Vai e non tornare più
Vai via, capisci? sussurrava Michele, gli occhi colmi di lacrime. Vai, e non tornare mai più! Mai.
Con le mani tremanti, il ragazzo sganciò la pesante catena di ferro e trascinò la sua Bice verso il cancello. Lo spalancò sulle strade deserte e cercò di spingerla fuori, fuori dal cortile, oltre la siepe di bosso.
E lei stava a guardare, le orecchie all’indietro, senza capire quella scena irreale di addii e tenerezza svanita tra le ombre allungate.
Davvero la cacciavano? Ma perché? Non aveva fatto nulla, nulla di male…
Vai via, ti prego ripeté Michele mentre stringeva forte la cagnolina tra le braccia. Non puoi restare qui. Lui sta per tornare e…
Proprio allora la porta della casa schizzò via come in un temporale e sul portico piombò, traballando e con un’accetta in mano, il padre ubriaco, Sebastiano.
*****
Se solo le persone potessero immaginare, anche solo per un istante, quanto può essere dura la vita di un cane che finisce per strada contro la sua volontà, forse guarderebbero a loro con più compassione. Forse sentirebbero, come una sinfonia lontana, il peso dei passi, delle piogge gelate, dellattesa senza fine.
Ma come possono saperlo, gli umani? Come possono immaginare le prove e i dolori che affrontano i nostri amici a quattro zampe? Un cane non può raccontarlo, né lamentarsi del suo destino. Serbano tutto nellanima muta.
Ma lasciate che io vi narri una storia di fedeltà, tradimento e amore che corre come un vento dolce tra la boscaglia.
Vi racconto di Bice, che nessuno aveva mai davvero voluto. Non sappiamo davvero cosa avesse fatto di sbagliato al suo primo padrone. Forse era colpa dei suoi occhi, così profondi, o forse del suo venir al mondo.
Fatto sta che quelluomo, indeciso e senza cuore, prese il cucciolo di appena due mesi, e lo portò con la sua Fiat sgangherata fin vicino al prossimo paesino, lasciandola sulla strada provinciale.
Semplicemente lasciata lì, tra lasfalto nero e le macchie di ginestre, mentre le auto correvano come proiettili verso Torino, verso la vita che continuava indifferente. Magari sperava che la bestiola sparisse tra una ruota e un fanale. O che, semplicemente, il tempo lavrebbe ingoiata.
Ma quella mattina capitò una fortuna da sogno: il piccolo Michele, nel giorno del suo quattordicesimo compleanno, ricevette una bici nuova fiammante e, con la benedizione ansiosa di mamma Antonella che urlava dalla finestra «Non andare troppo lontano, hai capito?» partì verso lavventura, ignorando le buche e la polvere del paese.
Il richiamo dell’asfalto nuovo, là dove la strada per Asti era stata rifatta da poco, era irresistibile. Voleva volare col vento, e così, pedalando, arrivò quasi sulla statale quando vide quell’essere trotterellare allimpazzata, a un passo dal baratro. Un cucciolo che sfidava le macchine e la morte, correndo come in un incubo sfuocato.
Che ci fa quel cane lì? Da dove è saltato fuori? pensò Michele, lasciando la bicicletta sullerba alta e avvicinandosi con passo rapido e sussurri gentili.
*****
Mamma, papà, guardate chi ho trovato! esclamò Michele entrando in casa, stringendo la cagnolina contro il petto Qualcuno lha abbandonata sulla strada. Possiamo tenerla con noi? Ti prego, mamma, guarda che musetto.
Michele, sei andato fuori paese? Antonella alzò la voce preoccupata, la paura tra le ciglia arcuate. Non te lavevo detto mille volte?
Sì ma solo fino alla statale. E guarda! Se non prendevo lei, ora non sarebbe qui. Sarebbe morta.
E se era tu a finire sotto una macchina? sospirò Antonella, il cuore stretto come dopo un brutto sogno. È pericoloso, soprattutto in bicicletta.
Giuro che non lo farò più. Ma lei? Possiamo tenerla? Prometto che mi prenderò cura di lei. E poi oggi è il mio compleanno!
Tzè, il tuo compleanno Antonella scosse la testa, ma era già mezza vinta.
Il padre, Ernesto, che tornava allegro dalla vigna, rise di gusto, la voce impastata dal vino novello. Eh, lascia stare il ragazzo, Tonietta. Ha quattordici anni e il coraggio in tasca! Da giovani anche noi ne combinavamo. E guarda che bella bestiola: candida, affettuosa, mica una randagia spelacchiata! Tenerla? Per me va bene, almeno ci guarderà la casa.
