“Vattene via! Ti ho detto di andare! Che ci fai qui a gironzolare?! – Con un fragoroso colpo, la signora Claudia posò un grande vassoio di caldi panzerotti sotto il vecchio melo e spinse via il ragazzino del vicino. – Via da qui! Ma tua madre quando comincerà a occuparsi di te?! Fannullone!” Sasha, magro come un chiodo e chiamato da tutti “Cavalletta”, lanciò uno sguardo alla severa vicina e si trascinò verso il proprio portone. La casa imponente, divisa in più appartamenti, era abitata solo in parte: ci vivevano due famiglie e mezza, tra cui Katia e il suo figlioletto, ignorati dai più finché non serviva qualcosa davvero. Katia, senza marito né genitori, lottava da sola contro i pregiudizi, dedicando ogni attenzione a suo figlio, che tutti soprannominavano “Spaventapasseri” per l’aspetto esile, ma dal cuore buono e generoso. Così, tra chiacchiere di cortile, fatiche quotidiane e l’infanzia difficile di Cavalletta, in un pomeriggio d’estate nella periferia di un paese italiano, scatta il momento della verità: una festa di compleanno, una bambina che scompare vicino al vecchio pozzo e un atto di coraggio che cambierà per sempre il destino del piccolo eroe. Una storia italiana di gentilezza, pregiudizi, amore materno e vero eroismo: come un bambino considerato “diverso” ha insegnato a tutto il paese il valore della bontà, del perdono e dell’anima.

Vai via da qui! Ti ho detto di andare! Ma perché sei sempre tra i piedi?! Clotilde Martineschi posò sul tavolo, allombra di un grande melo, un vassoio fumante di calzoni al forno e scacciò via il ragazzino del palazzo accanto. Filatela! Quando tua madre inizierà a occuparsi di te? Fannullone!

Magro come uno stecco, Nico così lo chiamavano tutti, da sempre, mai col suo vero nome gettò uno sguardo alla burbera vicina e si trascinò verso il portone di casa.

Il grande caseggiato, diviso in vari appartamenti, era occupato soltanto in parte. In realtà, ci vivevano due famiglie e mezza: i Pugliese, i Romano e i Carpanese Gina con suo figlio Nico.

Questi ultimi erano la famosa mezza famiglia, la quale nessuno considerava davvero; la si ignorava, a meno che non capitasse una vera urgenza. Gina non godeva di particolare stima, e il tempo dedicatole era sempre tempo sprecato.

Oltre a suo figlio, Gina non aveva più nessuno. Niente marito, niente parenti. Si arrangiava come poteva: la gente la guardava di traverso, ma non la importunava tranne quando bisognava cacciare via Nico, affettuosamente chiamato Grillo, per via delle sue lunghe e ossute braccia e gambe, la testona e il collo magro come uno stelo.

Grillo era un ragazzino tuttaltro che bello, timidissimo, ma con un cuore grande quanto il Vesuvio. Non riusciva proprio a passare oltre se vedeva un bambino piangere: subito lo consolava, e per questo si beccava qualche strillo dalle mamme più gelose che non volevano questo spauracchio vicino ai loro figli.

Fino a un certo punto Nico non aveva neppure capito chi fosse uno spaventapasseri. Poi la madre gli regalò un libro su una bambina, Elsa, e si illuminò: ecco perché lo chiamavano così.

Lui, comunque, di offendersi neanche ci pensava. Si convinse che tutti, appena lo chiamavano così, avevano letto il libro e sapevano quanto quello spaventapasseri fosse in fondo buono e intelligente. E poi, divenne pure sindaco della città delle meraviglie!

Gina, a cui Nico raccontò la sua teoria, decise di non smentirlo: non cè niente di male pensare meglio degli altri di quanto meriterebbero.

Insomma, cera già tanto marcio al mondo; suo figlio avrebbe avuto tutto il tempo per sorbirsi la cattiveria umana. Almeno, lasciamogli linfanzia in pace

Gina amava Nico con un amore smisurato. Aveva perdonato al padre di Nico la fuga e il tradimento. In ospedale, lo prese tra le braccia. Quando unostetrica borbottò che il bambino era nato un po così, Gina ringhiò secca:

Sì, continui pure a inventare. Mio figlio è bello come il sole!

Nessuno discute! Ma sveglio, invece?

E staremo a vedere! lo accarezzava e piangeva di nascosto.

Per i primi due anni Gina portò Nico da mille dottori, fino a smuovere lASL e tutto il Comune. Saltava su autobus sgangherati, aggrappata al suo fagottino.

