“Vattene via! Ti dico di andartene! Che ci fai qui a bighellonare?!” – Con un tonfo, la signora Clau…

Vai via, ho detto! Ma che ci fai ancora qui impicciato tra i piedi?! urlò la signora Claudia Materassi, assestando con forza sul tavolo sotto il grande melo un enorme vassoio fumante di panzerotti e scacciando il ragazzino del piano di sopra. Sparisci! Quando tua madre imparerà a tenerti docchio?! Che sfaticato!

Magrolino come uno stecco, Lele così lo chiamavano tutti, raramente col suo vero nome Emanuele lanciò unocchiata alla severa vicina e se ne tornò a testa bassa verso la propria porta.

Il grande stabile, suddiviso ormai da anni in diversi appartamenti, era abitato solo in parte. In sostanza lì vivevano due famiglie e mezzo: i Lombardi, i Rossi, e la Vedova Carpeni Letizia con suo figlio Lele.

Questa mezza famiglia, i Carpeni, era considerata un po unappendice, tollerata quanto basta ma mai davvero inclusa. Letizia non aveva parenti: né marito né genitori in vita. Barcamenandosi da sola, guardata da alcuni con sospetto, veniva lasciata spesso in pace; solo di rado capitava che qualcuno si lamentasse di suo figlio, chiamato affettuosamente Cavalletta, per via delle lunghe braccia e gambe rachitiche e quella testa enorme e goffa che pareva reggersi a fatica sul collo sottile.

Cavalletta era a dir poco sgraziato, impacciato ma di unanima straordinariamente buona e sensibile. Bastava vedere un bambino piangere per indurlo a consolare, rischiando spesso dattirarsi il rimprovero di madri che non volevano spaventare i loro piccoli con quella figura così insolita.

Lele scoprì solo più tardi perché lo chiamassero così; lo capì quando la madre gli regalò un libro su una bambina di nome Ella e sui suoi bizzarri amici di un paese lontano. Da allora iniziò a pensare che chi lo chiamava Cavalletta forse conosceva quella storia, e in fondo quel personaggio era buono e intelligente ed era diventato persino sindaco di una bellissima città.

Letizia, ascoltando le riflessioni di suo figlio, non lo contraddisse. Forse, pensava, non cè nulla di male perché un bambino creda di più nelle persone di quanto esse meritino davvero; la durezza del mondo arriva già abbastanza in fretta.

Il suo Lele lo amava come nessun altro al mondo. Dopo aver perdonato il marito per la sua fuga, aveva stretto fra le braccia quel destino tutto suo, già dallospedale. Aveva subito zittito lostetrica che insinuava qualcosa sulla stranezza di quel neonato.

Ma smettetela! Mio figlio è il più bello del mondo!

Bellezza a parte, aveva risposto la donna limportante sarebbe che fosse anche sveglio

E invece crescerà e vi sorprenderà tutti! ribatteva Letizia accarezzando il viso del piccolo, sciogliendosi in lacrime.

Per due anni aveva portato Lele da ogni specialista di Milano che potesse visitarlo, tremando sugli autobus e stringendo il bambino infagottato forte a sé. Si lasciava sfiorare dagli sguardi di chi aveva pietà, ma se qualcuno azzardava consigli o critiche, si trasformava in una vera lupa.

Porta il tuo allorfanotrofio, allora! Se no, le tue idee non interessano! Io so bene cosè meglio per mio figlio!

Alla fine, a forza di visite e sacrifici, Lele migliorò. A due anni era quasi allo stesso livello degli altri bambini, anche se bello non lo sarebbe stato mai: la testa troppo grossa, magro, braccia e gambe esili, ma Letizia faceva di tutto per nutrirlo e rafforzarlo.

Privandosi di tutto, dava al figlio ogni cosa migliore, sacrificio che si rispecchiava in una salute finalmente stabile. I dottori non potevano che scuotere la testa con rispetto davanti a quellesile mamma e al suo Cavalletta.

Di mamme così se ne contano sulle dita! Rischiava di diventare invalido, e ora guardatelo! Un campione!

È vero! Il mio Lele è speciale!

Ma, Letizia, non parliamo del bambino è grazie a te! Tu hai fatto tutto questo!

Letizia non comprendeva di cosa la si lodasse. Per lei era normale: una madre deve amare suo figlio, tutto qui. Era solo il suo dovere.

Quando per Lele arrivò lepoca della scuola, già leggeva, scriveva, contava. Solo che balbettava, e questo spesso riduceva allinsignificanza tutti i suoi talenti.

Basta, Lele, grazie spesso linsegnante lo interrompeva, dando a qualcun altro il compito di continuare la lettura ad alta voce.