Antonella si arrese, il viso si ammorbidì. Se va bene a tuo padre, va bene anche a me.
Grazie! Siete i migliori genitori del mondo! gridò Michele, sentendosi leggero. Quel giorno diede alla cucciola il nome di Bice.
Pensava fosse un maschio, inizialmente, ma si accorse presto che era una femminuccia, una vera signorina. Bice si affezionò subito, col suo carattere buono e tenero.
Michele si scordò presto della bici nuova. Passava tutte le giornate con Bice, inseparabili come due fratelli. Sembrava che nulla potesse andare storto un cane salvato, un ragazzo felice, persino i genitori erano contagiati da quellarmonia semplice.
E vissero così, fino a quando tutto cambiò.
*****
Sei mesi dopo, lombra si incuneò tra i loro giorni dorati. Ernesto perse il lavoro in fabbrica la crisi, si diceva e il dolore si fece vino amaro nei suoi bicchieri. Spendeva gli ultimi euro risparmiati tra tabacco e bottiglie, e quando Antonella cercava di fermarlo, la tempesta montava: urla, mani pesanti e parole che cadevano come grandine.
Col tempo, Ernesto, sempre più simile a uno spirito irato, sfogava la sua frustrazione su chi aveva vicino. Andava tutto male? La colpa era di Antonella. Nessuna spiegazione serviva.
Io, colpevole? gridava, la voce roca e incerta.
Sì, era solo colpa sua, ma non voleva vederlo.
Non cercò un altro lavoro. La città era lontana, la vigna era fallita, restava solo il bar e gli amici perduti.
Michele si teneva lontano, nei momenti peggiori. Antonella, con la voce tremante, gli vietava di intromettersi: Non avvicinarti, figlio mio, non si sa mai con lui…
Così Michele correva da Bice, la abbracciava, lasciando che le sue lacrime scivolassero tra il pelo lucido. Lei lo leccava, solidale, silenziosa. Entrambi si rifugiavano in quellamicizia muta.
Ma una sera toccò anche a lui: Ernesto, vedendolo giocare in cortile, gli si avventò contro con mani dure come morsa. Bice, fedele e calma, si trasformò in cerbero: abbaiava, ringhiava, mentre Ernesto si bloccava stupito. Michele, con un guizzo, si liberò e corse via mentre il padre si inoltrava barcollante verso casa.
Vai via, capisci? piangeva Michele, sganciando la catena. Vai! Non tornare mai! Papà tornerà e ti farà del male…
Strinse Bice in un ultimo abbraccio, poi la spinse fuori dal cancello mentre luscio si spalancava e Ernesto inondava laria con urla e minacce, la scure che brillava sinistra.
Michele! Perché hai liberato quella bestia? Vieni qui subito!
Papà, lasciala stare! Non farle del male Michele indietreggiava, il cuore martellava fortissimo, pronto alla fuga, ma non poteva lasciare la madre sola.
Hai il coraggio di parlarmi così? Dopo tutto quello che ho fatto per te e questa bastarda!
Ernesto zoppicò giù dalle scale, balbettando ordini e insulti.
Antonella, rientrata dal piccolo supermercato con i sacchetti traboccanti di latte e pane, gridava disperata:
Lascia in pace la cagnolina! Non vedi che è solo una cucciola? La ammazzi!
Basta con le chiacchiere! Questa bestia deve imparare chi è il padrone!
Doveva far presto. Michele si girò verso Bice, le prese la testa tra le mani, la baciò sul muso freddo e con tutta la forza la spinse sulla strada.
SCAPPA! Bice, ti prego, perdonami perdonaci
Ernesto urlava, ma Bice, ancora una volta, guardò Michele negli occhi e poi corse verso il bosco, lunico posto dove potesse sparire.
«Non tornare, Bice, o papà ti ucciderà!» urlava Michele tra le lacrime.
Bice corse e corse. Sognava solo che Michele e Antonella potessero salvarsi dal mostro.
*****
Il tempo si deformò, divenne come stoffa strappata. Passarono sette lunghi anni.
Sette inverni e sette estati, e Bice visse sospesa nella speranza. Ogni giorno, ogni cambio di stagione, sentiva crescere il vuoto, perché in paese nessuno parlava più di Michele o Antonella. Quando trovò il coraggio di avvicinarsi di nuovo a quella casa, vide solo cenere e rovi la casa era bruciata.
Nessuno, solo il vento.
