14 giugno
Vattene subito! Ti dico di andartene! Che ci fai qui intorno? Ho sentito urlare nonna Claudia, che con un gran rumore ha sbattuto sul tavolo, sotto la grande mela del cortile, il piatto pieno di panzerotti appena sfornati, dando una spinta a quel ragazzino del vicino. Dai, vai via! Quando tua madre inizierà finalmente a tenerti docchio? Sei proprio uno scansafatiche!
Era magro come uno stecchino, Giovanni. Nessuno lo chiamava mai per nome, tutti si erano abituati ormai al suo soprannome: Grillo. Si voltò un attimo verso la signora Claudia, la vicina severa, poi strascicò i piedi verso il portone di casa sua.
La nostra casa, grande e dallaspetto antico, era suddivisa in diversi appartamenti e abitata solo in parte. Di fatto, ci vivevano solo due famiglie e mezzo: i Puglisi, i Romano, e i Carpeni cioè io, Caterina, con mio figlio Giovanni. E noi due eravamo appunto questa mezza famiglia su cui nessuno dava troppo peso, anzi, spesso si preferiva far finta di niente, a meno che non ci fossero bisogni impellenti.
Nessuno considerava Caterina una persona importante, nemmeno quando cera bisogno di aiuto o di passare due minuti con noi. Non aveva né marito, né genitori. Era rimasta sola, arrangiandosi come poteva, e la guardavano spesso con sospetto, ma nessuno la infastidiva davvero. Al massimo si prendevano gioco di Giovanni, chiamandolo Grillo, per via delle sue gambe lunghissime e magre e della testa grande che sembrava quasi non stare in equilibrio sul suo collo sottile.
Giovanni aveva un aspetto tuttaltro che bello, anzi, spesso veniva evitato per questo, ma era di una bontà disarmante. Non poteva passare accanto ad un bambino che piangeva senza cercare di consolarlo. E così, spesso, veniva sgridato anche dalle madri più protettive che non volevano quellImbranato tra i piedi dei loro figli.
Cosa volesse davvero dire Spaventapasseri, Giovanni lha capito solo quando gli ho regalato il libro su Dorothy: allora gli fu chiaro il perché di quel soprannome. Però non se la prese, anzi, pensava che chiamarlo così volesse dire che anche gli altri avevano letto la storia, e quindi sapevano che, in fondo, anche lo Spaventapasseri era buono, generoso e alla fine governava una bellissima città.
Quando mi ha detto queste cose, sono rimasta in silenzio. Ho deciso che era meglio lasciarlo credere che la gente fosse migliore di quello che era davvero. Il mondo è già pieno di cattiveria; avrebbe avuto tempo, Giovanni, per imparare quanto può essere dura la vita. Almeno linfanzia lasciamogliela vivere sereno
Mio figlio era tutto per me. Avevo perdonato suo padre per il suo abbandono e la sua inutilità e, già in ospedale, appena nato, mi ero rifiutata di ascoltare la puericultrice che borbottava che questo bambino sembra già un po diverso.
Ma cosa state dicendo?! Mio figlio è bellissimo, il più bello del mondo!
Nessuno dice il contrario! Solo che intelligente, insomma, non ci sperate troppo
Lo vedremo! gli accarezzavo il viso e piangevo forte.
Per due anni lho portato ovunque da dottori, e alla fine sono riuscita a farli interessare davvero. Prendevo il pullman vecchio, tremolante, ben stretta al mio piccolo con la sciarpona tirata su fino alle sopracciglia.
Gli sguardi compassionevoli non mi toccavano. Se qualcuno provava a farmi prediche, diventavo una lupa: Il tuo lo lasci in orfanotrofio, eh? No? E allora tieniti le tue ricette! So io cosa devo fare!
Col tempo Giovanni è cresciuto, ha iniziato a mettersi in pari, era quasi come gli altri bambini della sua età. Bello, però, non lo è mai diventato; la sua testona schiacciata e le braccia esili, così come le gambe sottili, sono rimaste la sua caratteristica, nonostante le mie mille attenzioni.
Mi privavo di tutto, lui aveva sempre il meglio. E questo, alla lunga, ha fatto sì che della salute di Giovanni non ci fosse più da preoccuparsi. Tutti i medici erano stupiti e dicevano: Di madri così ce ne sono veramente poche! Guardate qua! Era quasi invalido e ora Un campione! Un piccoletto intelligente!
Certo. È il mio bambino.