Poi si lamentava con i colleghi in sala professori: quel ragazzo aveva tante doti, ma sentirlo leggere era una sofferenza. Per fortuna quellinsegnante se ne andò dopo due anni, sposandosi e lasciando il posto alla maestra Maria Illoni.

Maria era avanti con gli anni ma con la stessa passione del primo giorno di lavoro. Intuì subito chi fosse Cavalletta. Parlò con Letizia, la inviò da un ottimo logopedista, e chiese a Lele di consegnare i compiti in forma scritta.

Sai scrivere così bene! È un piacere leggerti, Lele!

Il ragazzo fioriva in queste attenzioni, e la maestra leggeva spesso ad alta voce i suoi temi, sottolineando il talento del suo giovane allievo.

Letizia piangeva dalla gratitudine, pronta a baciarle le mani, ma Maria bloccò ogni tentativo di ringraziamento.

Ma siete matta? È il mio lavoro! E Lele è un ragazzo stupendo: vedrete, ce la farà!

Lele andava a scuola saltellando, tra la sorpresa dei vicini.

Ecco il nostro Cavalletta, significa che è ora di andare anche noi! Ma guarda che la natura si sia così accanita con un ragazzino perché lasciarlo qui?

Letizia sapeva bene cosa pensassero di lei e di Lele, ma non amava le discussioni. Se il cuore non ce lhai, pensava, inutile pretendere il rispetto delle regole dumanità: il mondo non si cambia così. Meglio investire tempo nel prendersi cura della casa o piantare una nuova rosa accanto al portone.

Il cortile, rallegrato da aiuole sotto ogni finestra e un piccolo frutteto nel retro, non era diviso da recinzioni: si rispettava la regola tacita che il piazzaletto allingresso fosse parte di chi abitava nellappartamento relativo.

Quello di Letizia era il più bello: rose, ginepri, glicine, e le scale dingresso rivestite di cocci di piastrelle colorate; piastrelle che Letizia aveva chiesto in dono al direttore della casa della cultura dopo un restauro.

Mi lasci quei pezzi rotti! aveva implorato entrando nel suo ufficio mi servono per una cosa importante!

Il direttore rise ma acconsentì. Letizia, armata di carriola prestata dai vicini, trascinò per tutto il pomeriggio cocci e cocci, selezionando solo quelli giusti.

E la gente borbottava: Ma cosa mai ci farà con quellimmondizia?

Dopo settimane, lintero paese veniva a vedere come aveva trasformato un mucchio di nulla in un piccolo capolavoro. Il suo ingresso era diventato un mosaico colorato degno di una città darte.

Il vero premio, però, furono le parole del figlio:

Mamma, è bellissimo

Lele, seduto su uno scalino, seguiva con le dita le curve delle formelle, e sorrideva come se tutto il mondo gli appartenesse. Letizia, ancora una volta, si commuoveva: il suo bimbo, almeno per un attimo, era felice.

Le ragioni di gioia, infatti, non erano molte. Qualche volta un complimento a scuola, un dolce preparato dalla mamma, qualche coccola accompagnata da parole gentili. Tutto lì.

Di amici, Cavalletta ne aveva pochi: non riusciva a correre dietro ai maschi, preferiva i libri al pallone e le bambine non potevano neppure avvicinarsi. La peggiore era proprio Claudia, la vicina del piano di sopra, che aveva tre nipoti Lucia, Bianca e Serena.

Non ti azzardare ad avvicinarti! minacciava Claudia Non sono roba per te, ricordatelo!

Che enigmi passassero nella testa riccia per le troppe messe in piega, nessuno lo sapeva. Letizia, comunque, ordinò a suo figlio di non stare in mezzo ai piedi di Claudia e, per carità, non avvicinarsi alle sue nipoti.

Lasciamola in pace, va sennò le viene un accidente!

Lele accettò in silenzio e si tenne sempre alla larga. Anche quel giorno, quando Claudia preparava tutto per la festa di compleanno, passò di lì per caso, senza alcuna voglia di unirsi.

Ah, i miei peccati! borbottò Claudia, coprendo il vassoio di panzerotti con uno strofinaccio ricamato , diranno che sono tirchia Aspetta!

Prese due panzerotti e raggiunse il ragazzo.

Tieni! E non farti vedere in cortile! Oggi è festa. Sta buono finché tua madre non torna dal lavoro, capito?

Lele annuì e ringraziò, ma Claudia era già altrove coi suoi pensieri. Tra poco sarebbero arrivati figli, parenti, nipoti; la casa piena di voci, di corse, di allegria. Il compleanno della più piccola, Serena, voleva celebrarlo col botto. E quel figlio della vicina, tutto ossa e testa, non le serviva tra i piedi! Bastava per far prendere paura ai bambini e impedir loro di dormire la notte.

Claudia si ricordava delle discussioni avute con Letizia quando la ragazza, incinta, aveva deciso di tenersi il bambino.

