Vai via, Matteo
I piatti con la cena ormai fredda erano ancora lì, intatti sulla tavola. Silvia fissava il vuoto oltre di loro, ma i numeri dellorologio li vedeva benissimo: le lancette sembravano muoversi per dispetto. 22:47.
Matteo aveva promesso sarebbe stato a casa per le nove. Come al solito
Il cellulare restava muto.
Silvia non era nemmeno più arrabbiata.
Tutto ciò che aveva dentro, vivo, ormai si era consumato, lasciando indietro solo una stanchezza fredda, che le serrava lo stomaco e il cuore.
Verso mezzanotte sentì la chiave rigirarsi nella serratura.
Neanche si voltò. Era seduta sul divano, avvolta nella sua coperta di lana, fissava un punto nel nulla.
Ciao, amore. Perdonami, il lavoro mi ha trattenuto, la sua voce era stanca, ma cercava di sembrare allegro. Matteo faceva sempre così quando mentiva.
Si avvicinò, si chinò per baciarla sulla guancia. Silvia si ritrasse distinto, piano, ma lui lo sentì.
Che cè che non va? chiese, sfilandosi la sciarpa.
Ti ricordi che giorno è oggi? la voce di Silvia era bassa, quasi spenta.
Per un istante, il suo movimento si bloccò.
È mercoledì. Perché?
Oggi è il compleanno di mia mamma. Dovevamo andare a trovarla con la torta. Lavevi promesso.
Il volto di Matteo cambiò subito. Il suo sorriso sparì, lasciando posto a unespressione di colpa e una punta di panico.
Accidenti, Silvietta, mi è completamente passato di mente. Scusami, davvero, al lavoro oggi è stata una giornata da pazzi. Domani le telefono, giuro.
Andò in cucina. Silvia sentiva il suo agitarsi tra il frigorifero e i cassetti, il tintinnio dei piatti. Quando si sentiva sotto pressione, Matteo si rifugiava in quei piccoli gesti, come se il rumore potesse coprire le domande che non voleva affrontare.
Ma stavolta lei non glielavrebbe passata liscia. Si alzò e si avvicinò allingresso della cucina.
Matteo, con chi sei rimasto incastrato a lavoro fino alle undici questa sera?
Lui si voltò di scatto. Il braccio che reggeva il cartone del latte tremò leggermente.
Con la squadra. Dobbiamo far partire un progetto nuovo, le scadenze ci stanno addosso. Lo sai anche tu comè.
Lo so, annuì lei. E so anche che alle tre oggi hai telefonato e hai detto: Elena, hai ragione, devo rimediare.
Elena. La sua ex moglie. Un fantasma che abitava con loro da tre anni. Unombra che portava solo silenzi e vecchi rancori.
Matteo impallidì.
Hai origliato?
Non centrava origliare. Parli sempre al telefono in bagno a voce talmente alta che ti sento benissimo.
Posò il latte e si lasciò cadere su una sedia.
Non è come pensi.
E come dovrei pensare, scusa? per la prima volta la voce di Silvia vibrava di emozione. Che da sei mesi sei inquieto, che sparisci la sera, che mi guardi come se non mi vedessi? Stai cercando di tornare con lei? Dillo, dai. Dimmelo in faccia. Lo reggo.
Matteo abbassò lo sguardo sulle mani. Mani forti, le stesse che aggiustavano qualsiasi cosa, tranne la loro felicità.
Non sto tornando da lei, disse piano.
Allora? Ci sei tornato a letto insieme?
No! nei suoi occhi cera talmente tanto dolore e sincerità che per un attimo Silvia dubitò delle proprie accuse. Silvietta, ti prego, non è così.
E allora?! Cosa stai sistemando?! ormai urlava quasi. Le paghi i debiti? Le risolvi le grane? Vivi la sua vita mentre dovresti vivere la nostra?
Matteo rimase in silenzio.
Le parole che Silvia aveva seppellito da mesi finalmente rotolarono fuori.
Vai via, Matteo. Vai da lei, se è questo che vuoi. O da chiunque ti pare. Metti a posto i tuoi casini, ma lasciami in pace. Non ci riesco più. E non voglio più provarci.
Lei tentò di sfilarsi verso il corridoio, ma lui si alzò di scatto e le sbarrò il passaggio:
Non ho nessuna Elena! Né vecchia né nuova! Io neanche so cosa mi sta succedendo! Vorrei solo riuscire a sistemare tutto.
