Vai via! Te lho detto, vattene subito! Che ci fai sempre qui in giro?! urlò severamente la signora Claudia Mattei, sbattendo forte sul tavolo, allombra larga del vecchio melo, il piatto colmo di caldi panzerotti. Poi spinse via il ragazzino del vicinato. Fuori dai piedi! Quando mai tua madre inizierà a guardarti come si deve?! Sei un pigrone!
Magro come uno stecco, Nico così lo chiamavano tutti, dimenticando ormai il suo vero nome lanciò uno sguardo triste alla vicina arcigna e si trascinò pian piano verso il portone del suo appartamento.
La grande casa, divisa in diverse abitazioni, era abitata solo in parte. In pratica, ci vivevano due famiglie e mezza: i Ferri, i Rossetti e, appunto, i Carpeni Caterina e suo figlio Nico.
I Carpeni erano la mezza famiglia che nessuno considerava davvero, men che meno nominava, a meno che non fosse assolutamente necessario. Caterina non aveva molta importanza agli occhi degli altri e nessuno si sentiva in dovere di dedicarle troppo tempo.
Oltre a Nico, Caterina non aveva nessuno: niente marito, niente genitori. Si dava da fare come poteva, affrontando da sola il giudizio di tutti. La si guardava con sospetto ma nessuno la tormentava davvero, se non quando cera da rimproverare Nico, che chiamavano Grillo, per via delle sue gambe e braccia lunghe e sottili, e della grossa testa che sembrava un po troppo grande per il collo esile.
Grillo era tremendo a vedersi, spaventato da tutto, ma buono fino al midollo. Non era capace di ignorare un bambino triste: subito si avvicinava, pronto a consolare chiunque piangesse, beccandosi spesso i rimproveri delle madri del quartiere, che non volevano vedere vicino ai loro figli il brutto spaventapasseri.
Per diverso tempo Nico non aveva capito chi fosse uno Spaventapasseri. Poi, sua madre gli regalò un libro su una bambina, Ellide, e tutto divenne chiaro: lo chiamavano così come nello stesso modo del personaggio del racconto.
Ma Nico non si offendeva affatto. Anzi, aveva deciso che tutti quelli che lo chiamavano Spaventapasseri dovevano aver letto quel libro e quindi sapessero che lo Spaventapasseri era sì brutto, ma incredibilmente buono, aiuta tutti e diventa persino il capo di una bellissima città.
A Caterina, che condivise le sue riflessioni col figlio, sembrava giusto che il bambino vedesse il mondo migliore di comera realmente. Pensava che la vita era già fin troppo cattiva: almeno durante linfanzia era giusto lasciar sognare.
Caterina amava suo figlio più di ogni altra cosa. Aveva perdonato il tradimento e lincapacità del padre di Nico ancora in ospedale, tagliando corta pure a chi le aveva detto che il bambino era nato diverso.
Ma cosa dite mai! Mio figlio è il bimbo più bello del mondo!
Nessuno dice il contrario! Però intelligente non so
Staremo a vedere! rispondeva lei, accarezzando il visetto del piccolo e piangendo lacrime amare.
Per due anni aveva portato Nico da ogni dottore possibile e immaginabile, facendo di tutto perché qualcuno lo prendesse davvero in carico. Prendeva lautobus per arrivare in città, stringendo a sé il bimbo, avvolto fino alle sopracciglia nella sciarpa fatta a mano.
Gli sguardi pietosi non le interessavano; e chi provava a darle consigli o farla calmare, si sentiva rispondere come da una lupa a cui han toccato il piccolo:
Tu mandalo il tuo in orfanotrofio! No? Allora non mi disturbare, decido io!
A due anni, Nico aveva quasi pareggiato con gli altri bambini, tranne che per la magrezza e la testa sempre un po troppo grande. Caterina faceva di tutto per aiutarlo a crescere sano: si privava anche dellessenziale pur di dargli il meglio, e questo ebbe effetti; i medici quasi non si accorgevano più di lui e lo guardavano a labbra strette, osservando la minuta, quasi elfica, Caterina abbracciare il suo Grillo.