Ma dove vai, Letizia? Perché ostinarsi? Quel povero figlio finirà male, nessuno ti aiuterà mai!

Mi avete mai visto col bicchiere in mano? ribatteva Letizia senza peli sulla lingua.

Non importa! Con la povertà che hai, non cè altra strada! Tu e il figlio vostro non avrete futuro! Non sai cosa significa essere mamma, nessuno te lha insegnato Dai via il bambino finché sei in tempo!

Letizia smise allora di rivolgerle la parola, e passava con fierezza col suo pancione dalle forme strane. Quando Claudia insinuava di aiutarla per il suo bene, Letizia rispondeva seccata:

Il vostro bene puzza di marcio! E poi ho la nausea per i fatti miei Tranquillo, piccolo, nessuno ci farà del male.

Lele non raccontava mai a sua madre quanto gli capitava fuori casa. Se qualcuno lo feriva, si rifugiava in un angolo e piangeva in silenzio. Sapeva che sarebbe stato peggio per sua madre soffrire. Così il dolore scivolava via da lui come acqua sulle piume: in pochi minuti era pronto a perdonare, a non portarsi rancore. Da bambino aveva già intuito che vivere senza rabbia è molto più facile.

Lele la signora Claudia non la temeva più, ma non la amava. Quando lei lo minacciava, scappava veloce: bastava evitare quello sguardo duro e quelle battute taglienti come rasoi. E se le avessero chiesto cosa ne pensava, sarebbe rimasta sorpresa: Lele in realtà la compativa. Di cuore e senza nessuna malizia.

Per lui, i minuti erano la cosa più preziosa al mondo. Niente vale quanto il tempo: puoi rimediare a tutto nella vita, tranne che ai minuti persi. Il tempo non torna mai indietro.

Tic-tac! dice lorologio.

E basta. Il minuto non cè più. Non si compra, non si prega, né si scambia per una carta di cioccolatino rara. Ma i grandi tutto questo, chissà perché, non lo capiscono

Seduto sul davanzale della sua cameretta, Lele masticava il panzerotto guardando dal vetro le nipotine di Claudia e i bambini radunati per il compleanno di Serena. La festeggiata, un soffio rosa con il suo vestitino nuovo, sembrava una principessina fatata. Lele la fissava assorto, immaginandola fata di una germogliante fiaba.

Gli adulti mangiavano e ridevano seduti attorno alla tavola fuori dal porticato; i bambini, dopo qualche gioco, corsero verso il prato grande vicino al vecchio pozzo.

Lele corse subito nella camera della madre da dove, affacciandosi, poteva guardare tutto il prato. Seguiva la partita battendo le mani, felice di vedere chi si rincorreva dietro al pallone. E intanto, piano piano, calava la sera.

Qualcuno tra i bambini si stancò e tornò dai genitori; altri escogitarono qualche nuovo gioco. Solo la bambina con il vestitino rosa si tratteneva vicino al pozzo; e fu proprio Cavalletta a notare la faccenda.

Sapeva che la zona era pericolosa: Letizia aveva avvertito mille volte il figlio di non avvicinarsi.

Il bordo è marcio e la corda per il secchio logora. Se cadi dentro non ti sente nessuno! Hai capito? Non ci andare, mi raccomando, Lele!

Certo, mamma!

Quando Serena scomparve allimprovviso, Lele non se ne rese subito conto: era distratto da altri ragazzini. Cercò la macchia rosa tra i fili derba e lo colse un brivido.

Serena non cera più

Precipitatosi fuori, bastò un attimo per capire che lei non era più tra gli adulti seduti a tavola.

Non pensò nemmeno a chiamare aiuto: si lanciò giù per le scale e corse al prato sul retro, proprio mentre Claudia gridava indignata dietro di lui:

Ti avevo detto di restare in casa!

I bambini, trastullandosi tra le risate, non si resero minimamente conto di ciò che stava accadendo. Nessuno notò il gesto di Lele: lui si affacciò sul bordo del pozzo, scorse qualcosa di chiaro in fondo e gridò:

Appoggiati alla parete!

Scavalcò il bordo marcio, si calò sdraiato col ventre sulle assi fradice e sparì nelloscurità.

Lele capì che per Serena ogni secondo era prezioso. Non sapeva nuotare lui laveva sentita spesso strillare al mare, con la nonna che imprecava inutilmente.

Quando la raggiunse nellacqua gelida che sapeva di muffa, Serena si aggrappò disperata alle sue spalle magre.

Non aver paura, Serena! Ci sono io, ci penso io! la prese come aveva visto fare alla madre Tieni bene, ora chiamo aiuto!

Aggrappandosi alle pareti viscide mentre Serena lo tirava giù, riuscì a prendere aria e a urlare il più forte possibile:

Aiuto!

