, pensando alle parole di Dario.
Montammo la baracca, portammo la corrente e Lorenzo si mise al lavoro. I miei soldi non bastarono, così lui triplicò gli sforzi con le lezioni private. Si creò uno spazio per insegnare in modo che nessuno capisse che era solo una roulotte. Ogni centesimo andava nella casa mattone dopo mattone. Le sere destate stendevamo la coperta e stavamo lì, a guardare le stelle.
– Che senti? chiedeva Lorenzo, tenendomi stretta.
– Respiro a pieni polmoni una seconda vita.
– E io la stanno vivendo adesso! rideva lui. Tu dovresti sentire solo il mio amore.
E lo sentivo. Eccome se lo sentivo.
Un giorno andai a casa a prendere le ultime cose. Era arrivato lautunno: occorrevano vestiti caldi, le coperte, qualche pentola. Trovai Dario in cucina, che fumava nervoso.
– Ciao, tesoro, sono solo di passaggio. Come va?
Mi guardò, perplesso. Più magra, abbronzata, felice era palese che qualcosa era cambiato in me.
– Mamma, che succede? Non rispondi mai.
– Non siamo abituati, lavoriamo tanto. Ogni tanto mi chiami tu dissi allegra.
– E come mai non sei mai a casa?
– Non vivo più qui. Sono solo venuta a prendere delle cose. Posso, vero?
Dario rimase senza parole. Ero cambiata, sì, ma non solo fuori. Era come se fossi diventata più leggera. Più felice.
– Appena avremo finito la casa, ti invito io da noi. Ora però devo scappare. presi due borsoni, passando accanto a lui, e gli diedi un bacio sulla guancia.
– Mamma, ma cosa ti succede? mi chiamò.
Mi voltai, sorrisi radiosa.
– Respiro la seconda vita, Dario. E lamore. Lamore, capisci? Ciao, caro! risi e corsi fuori.
Tempo zero, che oggi bisognava finire la veranda.

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