Non dava retta ai sospiri pietosi e, alle signore pronte a darle consigli, ringhiava:

Metti tuo figlio allorfanotrofio prima di dire a me cosa fare! Sono io la madre!

A due anni Nico si raddrizzò, mise su qualche etto e il suo sviluppo non si discostava piú tanto dagli altri. La bellezza però lasciava a desiderare: testa grande, membra sottili e una magrezza che Gina combatteva come una crociata, sacrificando tutto pur di garantirgli il meglio. Ecco spiegato il suo fisico fragile ma una salute sorprendentemente buona, a dispetto delle apparenze. I medici erano ormai dei fan:

Mamme così ne trovi a malapena contando sulla punta delle dita! Questo bambino rischiava linvalidità e invece, guardate che tempra!

È lui il mio eroe! rispondeva Gina, convinta.

Ma davvero noi stavamo parlando di lui? No, no, Gina, parlavamo di te! Sei tu quella in gamba qui!

Gina scrollava le spalle: ma non tocca forse ad ogni madre amare, accudire, battersi per il proprio figlio? Che cè di speciale? Fa solo ciò che va fatto.

Quando arrivò lora della scuola, Nico leggeva, scriveva e contava già senza problemi. A parte una balbuzie che deprimente annullava tutti quei talenti. Dopo lennesima lettura tentata a voce alta:

Nico, va bene così, grazie! linsegnante gli tagliava la parola passando il libro a un altro.

Si lamentava poi in sala insegnanti: Il ragazzo è tanto bravo, ma ascoltarlo in classe è un supplizio. Per fortuna sua, dopo due anni la maestra scappò per sposarsi, lasciando il posto a una sostituta più stagionata.

Maria Costanini aveva anni sulle spalle, ma lo sprint di una ventenne. Capì Grillo in un batter docchio: parlò con Gina, la spedì da un logopedista e pretese che Nico le consegnasse i compiti solo scritti.

Scrivi proprio bene! Mi piace leggere quello che fai!

Grillo era orgoglioso di quella fiducia e Maria leggeva le sue pagine a tutta la classe, sottolineando ogni volta di aver tra le mani un piccolo genio.

Gina piangeva per la gratitudine, disposta pure a baciarle le mani per tanta bontà, ma Maria metteva subito i paletti:

Ma siete tutta matta? Questo è il mio lavoro! E guardate che meraviglia di bimbo avete! Vedrete che saprà cavarsela.

A scuola Nico correva saltellando, il che diventava occasione di divertimento per i vicini:

Ecco il nostro Grillo! Allora è ora di cambiare il turno, eh? ridacchiavano sotto voce. Poveraccio, chissà perché la natura ce lha lasciato…

Gina sentiva, ma non replicava. Capiva che se il cuore manca, non è con le parole che insegni a uno essere umano.

Meglio impiegare il tempo a fare qualcosa di costruttivo: sistemare la casa, piantare una rosa sotto il portico.

Il cortile grande, pieno di aiuole sotto ogni finestra e un piccolo frutteto dietro, non era mai stato diviso: vigeva la regola non scritta che ogni portoncino aveva diritto a un suo pezzetto di terra. Quello di Gina era il più curato: rose dappertutto, un bellissimo cespuglio di glicine e i gradini decorati con vecchie piastrelle colorate, raccattate dal direttore del centro civico. Le schegge delle mattonelle, buttate per la ristrutturazione, parevano tesori scintillanti ai suoi occhi. Da lì iniziò la sua missione artistica.

Regalami le piastrelle! entrò Gina in ufficio come uno tsunami.

Il dirigente la guardò sconcertato: Ma cosa vuoi?

Le piastrelle! Le butti via? Le prendo io!

Lui rise, ma acconsentì. E Gina, con la carriola prestatale dal vicino, passò la sera a scegliere i cocci migliori.

Poi, con la carriola carica e Grillo seduto fiero sopra, marciò tra la curiosità del paese.

Ma a che le servono tutti quei cocci? le donne spettegolavano.

Ma dopo qualche settimana, stupite, si dovettero ricredere: Gina aveva creato un capolavoro di mosaico che attirava lintero quartiere.

A Gina importava poco delle chiacchiere. Quel che contava davvero erano le parole del figlio:

Mamma, che meraviglia

Seduto sui gradini, Nico passava il dito sulle tessere colorate, incantato; Gina si commuoveva a vedere suo figlio felice.