Di mamme come te ormai ce ne sono poche! Pensa! Doveva essere un caso dinvalidità, guardalo ora! Un eroe, un genio!
Sì! Il mio ragazzo è proprio così!
Parliamo di te, Cate! Sei una donna in gamba!
Caterina non capiva perché ricevesse tanti elogi. Fare la mamma non era forse un dovere? Amare ed essere presenti non era la normalità? Era solo quello che doveva fare, punto e basta.
Quando fu tempo di scuola, Nico già leggeva, scriveva e sapeva fare i conti, ma balbettava un pochino: questo, a volte, rovinava ogni sua dote.
Nico, basta così, grazie, lo interrompeva la maestra, passando il turno a qualche compagno.
Poi, in sala insegnanti, si lamentava: un ragazzo molto bravo, ma ascoltarlo leggere è una tortura. Per fortuna restò solo due anni. Si sposò ed entrò in maternità, lasciando la classe a unaltra maestra.
Maria Illari aveva già una certa età, ma non aveva perso né passione né dolcezza. Capì subito con chi aveva a che fare. Parlarono con Caterina e consigliò uno dei migliori logopedisti di Firenze, poi chiese a Nico di consegnare i compiti scritti.
Scrivi con una calligrafia stupenda! Mi dà gioia leggerli!
Nico splendeva per quei complimenti, e Maria Illari leggeva ad alta voce le sue risposte, sottolineando sempre lintelligenza e limpegno del ragazzo.
Caterina piangeva di gratitudine, quasi desiderosa di baciare le mani della maestra, ma Maria si schermiva subito:
Ma siete impazzita? E il mio lavoro! E suo figlio è davvero bravissimo! Vedrete, ce la farà!
A scuola Nico ci andava saltellando, facendo ridere mezzo vicinato.
Guarda là! Passa il nostro Grillo! Allora tocca anche a noi rimetterci in moto! Poverino, la natura è stata cattiva con lui E perché lha lasciato, poi?
Caterina sapeva bene cosa si diceva di lei e di suo figlio, ma non amava litigare. Se al cuore e allanima non si può insegnare la gentilezza, non vale la pena di perdere tempo con chi non lo possiede. Meglio occuparsi del proprio orticello: rimettere in ordine la casa, piantare una nuova rosa vicino allingresso.
Il cortile era grande, con le aiuole sotto ogni finestra e un piccolo frutteto sul retro. Nessuno pensava di dividerlo: era un tacito accordo che ogni pianerottolo corrispondeva a una casa.
Quello di Caterina era il più bello: crescevano rose e un grande lillà a colorare langolo, e i gradini li aveva decorati con tessere di vecchie piastrelle prese in dono dal direttore della Casa della Cultura del paese. Lì stavano ristrutturando e la pila di scarti brillava come un tesoro. Caterina aveva chiesto e ottenuto quei pezzi, trovando aiuto per portarli a casa.
Ma che se ne farà mai di tutta quella roba? sbuffavano le comari.
Ma dopo poche settimane tutti restarono senza parole nel vedere cosa aveva creato con i resti dimenticati: un capolavoro di mosaico che attirava lammirazione del paese intero.
Guarda là! È un vero capolavoro
Caterina ormai non badava più ai commenti della gente. Lunico complimento che davvero la faceva felice era quello di suo figlio:
Mamma, è bellissimo
Nico, seduto sui gradini, seguiva con il dito la trama delle piastrelle colorate, calmo, sereno. E Caterina piangeva: il suo piccolo era felice.
E di motivi per sorridere ne aveva davvero pochi. Ricevere una lode a scuola o gustare qualcosa di buono preparato dalla mamma erano quasi tutte le sue gioie.
Grillo non aveva quasi amici: non riusciva a tenere testa agli altri ragazzi e preferiva leggere che correre dietro a un pallone. Le bambine stesse gli stavano alla larga, in particolare la signora Claudia, che pretendeva che le sue tre nipotine di cinque, sette e dodici anni non gli si avvicinassero mai.
