Uscire e dire

Uscire e parlare

Il pulsante Invia sul sito della scuola di recitazione era minuscolo, eppure la mia mano sudava come se stessi stringendo la mano a uno sconosciuto e non semplicemente il mouse. Nel modulo scrissi sinceramente: 55 anni. Esperienza: recite scolastiche, letture alle riunioni. Nel campo obiettivo avevo digitato prima per me, poi cancellato, poi scritto vorrei imparare a parlare a voce alta, ed è solo allora che premetti.

Dopo un minuto arrivò unemail con indirizzo e orario della lezione di prova. Chiusi il portatile di scatto, come se bastasse per annullare tutto quello che avevo appena fatto, e andai in cucina. Il lavello era sommerso dai piatti, la minestra si raffreddava sui fornelli. Istintivamente presi la spugna, ma mi bloccai.

Dopo, dissi a voce alta, e la mia stessa voce mi fece arrossire, come se qualcuno mi stesse ascoltando.

Non raccontai a nessuno della scuola. In ufficio, in contabilità, di chiacchiere ce nerano già abbastanza: chi ha detto cosa, chi ha guardato male A casa, invece, cerano mio figlio, mio marito, mia suocera che telefonava ogni sera, tutto prevedibile e assillante. Temevo che appena avessi detto: Vado a un corso di dizione, sarebbero cominciate le domande, le battutine, i consigli. O peggio ancora, il tono premuroso: Ma dai, perché? Che ti serve?. Era la domanda che mi facevo da anni.

La sera fissata presi la metro e, pur conoscendo lindirizzo, vagai a lungo per cercare il palazzo giusto. Camminavo piano, controllando che in borsa ci fosse tutto: carta didentità, taccuino, bottiglietta dacqua. Sulle scale mi fermai per lasciare passare una mamma con il passeggino; il cuore mi batteva forte, come se stessi andando a un esame universitario.

La scuola era al secondo piano, dietro una porta con la targhetta Laboratorio Creativo. In corridoio, delle sedie contro il muro, locandine di spettacoli passati alle pareti. Togliendomi il cappotto, lo appesi con cura e mi sistemai i capelli davanti allo specchio; mi sembrava che la ricrescita grigia ai lati delle tempie fosse troppo evidente, così la schiacciai con la mano, come a nasconderla.

In aula eravamo una decina. Cera chi rideva sottovoce, chi sfogliava fotocopie. La direttrice, una donna minuta e dai capelli corti, si presentò come Lucia Ferri e ci invitò a formare un cerchio.

Questa sera proviamo la voce. Non il volume, ma il sostegno, disse. Respirate. Non chiedete scusa.

Quellnon chiedete scusa mi colpì come un pugno. Mi accorsi che stavo per dire, silenziosamente: Io sono qui solo per dare unocchiata. Invece mi avvicinai al cerchio senza fiatare.

Il primo esercizio fu semplice: un respiro profondo, poi un lungo sss, seguito da un zzz. Cercavo di non guardarmi intorno, ma inevitabilmente notavo: accanto a me una ragazza sui ventanni, unghie rosse e postura impeccabile; poco più in là un uomo in tuta sportiva, spalle larghe e sicure. Mi sentivo unestranea a una festa di altri.

Ora dite il vostro nome e una frase qualsiasi, continuò Lucia. Ma niente bisbigli.

Arrivato il mio turno, la lingua si incollò al palato.

Caterina, dissi, aggiungendo subito: Scusate, io

Stop, mi bloccò la direttrice, con tono fermo ma gentile. Quella parola oggi non la usiamo. Ripeti. Solo il nome.

Deglutii.

Caterina.

Allimprovviso sentii che la mia voce non era affatto così sottile come pensavo. Era bassa, un po roca, ma viva. Questo spaventava e liberava allo stesso tempo.

A fine lezione Lucia mi si avvicinò.

Vieni al corso, disse. Hai un bel timbro. E la tendenza a nasconderti. Ci lavoreremo.

Annuii, come se stesse parlando di qualcunaltra. Uscita, presi il telefono per scrivere a mio marito che ero in ritardo, impiegai minuti a trovare le parole giuste. Inviato solo: Torno dopo, lezione. Nessun dettaglio.

La settimana dopo iniziarono le prove regolari. Stampai il testo che ci avevano affidato per la prima esibizione: un breve monologo di narrativa moderna, una donna che impara a dire no. Lo leggevo in cucina mentre lacqua per la pasta bolliva, ma mi inceppavo sempre: dimenticavo le righe, saltavo le parole finali. Mi arrabbiavo con me stessa, come si fa con un bambino testardo.

Ma che stai borbottando? chiese mio figlio entrando in cucina.

Sussultai e nascosi il foglio.

Niente roba di lavoro.

Lavoro era la solita barriera. Provai vergogna: nascondermi persino da mio figlio! Ma ammetterlo mi spaventava ancora di più.