I motivi per cui Nico era felice non traboccavano: una lode a scuola, una prelibatezza preparata dalla mamma, una carezza e qualche complimento. Tutte le gioie erano racchiuse qui.

Grillo non aveva molti amici; coi maschi non teneva il passo, preferiva i libri alle partite e le bambine gli venivano tenute alla larga soprattutto da Clotilde, la stessa del cortile, che aveva tre nipoti femmine e il pugno di ferro.

Non provare nemmeno ad avvicinarti! gli urlava, mancando poco che lo rigirasse come un calzino.

Nessuno sapeva cosa passasse nella sua testa cotonata, ma Gina disse a Nico di starsene fuori dalle gambe di Clotilde e compagnia.

È meglio non farla arrabbiare. Tanto si ammala pure

Grillo annuì: non si avvicinava mai, neanche per sbaglio. Anche quel giorno, quando Clotilde era per cucina a organizzare la festa, lui passava lì per caso, senza intenti da infiltrato.

Madonna, che peccato! borbottava Clotilde, mentre copriva i calzoni col canovaccio ricamato. Mi daranno della tirchia Aspetta!

Ne prese un paio, lo raggiunse:

Tieni! E non ti voglio vedere nel cortile! Oggi cè festa! Stai tranquillo a casa finché tua madre non torna! Capito?

Nico annuì, ringraziò timido e scomparve. Clotilde aveva altro per la testa: tra poco sarebbero arrivati nipoti, figli, parenti e chissà chi, tempo di sedersi a tavola e ancora tutto da preparare. Era il compleanno della piccola e preferita nipote Sofia, e Grillo il ragazzo magro e con la testona non le serviva certo tra i piedi.

I bambini si sarebbero spaventati ad averlo vicino! Clotilde sospirò pensando a come aveva tentato di convincere Gina a non tenerlo.

Ma che madre vuoi fare, Gina? Cosa gli puoi offrire? Finirà male Meglio che lo lasci ora che puoi!

Mi hai mai visto col bicchiere in mano? Gina non si lasciava intimidire.

Quello non conta! Con una vita così, si finisce tutti male! Tu non hai avuto niente e lui nemmeno. Non sei fatta per essere madre!

Ma come ti permetti? Tu sì invece che sei madre per bene?

Io i miei figli li ho fatti crescere come dovevo! Tu cosa gli dai? Niente! Pensaci!

Da quel giorno Gina non salutò più Clotilde: la superava a passo di regina col suo pancione sproporzionato, senza nemmeno gettarle unocchiata.

Che rabbia! Io voglio solo il suo bene! borbottava Clotilde scuotendo la testa.

Il tuo bene puzza! E io ho la nausea! schivava Gina, accarezzandosi il pancione per rassicurare un Grillo ancora sconosciuto. Non temere, piccolo! Nessuno ti farà del male!

Su cosa e quanto male avesse subito in otto brevi anni, Grillo non aveva mai detto niente alla madre; la risparmiava. Quando lo offendevano piangeva in silenzio, nascosto, sapendo che Gina avrebbe sofferto il doppio. Alla fine la tristezza gli scivolava addosso come lacqua dalle piume di unanatra e, dopo mezzora, già non ne aveva memoria. Solo una dolce compassione per quegli strani adulti.

Senza rancori e senza rabbia la vita è molto più leggera.

Nico ormai non temeva più Clotilde ma di certo non la amava. Davanti alle sue minacce, scappava per non vedere quei fulmini negli occhi e per non sentirle i pugnali delle parole. E se Clotilde avesse chiesto davvero cosa pensasse di lei, Nico lavrebbe sorpresa.

Lui, lei, la compatita: davvero, come solo lui sapeva fare. Gli spiaceva per quella donna che usava la vita a spargere veleno e brontolii.

Nico invece sapeva che le minutaglie della vita i minuti, insomma sono preziose come le monete doro. Si può rimettere a posto ogni cosa, non il tempo.

Tic tac! dice lorologio.

E basta

Addio minutaglie! Se la perdi, la perdi per sempre! Nemmeno con tutti gli euro del mondo la ricompri o la scambi con la figurina più rara.

Ma i grandi questo proprio non lo capiscono

Affacciato alla sua finestra, Grillo masticava un calzone e guardava dalle tapparelle la festicciola in cortile per il compleanno di Sofia la nipotina della terribile. Lei, vestita di rosa, saltava come una farfalla e Grillo sognava ad occhi aperti: era una principessa, o forse la fata di una storia fantastica.

Gli adulti sedevano a tavola attorno alla veranda di Clotilde, bambini in giro col pallone verso il pozzo vecchio, in fondo al prato: lì cera più spazio.