Noi però parliamo di te, Caterina! Sei una mamma eccezionale!
E io, sinceramente, mica capivo dove fosse il merito. Una madre deve solo amare e prendersi cura di suo figlio. Cosa cè di straordinario in questo? Faccio quello che ogni madre dovrebbe fare.
Al momento di andare in prima elementare, Giovanni sapeva già leggere bene, scrivere e fare i conti, ma aveva una leggera balbuzie. A volte questo gli rovinava tutto.
Giovanni, basta così, grazie! lo fermava la maestra, e faceva leggere qualcun altro.
Poi si lamentava in sala insegnanti: Bravo è bravo, ma ascoltarlo leggere, poverino, è impossibile! Per fortuna quella maestra, dopo due anni, si sposò e andò in congedo maternità. La classe venne allora affidata a Maria Ilaria, una vecchia maestra dal cuore grande, che capì subito il valore di quel Grillo. Parlò con me, mi indirizzò da una logopedista in gamba, e a Giovanni chiese spesso di consegnare i compiti scritti.
Tu scrivi proprio bene, e ci metti tanta passione! Mi piace proprio leggere quello che scrivi tu!
Giovanni ogni volta sbocciava sotto quei complimenti e la maestra leggeva in classe i suoi temi, sottolineando sempre quanto fosse fortunata ad avere un allievo così.
Mi viene ancora da piangere al pensiero. Avrei voluto baciarle le mani per la gentilezza che mostrava a Giovanni, ma lei mi fermava subito: Ma cosa fa?! È il mio lavoro! E poi, suo figlio è meraviglioso, vedrà che andrà tutto bene!
Giovanni per la scuola era un portento. Correva verso listituto con quella sua andatura saltellante che faceva sorridere i vicini.
Ecco che salta ancora il nostro Grillo! Allora siamo arrivati anche noi allora del cambio! Madonna santa, come può la natura accanirsi così su un bambino! E chi glielha detto a sua mamma di tenerlo?
Io sentivo cosa pensavano di noi, ma non amavo litigare. Se il buon Dio non ha dato sufficiente cuore e anima a certe persone, nessuno può insegnare loro ad essere umani. Allora è tempo sprecato persino provare a capire perché sono così. Meglio pensare a cose più utili: come sistemare ancora una rosa vicino al mio ingresso.
Il cortile era grande, con aiuole sotto ogni finestra e un piccolo orto dietro casa. Nessuno si preoccupava di dividerlo, si seguiva solo la regola non scritta che il piccolo spazio davanti al portone fosse territorio dellappartamento cui conducevano i gradini.
Il mio, di pianerottolo, era il più bello. Cerano rose, un gran cespuglio di glicine, e avevo decorato i gradini con piastrelle rotte che avevo chiesto al direttore del centro culturale di paese, quando ristrutturarono la sala. Sembravano tesori di un paese lontano, scintillavano al sole. Datemele, vi prego! sono andata a chiedere col cuore in mano.
Hai detto piastrelle rotte? Ma che ci devi fare?
Le raccolgo tutte io! Datemele!
Si è messo a ridere ma mi ha accontentata. Così, ottenuta una carretta in prestito dai vicini, sono rimasta fino a sera a pescare tra i cocci, scegliendo quelli migliori per la mia idea. Ho sfilato fiera per tutto il paese, spingendo la carriola con il mio piccolo Grillo seduto dentro.
Ma che ci farà con quella roba?! si chiedevano.
Ma dopo qualche settimana tutti restarono a bocca aperta vedendo cosa avevo creato con quei pezzi di nulla
Non avevo mai visto davvero musei, né viaggiato allestero, né contemplato affreschi greci o la maestosità delle basiliche bizantine, però il mio gusto mi ha guidata. Così, quel piccolo mosaico di piastrelline è diventato una specie di opera darte che venivano ad ammirare tutti dal paese.
Guarda qua! È proprio un piccolo capolavoro
Non mi curavo dei commenti. Cosa mi importava? Lunico giudizio che mi scaldava il cuore erano le parole di mio figlio: Mamma, ma quanto è bello
Giovanni, seduto sui gradini, passava il dito sulle piastrelle, seguendo il disegno complesso, e rideva felice. E io piangevo ancora, perché vederlo sereno era la mia unica gioia.