Durante le prove Lucia ci faceva parlare al microfono uno alla volta. Lo temevamo tutti: stava fermo lì, con il filo che correva verso la cassa. Mi faceva quasi paura quanto il pubblico: bastava un passo e la mia voce sarebbe esplosa nellaria, mettendo a nudo ogni esitazione.

Non tendetevi verso il microfono, ci diceva Lucia. Fate che venga lui da voi. State dritte. Respirate nella schiena.

Provai. Allinizio facevo fatica: le spalle si alzavano, il respiro era corto. Sentivo la ragazza giovane parlare leggera, come se chiacchierasse con unamica. Pensavo: Per me è troppo tardi. Sono ridicola. E giù giustificazioni.

Dopo la prova, una donna circa della mia età, maglione grigio e coda ordinata, mi si avvicinò.

Gestisci bene i silenzi, mi disse. Io sono Silvia. Il microfono mi terrorizzava: pensavo mi smascherasse.

Sorrisi per la prima volta quella sera.

In effetti, smaschera, risposi sottovoce.

Sì, disse lei. Ma non come crediamo.

Uscimmo insieme, fino alla fermata dellautobus. Silvia raccontò che lavora in una ASL, era arrivata lì dopo un anno difficile, tutto dentro era diventato ovatta. Lascoltavo e sentivo sciogliersi qualcosa dentro me. Non era amicizia, non ancora. Era solo la possibilità di non dover essere sola.

Qualche lezione dopo, un episodio spiacevole. Stavo leggendo il mio pezzo, cercando di respirare. A metà, mi bloccai su una parola che a casa conoscevo a memoria. Silenzio.

Eh, la memoria ormai borbottò luomo in tuta, non forte, ma abbastanza da farlo sentire.

Sentii il calore arrossarmi il viso. Avrei voluto replicare, ma mi venne automatico sorridere, come sempre.

Capita, balbettai.

Lucia alzò la mano.

Capita a tutti, disse. Giovani compresi. Qui non commentiamo letà. Lavoriamo.

Lui fece spallucce, come se niente fosse. Io pensai che quella mia abitudine a sorridere quando mi pungono era parte della mia voce. O meglio, del suo silenzio.

Quella sera, a casa, ripresi il testo e continuai a esercitarmi mentre mio marito guardava il telegiornale. Chiese:

Stai imparando poesie?

Rimasi immobile. Bocca secca.

No. Ho iniziato un corso. Ci sarà una recita.

Lui si staccò dallo schermo, mi fissò.

Una recita? chiese, senza ironia.

Aspettavo una battuta, invece annuì.

Se ti fa bene, vai. Ma senza stressarti.

Parole semplici, niente entusiasmo, ma ci trovai un appoggio proprio nella loro normalità. Non brava, non sono fiero, ma il permesso di non doversi giustificare.

Mi impegnavo tanto. Puntavo la sveglia mezzora prima per fare gli esercizi di respirazione mentre la casa dormiva. In piedi davanti alla finestra, mani sulle costole, inspiravo e contavo. Ogni tanto tossivo, ogni tanto ridevo di me. Sul taccuino buttavo giù note: non stringere la mascella, pausa dopo il no, guardare il pubblico, non il pavimento.

Un giorno Lucia ci chiese di immaginare una persona in prima fila, a cui rivolgere il testo.

Io vidi subito mia suocera. Poi la mia capufficio. Poi me stessa riflessa nello specchio, con quel sorriso che nascondeva tutto. Sentii tremarsi le mani.

Non dovete dirlo a tutti, notò Lucia. Sceglietene uno. Parlate a lui.

Scelsi me stessa. Era strano e terribile, come riconoscere per la prima volta di essere una persona, seduta in prima fila.

Il giorno dello spettacolo arrivò troppo presto. Mi svegliai allalba, lo stomaco in subbuglio. In cucina, versai acqua, la bevvi a piccoli sorsi. Il testo piegato era sul tavolo; lo aprii e mi accorsi che non ricordavo il centro. Non del tutto, ma come se lì ci fosse uno spazio bianco.

Mi sedetti, mani sulle tempie.

Non uscirò, pensai. Era un pensiero dolce, una scappatoia. Posso dire che sto male, inventare unurgenza. Nessuno morirà.

Ma in quel momento arrivò mio marito, assonnato.

Sei già alzata? chiese.

Lo guardai e, di colpo, dissi la verità.

Ho paura. Temmo di dimenticare.

Si grattò la testa, prese il foglio dal tavolo.

Dai, leggimelo tu suggerì. Come viene.

Stavo per rifiutare, ma ero già in piedi. Lessi piano, inciampai, mi fermai. Lui non mi interruppe. Solo una volta, quando stavo per dire scusa, sollevò un sopracciglio.

Non dovete imparare proprio a non dire più quella parola? chiese.

Sorrisi.

Sì. Guarda, nemmeno in casa ci riesco.

Ci riuscirai, rispose restituendomi il foglio. Tanto lo so che ci andrai.