Per alcuni mesi vagò di villaggio in villaggio, sempre col timore in gola. Poi, una sera, vicino allo stesso incrocio dove tutto era cominciato, incontrò un vecchio dai baffi lunghi e il cappello sgualcito: Giovanni, che con un sorriso stanco, le disse: Hai perso la strada anche tu? Vuoi venire a vivere da me?
Bice accettò, perché ormai non aveva altro dove andare.
Giovanni era un po amico del vino, ma aveva il cuore grande, e la nutriva bene: brodo, pane raffermo, ossa scelte. Le offriva un posto accanto al letto, e la portava con sé di notte. Faceva la guardia, custode del camposanto.
Allinizio, lodore delle tombe spaventava Bice, ma col tempo si abituò. Anzi, si sentiva legata al vecchio, che ogni notte si lamentava dei suoi dolori: la moglie lo aveva lasciato, la figlia non lo riconosceva più, si sentiva inutile come una moneta fuori corso.
Bice ascoltava, accoccolandosi vicino ai suoi piedi nodosi, annusando le storie come fossero odori lontani.
Poi, durante uno dei suoi giri tra le lapidi, fiutò qualcosa di inquietante. Un odore, aspro e familiare: lantico rancore di Ernesto. Sulla croce di ferro, il nome era lì, arrugginito.
Giovanni la raggiunse: Che hai trovato? Vediamo… Ernesto… Ah, sì, proprio lui. È quello che è morto nellincendio di casa sua, anime inquiete.
Guardò la tomba, sospirando. Dicono facesse soffrire la sua famiglia, poveracci. Ma dei morti si parla solo bene, o si tace. Dai, andiamo.
Bice visse quasi cinque anni al camposanto. Ma anche Giovanni se ne andò, lasciandola sola tra i marmi e le statue. Non era più giovane, nessuno più lavrebbe adottata.
Forse il destino voleva che riposasse anche lei lì, tra ombre e gelsomini. Decise che avrebbe aspettato la morte sul cimitero, unica casa rimasta.
Ma una mattina dinverno, con la brina che copriva tutto come zucchero, qualcosa cambiò.
Sentì delle voci limpide: due persone, un uomo e una donna, proprio vicino alla tomba di Ernesto.
Te lavevo detto, Mariangela, che non dovevo venire dal padre! Perché dovrei perdonarlo dopo tutto quello che ha fatto? Ha rovinato mia madre, ha rovinato me, cosa vuoi che veda qui?
Devi perdonare, Michele… È solo così che finiranno gli incubi. Tuo padre forse ti chiede pace dal sogno. Cerca di lasciar andare… rispose la ragazza, calma come l’acqua d’aprile.
Magari hai ragione…
Michele, col viso segnato dagli anni, guardava la tomba. Ti perdono, papà per me, per mamma, e anche per Bice. Peccato solo aver dovuto scacciare via la mia miglior amica per la tua colpa. Spero sia ancora viva, da qualche parte…
Bice, immobile come unombra, ascoltava il suo nome. Era lui, davvero lui. Il suo ragazzo, adesso già uomo.
Michele si voltò, spinto da uno strano presentimento. La vide e rimase senza fiato.
Mariangela Hai visto? Sembra un fantasma.
Un cane, qui al cimitero? sorrise lei. Sono ovunque, non cè da stupirsi.
Ma Michele, esitante, avanzò verso Bice. Passo dopo passo, la memoria dinfanzia si mise a correre come vento di primavera. Bice scodinzolò appena, poi fece qualche passo.
Si incontrarono a metà strada uomo e cane, di nuovo insieme dopo sette anni. Michele si inginocchiò, con il volto bagnato, mentre Bice gli saltava addosso, leccandogli le guance, il naso, il mento. Il sogno del suo cuore si era finalmente realizzato.
*****
Michele portò Bice a casa con sé. Lei si affezionò subito anche a Mariangela.
Vivevano insieme, tre anime e una sola casa, poi le anime diventarono quattro: un giorno Bice trovò un gattino randagio in strada e lo portarono tutti insieme nel piccolo appartamento di Torino. Arrivò anche un bambino, Mattia, a popolare la cucina di risate.
Col tempo, Michele riuscì a rimettere in piedi la casa in campagna. Ogni estate, la famiglia tornava tra le colline e i filari di viti, dove la storia era iniziata e dove, finalmente, tutto trovò pace.
E dopo tutto ciò che avevano passato, tra incubi, addii e stagioni mutevoli, Michele e Bice erano davvero felici con un cuore ora intero, come nelle fiabe che si sussurrano nei sogni.