Nico, appena li vide allontanarsi, corse nella camera della mamma. Da lì, la scena era visibile tutta e osservò la partita, battendo le mani, felice per chi si rincorreva ansimando, finché calò il buio.

Un paio risalirono verso i genitori; altri si inventarono giochi improvvisati; ma solo la ragazzina col vestito rosa gironzolava vicino al pozzo vecchio. Grillo drizzò le orecchie.

Che quel pozzo fosse pericoloso, lo sapeva! Gina glielo ripeteva ogni settimana.

È tutto marcio, e cè ancora acqua lì sotto. Se cadi, addio! Nessuno ti sente. Capito? Non avvicinarti mai!

Mai!

Quando Sofia, inciampando, sparì dal bordo del pozzo, Grillo non se ne accorse subito. Era distratto dai compagni che facevano una confusione che manco allo stadio. Quando tornò a cercare i capelli rosa, restò paralizzato dallansia.

Sofia non cera più.

Nico volò fuori dal portone. In un attimo capì che Sofia non era nemmeno tra i grandi, intenti a brindare.

Non gli venne in mente di chiedere aiuto, cosa che a pensarci dopo neanche lui sapeva spiegare. Volò giù dalle scale, di corsa nel cortile di dietro, senza nemmeno sentire la voce di Clotilde che gridava:

Ti avevo detto di stare dentro!

I bambini nemmeno notarono la scomparsa di Sofia, né il volo del Grillo. Nico, a salto, raggiunse il pozzo: nel buio intravide qualcosa di rosa in fondo.

Appoggiati alla parete! gridò.

Si distese sullorlo, si lasciò scivolare giù, trattenuto dalle vecchie assi marce, sparendo nel buio.

E sapeva bene che ogni secondo contava: Sofia non sapeva nuotare.

Questo almeno era certo: quante volte aveva visto le ramanzine della nonna, i tentativi falliti in spiaggia e le minacce che avevano reso Sofia diffidente verso Nico.

Nonostante ciò, la ragazzina, mezzo soffocata dal sapore di muffa, si aggrappò come un polpo alle spalle di Nico.

Tranquilla! Sono qui! goffo, la strinse come aveva visto fare alla mamma Tieniti! Ora chiamo aiuto!

Scivolava sulle pareti viscide, lottava per tenere la testa di Sofia fuori dallacqua. Ma riuscì ad afferrare una boccata daria e urlare, con una voce che gli pareva venuta dalloltretomba:

Aiuto!

Non sapeva che i bambini erano già scappati, terrorizzati, dopo averlo visto sparire; non sapeva se avrebbe resistito abbastanza; non sapeva se qualcuno lo avrebbe sentito.

Sapeva solo che quella buffa bimba in rosa doveva vivere perché la bellezza, in questo mondo, è cosa rara come i minuti.

Il suo grido non fu ascoltato subito.

Clotilde, che stava portando in tavola larrosto doca, cercò la nipote per farne sfoggio e il sangue le si ghiacciò:

Dovè Sofia?!

Gli ospiti, già allegri, ci misero un po a capire perché la padrona urlasse come una sirena del porto.

Ma Grillo fece ancora in tempo a invocare, sempre più debole, quelle due sillabe che dovevano essere sentite:

Mamma

Gina, che rincasava dal lavoro, allungò il passo, scordandosi della spesa e delle chiacchiere con le pettegole sulla panchina. Un presentimento la fece correre, fregandosene delle scarpe nuove.

Arrivò a casa appena in tempo per vedere Clotilde sulle scale, pallida come un lenzuolo, incapace di parlare. Gina scattò nel cortile dietro, dove Nico sgattaiolava sempre, riuscendo a sentire la voce flebile del figlio.

Sono qui, amore!

Nemmeno dovette chiederselo: il pozzo le era sempre parso una minaccia, ci aveva litigato mille volte con il Comune perché lo chiudessero. Ma a nessuno importava, tranne che a lei. La grata di legno ormai era poco più che unillusione di sicurezza.

Non cera tempo da perdere: Gina di corsa in casa, presa una corda da stendere, e via sul portone a urlare:

Venite! Stringete!

Per fortuna, uno dei generi di Clotilde aveva la testa abbastanza lucida per capire. In due secondi la legò salda intorno alla minuta Gina:

Vai, Gina! Ti tengo io!

Sofia la prese al volo: si avvinghiò al collo di Gina e si abbandonò fiaccamente tra le braccia della donna, che tremava di paura.