In teatro cera folla. Nel corridoio si sistemavano costumi, qualcuno ritoccava il trucco, altri ripassavano sottovoce. Tenevo il foglio tra le mani, per non sgualcirlo. Avevo le dita fredde nonostante il caldo.

Silvia si avvicinò, mi allungò la bottiglietta.

Un sorso. E ora basta leggere, disse. Ormai è tardi per studiare. Ora si respira.

Annuii e misi via il testo. La borsa sulla sedia, zip chiusa. Avevo bisogno di sapere che le mie cose erano al posto giusto, un punto dove tornare.

In sala circa cinquanta persone, palco piccolo, sipario nero, due fari che tagliavano la vista. Il microfono stava al centro. Mi appostai dietro le quinte, guardai la platea e me ne pentii subito. I volti si confondevano, ma riconobbi mio marito in prima fila; vicino a lui persino mio figlio, che non mi aspettavo. Mi travolse unonda di tenerezza e panico.

Non ce la faccio, sussurrai a Silvia.

Sì che ce la fai, mi rispose, sempre in un soffio. Guarda me. Io sto di lato.

Lucia si avvicinò e poggiò una mano sulla mia spalla.

Non devi essere perfetta, disse. Devi essere vera. Esci, inspira, dì la prima frase. Il resto verrà da sé.

Chiusi gli occhi. La bocca secca, la lingua estranea. Inspirai come avevo imparato, senza alzare le spalle, sentii laria spingere dentro alle costole. Non era magia, era fisica. Ma era lei che mi reggeva.

Mi presentarono. Uscii. Il pavimento era solido, un po scivoloso. Mi fermai a un palmo dal microfono. La luce mi accecava, la sala spariva nel buio, e questo mi aiutava: meno volti, meno occhi.

Aprii bocca. Per un attimo, niente. Nel cervello solo bianco. Scorsi mio marito in prima fila, mani sulle ginocchia, volto rilassato. Mio figlio che, per una volta, guardava me, non il cellulare. E capii che non erano lì a giudicare la mia bravura. Cerano, e basta.

Ho sempre parlato piano, scandii la prima frase. La voce tremava, ma cera.

Poi le frasi si agganciarono una con laltra. Non ricordavo tutto a memoria, ma le idee seguivano il filo. A un certo punto invertii due righe, il cuore mi mancò un battito. Mi fermai, respirai, andai avanti. Nessuno si scandalizzò, nessuna risata. Il silenzio in sala non opprimeva: ascoltava.

Quando arrivò il no, feci la pausa segnata nel taccuino. E per la prima volta, non addolcii la voce, non sorrisi. Lo dissi e basta.

Alla fine arretrai di un passo, ricordando di non nascondere le mani e di lasciare il microfono dovera. Le mani tremavano, ma restarono aperte. Feci un semplice inchino.

Gli applausi non furono fragorosi, ma caldi, veri. Qualcuno disse grazie ad alta voce, e mi arrivò dritto, come se fosse dedicato a me.

Dietro le quinte mi appoggiai al muro. Le gambe molli, come dopo mille gradini. Silvia mi abbracciò, rapida, come tra amiche.

Ci sei riuscita, disse.

Annuii. Avrei voluto piangere, ma non avevo lacrime. Cera unaltra sensazione: come se finalmente avessi occupato un posto che avevo sempre evitato.

Dopo ci fermammo a lungo tra chi sistemava le sue cose e chi si faceva foto. Mi avvicinai alla sedia, controllai la zip sulla borsa, ripresi il foglio. Era un po stropicciato. Passai il dito sulla carta e capii che non volevo buttarlo subito. Sarebbe rimasta la prova che era successo davvero.

Marito e figlio si avvicinarono in corridoio.

Si sentiva bene, disse mio figlio cercando di sembrare distaccato, ma con gli occhi lucidi. Era pure interessante.

Mio marito annuì.

Avevi unaltra voce. Non quella in cucina.

Sorrisi corta.

In cucina corro sempre, risposi. E, senza pensarci troppo, aggiunsi: Voglio continuare.

Uscimmo insieme. Chiusi il cappotto, sistemai la sciarpa. Dentro tremavo ancora, ma era una vibrazione diversa; il corpo ricordava: avevo fatto un passo.

Il giorno dopo arrivai alla scuola in anticipo. Il corridoio vuoto. Presi un modulo dal banco della segreteria, scrissi domanda discrizione al livello successivo. Alla voce obiettivo, non cercai frasi elaborate: Parlare.

Quando Lucia uscì dallufficio, la guardai negli occhi.

Io resto, dissi.

Bene, rispose lei. Allora scegli un nuovo testo.

Presi in mano la cartellina, la strinsi al petto. Mentre tornavo in aula, mi accorsi che non avevo pronunciato neanche una giustificazione. Una piccola cosa, quasi invisibile, ma che dentro risuonava come un applauso.

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