Si voltò, aveva il nodo in gola.
Parlami chiaro, sussurrò Silvia.
Vuoi sapere cosa sto cercando di sistemare? scattò lui, Me stesso. Sto provando a sistemare me, ma non ce la faccio. Vedi, tu non sei come lei. Tu sei paziente, buona, hai creduto in me anche quando nemmeno io ci credevo. Con te tutto doveva andare diversamente. Io dovevo essere uno migliore. E invece niente: mi dimentico i compleanni, resto a lavorare fino a tardi anche quando invece so che mi aspetti, rifuggo le discussioni e quando ti guardo vedo che anche nei tuoi occhi si spegne la luce. La stessa luce che ho spento negli occhi di Elena, tempo fa.
Silvia taceva.
Non voglio una donna nuova, continuò Matteo, ho paura che finirei di nuovo allo stesso modo. Che di nuovo farei piangere qualcuno, o la porterei allesasperazione. Non so essere marito, nemmeno so vivere insieme a qualcuno ogni giorno, senza drammi. Distruggo tutto. Per questo vivo sempre in bilico, come sul filo, e temo sempre di cadere. E tu accanto a me stai diventando come me
Matteo la fissò. Stavolta il suo sguardo era perso, ma vero:
Il problema non sei tu. Né Elena. Il problema sono io.
Silvia ascoltava quella sua confusione, e fu improvvisamente chiaro che Matteo non laveva tradita con unaltra donna, ma coi suoi stessi timori. Non era un cattivo uomo. Era una persona smarrita, che non sapeva più come andare avanti.
E adesso, Matteo? chiese lei, senza un filo di rabbia. Lhai capito. E adesso che fai?
Non lo so, ammise con onestà.
Allora prima chiarisciti le idee, sbottò Silvia, vai da uno psicologo, leggi, fai qualunque cosa, sbatti la testa al muro persino, ma smettila di cercare la magia che risolve tutto in un attimo. Non esiste. Esiste solo una cosa: lavorare su te stesso. Vai e fallo. Da solo.
Senza di me.
Silvia uscì dalla cucina, lo superò nel corridoio e si mise il cappotto.
***
La porta si richiuse alle sue spalle. Matteo rimase solo nel silenzio, disturbato soltanto dal tamburellare della pioggia. Si avvicinò alla finestra, vide il profilo di Silvia sfumare nelloscurità umida, e fu allora che sentì un peso nuovo, enorme. Un peso che non era un fantasma, ma la sua stessa presenza, lì, in quellappartamento così vuoto, nella cena fredda, nelle sue mani vuote di tutto.
E invece di rincorrerla, si versò un bicchiere di grappaRestò lì, in ascolto di sé stesso, per la prima volta senza nessuno cui aggrapparsi. La sua immagine riflessa nel vetro era una sagoma incerta, scomposta dalla pioggia.
Matteo inspirò a fondo. Sentì addosso la stanchezza vera, quella che non si cancella dormendo. Avrebbe voluto darsi una colpa semplice, come negli errori di sempre, ma ora non restavano più scuse dietro cui nascondersi.
Un rumore metallico attutito dalla porta: le chiavi di Silvia, lasciate sulla mensola dellingresso. Era il suono definitivo di chi ha imparato a non aspettare più.
Restò a fissare il nero fuori, poi, istintivamente, prese il cellulare e cercò la rubrica. Il dito si soffermò sulla voce Psicologo Dr. Tosi, appuntata mesi fa e mai chiamata. Una riga banale. Ma stasera, per la prima volta, sembrava la porta di un futuro diverso.
La compose. Quando una voce gentile rispose, si accorse che le parole gli uscivano senza fatica: «Buonasera. Vorrei prendere appuntamento per un colloquio. Sì, il prima possibile.»
Poi chiuse gli occhi e si lasciò cadere contro la finestra. Il rintocco delle lancette sembrava adesso solo un altro rumore tra i tanti, meno minaccioso, quasi umano.
Per la prima volta, Matteo non sentì il bisogno di rincorrere nessuno. Nell’appartamento silenzioso, tra i piatti freddi e la pioggia, si fece largo una pace dolorosa ma sincera. Era rimasto solo, finalmente. E forse, per ricominciare, era proprio quello il posto giusto da cui partire.