Buone occasioni per essere felice, in verità, Giovanni non ne aveva tante. Ogni tanto un complimento a scuola, una torta preparata da me che lo abbracciavo sussurrandogli quanto fosse bravo e caro, questi erano i suoi tesori. Amici veri non ne aveva. Lui preferiva leggere che giocare a calcio, e non riusciva a stare dietro agli altri ragazzi. Le bambine non si avvicinavano mai, figurarsi con nonna Claudia che aveva tre nipotine Lucia, Sofia e Marta, rispettivamente di cinque, sette e dodici anni e guai a chi si avvicinava: Tu, Grillo, con loro non ci devi nemmeno parlare! Hai capito?! Non sono cose per te!
Cosa girava nella testa perennemente arruffata di Claudia, nessuno lha mai capito, ma avevo spiegato a Giovanni di stare lontano dalla porta della vicina per evitare problemi. Non farle perdere la calma, ché poi ti becchi rimproveri e lei ci sta male E lui, ovviamente, ha sempre obbedito.
Anche quel giorno, quando Claudia preparava tutto per la festa, Giovanni passava di lì per caso e non aveva nessuna intenzione di intrufolarsi.
Santi miei! E poi dicono che sono tirchia! Aspetta! Claudia coprì il piatto di panzerotti con un canovaccio ricamato, ne prese qualcuno e corse a raggiungere il ragazzino. Tieni! Ma che non ti veda gironzolare in cortile! Oggi è festa! Stai buono a casa finché tua madre non torna dal lavoro! Hai capito?
Giovanni annuì, accettando e ringraziando, ma Claudia aveva già altra faccenda per la testa. I parenti sarebbero arrivati a minuti, le nipotine in tiro, la tavola da preparare. Era il compleanno della piccola, Lucia, e Claudia voleva festeggiare in grande. E a lei, davvero, il figlio magro e strano della vicina non serviva.
Non cè bisogno di spaventare i bambini con quello lì dagli occhi spalancati! Poi stanotte non dormono! sospirava, ripensando a quando aveva sconsigliato a me di tenerlo.
Che ti metti a fare figli, Caterina?! Che futuro pensi di dargli? Finirà al bar a sbronziarsi, o sotto un ponte!
Io ribattevo: Mi hai mai visto con un bicchiere in mano?
Ma figuriamoci! Con tutti i guai che hai che futuro pensi di offrirgli? Tu non sai cosa significa fare la madre, nessuno te lha insegnato! Togliti questo pensiero, fa felice lui e te stessa!
Da quel giorno io e Claudia smettemmo di salutarci. Passavo fiera del mio pancione irregolare, senza mai incrociare lo sguardo della vicina.
Ce lhai con me? Io lo faccio per il tuo bene!, scuoteva la testa. Il tuo bene odora male! Io qui ho nausea! rispondevo io, lisciandomi la pancia e chiacchierando con il mio Grillo ancora sconosciuto. Non avere paura, piccino. Nessuno ti farà mai del male!
In otto anni Giovanni non mi ha mai raccontato di essere stato ferito. Teneva tutto dentro Se piangeva, lo faceva in silenzio da qualche parte, così io non mi preoccupavo. Sapeva che per me il dolore sarebbe stato più forte. Loffesa gli scivolava addosso come lacqua sul vetro, senza lasciar traccia di amarezza. I suoi occhi limpidi lavavano via tutto e, dopo mezzora, lui aveva già dimenticato chi aveva detto cosa, e solo si dispiaceva per i grandi che non capivano lessenziale.
Senza rabbia e rancore la vita è davvero più facile.
Di Claudia non aveva più paura, ma nemmeno la amava. Quando lei agitava il dito e gli lanciava parole taglienti, Giovanni spariva. Se Claudia avesse chiesto cosa pensava di tutto, sarebbe rimasta sconvolta: lui la compativa. Sentiva pena per quella donna che consumava la sua vita nella rabbia.
I minuti, quelli Giovanni li apprezzava più di ogni altra cosa al mondo. Aveva già capito che non cè nulla di più prezioso tutto si può recuperare, ma non il tempo.
Tic tac, fa lorologio E basta. Nessun minuto torna. Puoi rincorrerlo quanto vuoi: svanisce Non si compra né con tutti i soldi del mondo, né in regalo col più bello dei pacchetti di caramelle.
Ma i grandi, chissà perché, non lo capiscono
Seduto sul davanzale della sua stanza, mangiando il panzerotto, Giovanni guardava le nipotine di Claudia e tutti i bambini che giocavano nel prato dietro casa, per la festa di Lucia. Lei volteggiava in un vestitino rosa come una farfallina e Giovanni la osservava rapito: la sognava come una principessa o una fatina uscita da una favola.