Non ti avvicinare nemmeno! lo minacciava col pugno. Non sono bacche per te!
Nessuno capiva cosa passasse davvero nella testa riccioluta della signora Claudia, ma Caterina ordinava a Nico di non impicciarsi e di starle alla larga.
Non serve innervosirla, chissà che non le venga la pressione
Grillo obbediva, non avvicinandosi mai, neppure quel giorno che Claudia si dava da fare per la festa: lui stava passando lì per caso, non voleva unirsi ai giochi.
Santo cielo, le mie colpe! sbuffò Claudia, coprendo il piatto di panzerotti con uno strofinaccio ricamato. Diranno che tengo tutto per me! Aspetta
Scelse due panzerotti e corse dietro al ragazzino.
Tieni, ma che non ti veda nel cortile! Oggi è festa nostra! Te ne resti in silenzio a casa finché non torna tua madre, chiaro?
Nico annuì, ringraziando. Ma Claudia aveva già altro a cui pensare: tra poco sarebbero arrivati figli, nipoti e parenti, e tutto doveva essere perfetto. Era il compleanno della più piccola, la sua prediletta, Bianca, e non voleva seccature dal figlio gracile della vicina!
Non c’era bisogno di spaventare i bambini con uno così! Poi non dormono più! Claudia sospirò, ripensando ai suoi tentativi di convincere Caterina a lasciar perdere.
Ma che ci fai tu, Cate, con un bambino? Ti rovinerà la vita! Finirai che boh, chissà dove! Che futuro dai a lui?
Hai forse mai visto un bicchiere in mano mia? ribatteva Caterina senza peli sulla lingua.
Non dice nulla! Da tanta povertà viene solo miseria! Tu non hai avuto niente dai tuoi, tuo figlio non avrà nulla! Non lo sai cosa voglia dire essere madre! Fai un favore a entrambi, lascia stare finché sei in tempo!
Ma come ti permetti, hai figli anche tu!
Non ti preoccupare per me! I miei li ho tirati su come si deve. Tu cosa gli darai? Niente! Pensa un po!
Da allora Caterina aveva smesso di salutare Claudia, fiera della sua pancia sgraziata, camminando dritta e senza guardare oltre la siepe.
Ma guarda come sarrabbia Io le voglio solo bene! borbottava Claudia scuotendo la testa.
Il tuo bene non profuma, a me da nausea, ribatteva tra sé Caterina, accarezzando il pancione e tranquillizzando il suo futuro Grillo. Non temere, piccolo mio, nessuno ti farà mai del male.
Di tutto quello che dovette subire, Nico non raccontò mai nulla alla madre. La voleva troppo bene, temeva solo di farla soffrire. Se qualcuno lo feriva, piangeva da solo in un angolo ma taceva. Sapeva che la mamma si sarebbe aggravata più di lui. Gli dispiaceva perfino per gli adulti che non capivano la semplicità delle cose.
Vivendo senza rancore, la vita è più leggera.
Claudia Mattei, ormai, Nico non la temeva più. Ma nemmeno la amava. Quando lei lo minacciava e gli sputava parole taglienti come rasoi, Nico scappava via, lontano dal suo sguardo cattivo. E se mai le avessero chiesto cosa pensava, Claudia sarebbe rimasta stupita: Nico la compativa, dal profondo. Era dispiaciuto per lei che sprecava le sue ore ad arrabbiarsi.
Gli istanti, Nico li sapeva preziosi. Aveva capito che nulla vale più del tempo: tutto torna, tutto si ripara, ma non il tempo.
Tic tac! dice lorologio.
E basta
Nessuna mano può afferrarlo più! Non tornerà, e non lo compri né con un euro né col pacchetto più bello di caramelle.
Gli adulti, però, sembravano non capirlo mai
Arrampicato sul davanzale della sua stanza, Nico masticava un panzerotto guardando i bambini in festa nel prato dietro casa: le nipotine di Claudia e altri amici, tutti riuniti per il compleanno di Bianca. Lei, la festeggiata, volteggiava come una farfalla nel suo vestitino rosa, e Nico la seguiva con gli occhi, rapito. Limmaginava una principessa scesa da una fiaba.