Trovare Nico nel buio fu unimpresa Gina, però, ci mise tutta la disperazione di una madre.

Ti prego urlò, come aveva fatto in ospedale anni prima, quando la nascita di Nico era unincognita.

Qualcosa di viscido le passò tra le dita. Gina tirò su il dono oscuro del pozzo: era suo figlio, e non osava nemmeno pensare se respirasse. Gridò:

Tira!

Quando fu fuori, sentì appena:

Mamma

In paese, Nico tornò dopo quasi due settimane di ospedale con lo status di eroe.

Sofia fu dimessa prima: aveva solo bevuto acqua sporca, qualche graffio e il vestito a brandelli.

Nico invece: polso rotto, fatica a respirare, ma la mamma sempre accanto e la paura ormai acqua passata. Ormai lunica gioia era rientrare tra i suoi libri e il suo adorato gatto.

Ragazzo mio, grazie! Se non fosse stato per te Clotilde, in lacrime, abbracciava il grillo abbronzato. Ti do tutto quello che vuoi!

E perché? Nico si strinse nelle spalle ossute. Ho fatto solo il mio dovere. Non sono forse un uomo ormai?

Clotilde, senza risposte, si limitò ad abbracciarlo ancora, ignara che quel ragazzo strambo, rimasto sempre Grillo, anni dopo sarebbe stato quello che, durante una guerra, avrebbe portato in salvo un veicolo pieno di feriti risparmiando chiunque senza chiedere da che parte stessero e avrebbe lenito dolori e paure. E a chi gli avesse chiesto: Perché lo fai? Visto come ti hanno sempre trattato Grillo avrebbe risposto solo:

Faccio il medico. Così si fa. Si vive. È giusto così!

***

Cari lettori,

Lamore di una madre davvero non conosce confini.

Gina, tra mille ostacoli e il pregiudizio dei vicini, ha amato suo figlio senza riserve. Dedizione e fiducia: così Nico è cresciuto in un uomo buono e saggio. Questa storia è un tributo allinvincibile forza dellamore genitoriale.

Un vero eroe è dentro: Nico, magari non belloccio, ma coraggioso, capace di rischiare tutto per salvare una bambina. I gesti parlano più dellaspetto esteriore. Questo mostra che generosità, coraggio e cuore sono la vera grandezza.

E i vicini, che li avevano sempre snobbati? Dopo limpresa di Nico, dovettero ricredersi. Il vero insegnamento: i pregiudizi si sgretolano davanti alla virtù sincera. Non portare rancore e fare la cosa giusta: questa è la morale. Come dice Nico: Faccio il medico. Così si fa. Si vive. È giusto così!

Questa storia ci ispira a ricordare che umanità e compassione vincono sempre su freddezza e cattiveria, e che la vera bellezza viene da dentro.

Riflessione per voi:

Credete che la bontà, nonostante tutto, trova sempre la sua strada e possa cambiare il mondo? Quali episodi della vostra vita vi hanno mostrato che laspetto inganna, e la vera ricchezza di una persona sta nellanima?

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

sixteen + one =

“Vattene via! Ti ho detto di andare! Che ci fai qui a gironzolare?! – Con un fragoroso colpo, la signora Claudia posò un grande vassoio di caldi panzerotti sotto il vecchio melo e spinse via il ragazzino del vicino. – Via da qui! Ma tua madre quando comincerà a occuparsi di te?! Fannullone!” Sasha, magro come un chiodo e chiamato da tutti “Cavalletta”, lanciò uno sguardo alla severa vicina e si trascinò verso il proprio portone. La casa imponente, divisa in più appartamenti, era abitata solo in parte: ci vivevano due famiglie e mezza, tra cui Katia e il suo figlioletto, ignorati dai più finché non serviva qualcosa davvero. Katia, senza marito né genitori, lottava da sola contro i pregiudizi, dedicando ogni attenzione a suo figlio, che tutti soprannominavano “Spaventapasseri” per l’aspetto esile, ma dal cuore buono e generoso. Così, tra chiacchiere di cortile, fatiche quotidiane e l’infanzia difficile di Cavalletta, in un pomeriggio d’estate nella periferia di un paese italiano, scatta il momento della verità: una festa di compleanno, una bambina che scompare vicino al vecchio pozzo e un atto di coraggio che cambierà per sempre il destino del piccolo eroe. Una storia italiana di gentilezza, pregiudizi, amore materno e vero eroismo: come un bambino considerato “diverso” ha insegnato a tutto il paese il valore della bontà, del perdono e dell’anima.