Gli adulti intanto festeggiavano a tavola davanti allingresso di Claudia, mentre i bambini, dopo un po, corsero a giocare a calcio nei pressi del vecchio pozzo, in un prato più grande.
Appena videro quel gruppo correre via, Giovanni capì subito dove fossero diretti. Corse in camera mia perché da quella finestra si poteva vedere bene il prato. Guardava, batteva le mani, contento per chi si divertiva davvero, finché iniziò a calare il sole.
Alcuni bambini erano stanchi e tornavano dai genitori, altri inventavano nuovi giochi. Solo la bambina in rosa si aggirava ancora nei pressi del vecchio pozzo e attirò lattenzione di Giovanni.
Sapeva che lì era pericoloso. Lo avevo avvertito mille volte: Il rivestimento del pozzo è marcio. Nessuno lo usa più, ma lacqua cè ancora. Se cadi dentro, addio! Non sentirà nessuno le tue urla! Hai capito? Non ci andare mai!
Non ci vado!
Ma il momento in cui Lucia scivolò e sparì dalla vista, Giovanni non lo vide. Si era distratto un attimo con i compagni che giocavano a palla. Quando tornò a cercare la macchia rosa con gli occhi, il cuore gli si fermò.
Lucia non cera più sul prato
Giovanni uscì di corsa e in un attimo capì che neanche tra gli adulti Lucia era tornata Non saprà mai perché non gli sia venuto in mente di cercare aiuto. Non ci pensò. Scese di corsa le scale e si precipitò nel cortile sul retro, senza nemmeno sentire Claudia che gli gridava dietro: Ti ho detto di restare a casa!
I bambini, intenti a giocare, non si erano neppure accorti che Lucia mancava. Giovanni, arrivato al pozzo, vede qualcosa di chiaro laggiù in fondo e grida: Appoggiati alla parete!
Per non colpire la bimba, si sdraiò lui stesso sul bordo, si lasciò scivolare dentro strusciando la pancia sulle vecchie assi marce e si tuffò nel buio.
Lo fece sapendo che si trattava di minuti, che Lucia non sapeva nuotare. Lo sapeva bene perché gli era capitato tante volte di vederla annaspare in acqua sulla spiaggia, Claudia che si arrabbiava provando a insegnare la nipotina.
Nonostante tutto, Lucia non aveva mai imparato a nuotare; e di Giovanni aveva timore per colpa delle storie della nonna. Eppure, piena di paura e con lacqua che puzzava di muffa, si aggrappò disperata alle spalle ossute di Giovanni.
Non avere paura! Sono qui!, la strinse al petto come le avevo insegnato io. Tieniti forte, ora grido aiuto!
Le mani scivolavano sulle assi viscide, Lucia strattonava e la tirava giù, ma Giovanni riuscì a prendere abbastanza fiato e gridare forte, due parole che tutti avrebbero dovuto sentire: Aiuto!
Non poteva sapere che i bambini si erano già dileguati dal prato, che nessuno notava la sua assenza, che non era certo di avere la forza di rimanere a galla finché arrivavano i grandi. Lui pensava solo che quella bambina, nel suo vestito rosa, doveva vivere. Perché di bellezza, come di minuti, non ce ne sono mai abbastanza.
Alla fine qualcuno sentì il suo grido.
Claudia, mentre portava in tavola un piatto doca arrosto, cercò la nipote con gli occhi per vantarla davanti agli ospiti e sbiancò: Lucia dovè?
I commensali, brilli, nemmeno capirono subito cosa volesse da loro, ma quando la padrona urlò tanto che lintero paese si fermò, tutti uscirono di casa.
Giovanni, ormai stanco, gridò ancora una volta, quello che una madre doveva sentire: Mamma
Proprio allora stavo tornando a casa dal lavoro. Sentii qualcosa: una stretta alla gola, una sensazione di urgenza, dimenticai persino di fermarmi in panificio. Saltai la salutare di rito alle vicine ciarliere e mi infilai di corsa verso casa, come se il cuore sapesse che forse erano i miei minuti quelli che si stavano per esaurire.
Entrai nel cortile proprio quando Claudia si accasciava sulle scale davanti al mio ingresso. Nemmeno mi fermai a chiedere cosa fosse successo: corsi subito nel retro, dove di solito giocava Giovanni, e lo sentii gridare:
Sono qui, mamma!