Gli adulti ridevano e cenavano sotto il pergolato. I bambini, dopo qualche gioco insieme, corsero in massa verso il vecchio pozzo del prato, dove cera spazio per rincorrersi col pallone.
Appena li vide scattare, Nico corse nella camera della mamma: da quella finestra si vedeva tutto il prato come su un palcoscenico. Stette a guardare a lungo, applaudendo e facendo il tifo per chi giocava, finché il buio iniziò a calare.
Ad un tratto, vide che Bianca si attardava al pozzo, distratta. Sapeva che lì era pericoloso: Caterina glielo aveva ripetuto mille volte, vietandogli anche solo di avvicinarsi.
Quel pozzo è marcio, e anche se nessuno lo usa più, dentro cè ancora dellacqua. Se cadi, addio. Nessuno sentirà le tue urla! Chiaro? Non devi avvicinarti!
Promesso!
Il momento in cui Bianca scivolò via dal bordo e scomparve, Nico non lo vide. Era distratto a guardare i maschi che discutevano tra loro. Poi cercò con lo sguardo la macchia rosa del vestitino e il cuore gli si fermò: Bianca era sparita!
Corse fuori a perdifiato. Bastò un attimo per capire che la bambina mancava anche dalla tavolata dei grandi.
Nico non riuscì mai a spiegarsi come mai, in quel momento, la sua unica reazione fu gettarsi di corsa verso il retro. Nessun grido di Claudia, nessun ammonimento poté fermarlo.
I bambini non si preoccupavano affatto dellassenza di Bianca. E neppure si accorsero quando Nico si avvicinò al pozzo e, scorgendo qualcosa di chiaro sul fondo, gridò:
Schiacciati contro la parete!
Per non colpirla, si sdraiò sul bordo e si calò con le gambe, raspando la pancia sulle travi scivolose e piombando nel buio.
Nico sapeva che per Bianca i minuti erano preziosi: lei non sapeva nuotare.
Lui sì, ma la bambina, inseguita spesso in spiaggia dalla nonna, aveva sempre avuto paura. Eppure, attaccata disperatamente alle spalle minute di Nico, si sentì subito più sicura.
Non temere! Sono qui! le sussurrò. Tieniti forte! Io chiamo aiuto!
Scivolava sulle assi vischiose, Bianca lo tirava verso il basso, ma riuscì a tirare un gran respiro ed urlare con tutte le sue forze:
Aiuto!
Non poteva sapere che i bambini, inorriditi, erano già fuggiti dal prato, e che nessun adulto aveva ancora capito laccaduto. Non sapeva se avrebbe resistito fino allarrivo dei grandi. Non sapeva se qualcuno lo avrebbe sentito.
Sapeva solo una cosa: la piccola Bianca doveva vivere, perché la bellezza, come il tempo, è sempre troppo poca.
Il suo grido giunse alle orecchie dei grandi tardi.
Claudia, uscendo con il vassoio dellanatra arrosto, cercò la nipote e sbiancò:
Bianca dovè?!
Allinizio gli ospiti non capirono, confuse e mezze ubriache, ma quando la padrona di casa gettò il vassoio sul tavolo e gridò come una furia, si smossero tutti, anche chi passava da fuori,
Intanto Grillo aveva ancora la forza di gridare, sempre più debole:
Mamma
Caterina, sulla via del ritorno dal lavoro, accelerò allimprovviso. Dimenticò di passare dal panettiere, tirò dritta davanti alla bottega mentre le comari la salutavano dalla panchina, e accelerò senza sapere perché. Qualcosa le diceva di correre più che poteva.
Arrivò nel cortile proprio mentre Claudia si accasciava sudando sulle scale del pianerottolo. Non capendo nulla, Caterina si gettò verso il retro, dove spesso giocava Nico, e sentì la voce del figlio risuonare disperata.
Arrivo, tesoro!