Non sapeva se sarebbe bastato, se qualcuno lo avesse sentito, se avrebbe avuto forza di resistere fino allarrivo di qualcuno sapeva solo una cosa: quella bimbetta buffa doveva vivere. In fondo, la bellezza del mondo sta proprio nei minuti e nei colori di chi non ha colpa.

Il suo grido arrivò tardi.

Claudia, preparandosi a servire un arrosto, cercò la nipote con lo sguardo e fu assalita dal terrore:

Dovè Serena?!

Gli ospiti, alticci, impiegarono un attimo a capire: Claudia lasciò cadere il vassoio urlando tanto forte che sallarmò tutto il quartiere.

Lele riprovò ancora a gridare, sempre più debole, una sola parola, la più sicura:

Mamma!

Letizia stava proprio tornando dal lavoro e sentì, inspiegabilmente, la necessità di accelerare il passo: altro che comprare il pane o salutare le comari. Unansia strana la spingeva a correre verso casa.

Arrivò nel cortile giusto nel momento in cui Claudia, col cuore in gola, crollava sui gradini di Letizia stessa. Senza pensarci, corse verso il retro e avvertì la voce di suo figlio.

Sono qui, mamma!

Non le occorse altro per capire dove fosse: il vecchio pozzo che nessuno si era preso la briga di chiudere, solo lei aveva provato a proteggerlo con una fragile staccionata. Vano.

Rientrò di corsa, afferrò la corda del bucato e si precipitò fuori gridando:

Seguitemi! Tenetemi forte!

Per fortuna uno dei generi di Claudia era lucido: in un attimo fece un nodo, avvolse Letizia come unalpinista.

Vai! Ti tengo io!

Serena, appena si vide afferrare dalla donna, si aggrappò e crollò su di lei, stremata. Letizia tremava dal terrore. Ma Lele ancora non lo trovava, tastando lacqua gelida nel buio.

In quel momento pregò come il giorno in cui Lele venne alla luce tra mille paure:

Dio, ti prego, non portarmelo via!

Qualcosa di magro, tremante, le scivolò in mano. Strinse con forza, urlò:

Tirate!

E quando si sentì sollevarsi, finalmente un sospiro: Mamma

Lele rimase quasi due settimane ricoverato allospedale di Milano, celebrato dai medici e dalle infermiere come un piccolo eroe. Serena si rimise prima: qualche graffio, vestitino strappato, ma tutto a posto.

Lele, invece, col polso ingessato e ancora debole, trovava conforto dalla presenza di mamma sempre accanto, e dalla visita di Serena che veniva con i genitori a ringraziarlo.

Ragazzo mio! Se non ceri tu singhiozzava Claudia abbracciandolo ti devo tutto! Chiedimi quello che vuoi!

Ma perché? rispondeva Lele scuotendo le spalle ossute Ho solo fatto quel che era giusto. Sono un uomo, no?

Claudia, senza parole, lo strinse ancora. Non sapeva che quel ragazzino goffo, magro, sempre Cavalletta per tutti un giorno avrebbe portato unambulanza carica di feriti fuori da una zona di guerra. E che poi, senza domandarsi di chi fossero figli, avrebbe fatto di tutto per alleviare il dolore a chi avrebbe invocato la propria mamma.

E se gli avessero mai chiesto perché, dopo tante umiliazioni lui continuava ad aiutare, Lele Cavalletta avrebbe risposto semplicemente:

Sono un medico. Così si deve. Così si vive. Così è giusto.

***

Cari lettori,

Lamore di una madre davvero non conosce confini.

Letizia, nonostante le fatiche e il giudizio dei vicini, amò suo figlio sopra ogni cosa. La sua dedizione e fiducia gli permisero di diventare un ragazzo gentile e generoso. È una lezione di vita, sulla forza delle vere madri.

Il vero eroe è dentro: Lele, bruttino per il paese, si è mostrato un gigante danimo correndo a salvare Serena dal pozzo. E il suo coraggio, non laspetto, lo definisce come persona. Il bene, la compassione, la forza danimo: queste sono le vere ricchezze.

E i giudizi, le male parole, alla fine crollano sempre davanti alla verità del cuore. Il più alto insegnamento non è nello stringere rancore, ma nel perdonare e restare se stessi. Come disse Lele: Sono un medico. Così si deve. Così si vive. Così è giusto.

Questa storia ci invita a ricordare che lumanità e lempatia vincono sempre, che la bellezza autentica è quella che nasce da dentro.

Vi lascio con una domanda: credete anche voi che la bontà, nonostante tutto, riesca sempre a cambiare il mondo in meglio? Avete mai scoperto in qualcuno una ricchezza danimo che superava ogni apparenza?

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