Dove fosse non fu difficile capirlo. Quel pozzo mi aveva sempre terrorizzata; era da anni che mi lamentavo perché nessuno lo copriva con qualcosa di più sicuro. Il mio steccato traballante ovviamente non bastava a tener lontani i bambini curiosi, ma nessun altro, tranne me, si era mai preoccupato di quel pericolo
Niente tempo per pensare. Rientrai in casa, presi la corda per stendere i panni, tornai fuori e urlai: Venite dietro! Tenete forte la corda!
Per fortuna uno dei generi di Claudia era ancora abbastanza sobrio da capire al volo. In un attimo mi legò la corda intorno alla vita: Vai, io reggo!
Lucia la tirai su subito: la bimba, appena aggrappata al mio collo, si afflosciò, tutta tremante tra le mie braccia. Io mi sentii cadere il cuore: Giovanni nella tenebra non riuscivo proprio a trovarlo.
E allora pregai come avevo fatto solo una volta, in sala parto: Dio, ti prego, non prendermelo via!
Senza fiato cercavo nel buio con la mano, sentendo i secondi come frustate di paura. Ma non potevo fermarmi.
Ti prego Qualcosa di viscido e sottile si appoggiò sul mio braccio. Tirai su quel peso e pescai mio figlio fuori: non volevo neppure pensare se fosse vivo. Urlai: Tirate!
E già sollevandoci dal pozzo, sentii finalmente, sommessamente: Mamma
Giovanni rientrò in paese che era un piccolo eroe. Passò quasi due settimane allospedale, Lucia uscì prima: aveva solo ingoiato un po dacqua, era spaventata, vestito strappato e qualche graffio. Giovanni aveva il polso rotto, respirava male, ma era con me, e la paura per Lucia era passata. Ormai pensava solo a tornare a casa, tra i suoi libri e il suo caro gatto.
Oh, bambino mio! Che Dio ti benedica! Se non ceri tu, piangeva Claudia abbracciandolo ancora abbronzato dalla degenza. Io ti darò tutto quello che vuoi!
A che serve?, rispose Giovanni con un sorriso magro. Ho fatto quello che dovevo. Non sono forse un uomo?
Lei non trovò le parole; lo strinse ancora forte, e forse non avrebbe mai potuto immaginare che quello strano ragazzo magro, che sarebbe rimasto per tutti Grillo, dopo qualche anno avrebbe portato in salvo una camionetta piena di feriti sotto il fuoco, senza mai guardare chi fosse per chi, solo per alleviare il dolore di chi, proprio come lui un tempo, avrebbe gridato Mamma! nella notte
E quando gli avrebbero chiesto: Perché lo fai? Con te erano tutti così cattivi, Grillo avrebbe risposto semplicemente: Io sono un medico. Così si fa. Bisogna vivere. È giusto così.
***
Ripensando a tutto questo, ora che la sera scende sul cortile e sento il profumo di glicine, non posso che essere grata. Lamore di una madre, davvero, non ha limite. Non mi sono mai fermata davanti a nulla per mio figlio, nonostante la cattiveria e i pregiudizi. Senza il mio affetto, Giovanni non sarebbe stato luomo buono, forte e coraggioso che è diventato. È la prova che solo lamore vero dà la forza di crescere e cambiare, per sé stessi e per chi ci sta intorno.
Il vero eroe è dentro lanima: era considerato brutto, Giovanni, e invece si è rivelato un vero gigante quando non ha esitato un attimo a tuffarsi per salvare quella bimba. Il gesto, non laspetto, è ciò che ci definisce.
Claudia e gli altri si sono dovuti arrendere davanti allevidenza: la dignità, il cuore, la generosità abbattono ogni pregiudizio. E la lezione più grande è sempre perdonare e fare il bene, anche se a te hanno fatto del male. Come ha detto Giovanni: Io sono un medico. Così si fa. Bisogna vivere. È giusto così.
Mi domando: la bontà trova sempre il modo di cambiare il mondo, anche tra mille difficoltà? Ho imparato che sì. Quante volte nella mia vita ho scoperto che la vera ricchezza non è mai lapparenza, ma la forza dellanima.
Stasera, mentre Giovanni legge in camera, il suo gatto acciambellato accanto, sento tutta la bellezza di queste ore. Forse la vita è una collana di minuti preziosi: saperli vivere con gratitudine, questa è la vittoria più grande di tutte.