Capì subito dove guardare: il vecchio pozzo laveva sempre terrorizzata. Aveva chiesto mille volte in Comune di chiuderlo, di coprirlo con qualcosa di sicuro. Al massimo, cera riuscita a metterci una recinzione debole, ma nessuno ci faceva caso.
Non cera tempo per pensare: corse a prendere la corda per stendere i panni, la gettò fuori, urlando:
Forza, aiutatemi!
Uno dei generi di Claudia, abbastanza lucido, capì subito. Preparò un nodo robusto, avvolse la piccola e minuta Caterina nella corda:
Vai! Ti tengo io!
Appena scesa, Caterina afferrò subito Bianca, che le si aggrappò come una medusa, avvinghiandola con braccia e gambe. Ma Nico non lo vedeva, lo cercava affannosamente nelloscurità
Allora Caterina pregò come aveva fatto tanti anni prima in ospedale, quandera sola e impaurita, pronta a dare tutto per la vita di suo figlio:
Dio mio, ti prego, non portarmelo via
Poi toccò qualcosa di freddo e viscido nellacqua nera. Tese il braccio e lo afferrò, tirò con forza e trascinò fuori il piccolo Nico, tremando al pensiero che forse non respirasse più. Gridò:
Tirate su!
Quando fu fuori, sentì un sussurro rauco:
Mamma
Dopo quasi due settimane in ospedale a Firenze, Nico tornò in paese da eroe.
Bianca fu dimessa prima: aveva ingoiato acqua, si era spaventata, ma se lera cavata con qualche graffio e il vestitino strappato.
Per Nico era andata peggio: il polso rotto, il respiro affannoso, ma aveva la mamma accanto e niente più paura per Bianca, che veniva spesso a trovarlo con tutta la famiglia. E lui si sentiva semplicemente felice allidea di poter rientrare a casa, ai suoi libri e al suo amato gatto.
Ragazzo mio! Dio mio! Se non fossi stato tu piangeva Claudia, abbracciando Nico abbronzato dal sole della clinica. Ti darò tutto quello che vuoi!
E che serve? scrollò le magre spalle Nico. Ho fatto solo quello che bisognava fare. Non sono forse un uomo?
Claudia non seppe cosa dire. Lo strinse ancora più forte, ignara che quel ragazzino magro e impacciato, che tutti avrebbero continuato a chiamare Grillo, un giorno avrebbe salvato decine di vite, tra i feriti della guerra, senza fare distinzione, ascoltando le stesse invocazioni: Mamma! E allora, alla domanda di perché lo facesse, lui avrebbe risposto:
Sono un medico. Così si fa. Bisogna vivere. È giusto così!
***
Cari lettori,
La forza dellamore di una madre non conosce confini.
Caterina, nonostante le difficoltà e i pregiudizi, amò suo figlio con ogni fibra. La sua dedizione e la sua fiducia permisero a Nico di crescere e diventare un uomo buono e intelligente. È la dimostrazione della potenza inarrestabile dellamore genitoriale.
Il vero eroe è nellanima: Nico, apparentemente sgraziato, si rivelò uno straordinario coraggioso, buttandosi a salvare la bambina nel pozzo. Il suo gesto, non laspetto, definì davvero la sua statura. Dimostrò che la bontà, il coraggio e la compassione sono i veri segni della grandezza.
I vicini che avevano disprezzato Caterina e suo figlio, furono costretti a ricredersi dopo il gesto eroico. La storia mostra che il pregiudizio crolla davanti alla vera virtù; la più grande lezione sta nella capacità di perdonare e fare il bene, anche se si è ricevuto il male. Come diceva Nico: Sono un medico. Così si fa. Bisogna vivere. È giusto così!
Una storia che ci ricorda che lumanità e la gentilezza vincono sempre sullindifferenza e sulla rabbia, e che la vera bellezza brilla da dentro.
Vi invito a riflettere:
Credete anche voi che la bontà, nonostante tutto, trova sempre la sua strada e cambia il mondo in meglio? Avete vissuto esperienze in cui lapparenza ingannava, e la vera ricchezza di una persona era tutta nascosta nellanima?






