Vedere con i propri occhi Dopo una terribile tragedia, la perdita del marito e della figlia di sei anni in un incidente stradale, Chiara per molto tempo non riusciva a riprendersi. Per quasi sei mesi è rimasta in una clinica, non voleva vedere nessuno, accanto a lei solo sua madre, che con pazienza cercava di parlarle. Un giorno, però, sua madre le disse: – Chiara, l’azienda di tuo marito rischia di andare in rovina, è a malapena in piedi, Edoardo ce la sta mettendo tutta. Mi ha chiamata e mi ha chiesto di dirtelo. Meno male che Edoardo è una persona onesta, ma… Quasi come risvegliata da queste parole, Chiara reagì: – Hai ragione, mamma, devo trovare qualcosa da fare. Forse il mio Daniele sarebbe contento se continuassi quello che aveva iniziato. Per fortuna un po’ ci capisco, come se avesse previsto tutto, ha voluto che lavorassi accanto a lui in ufficio. Chiara tornò al lavoro e salvò l’azienda di famiglia ormai in difficoltà. Ma, anche se il lavoro andava bene, la nostalgia per la sua bambina non la lasciava mai. – Tesoro, voglio darti un consiglio – le disse un giorno la madre – Prendi in affido una bambina dall’orfanotrofio, magari una che ha avuto una vita ancora più difficile della tua. Aiuterai lei, ma troverai anche tu la salvezza. Chiara rifletté sulle sue parole e capì che la madre aveva ragione. Così si recò all’orfanotrofio, anche se sapeva che nessuno avrebbe mai potuto sostituire la sua bambina di sangue. Arianna era nata quasi cieca. I genitori, entrambi laureati di buona famiglia, si spaventarono della diagnosi e l’abbandonarono subito dopo la nascita. Evidentemente anche tra i più istruiti non mancano vigliaccheria e crudeltà. Così Arianna finì in un istituto. Lì imparò a leggere, adorava le favole e ci credeva: prima o poi anche per lei sarebbe arrivata una fata buona. A quasi sette anni quella fata arrivò: bella, elegante, ricca e profondamente infelice. Arianna non riusciva a distinguerne i lineamenti, ma intuì la sua bontà. Quando Chiara si presentò all’orfanotrofio, la direttrice le chiese come mai proprio una bambina con gravi problemi di salute. Chiara non volle spiegare troppo, temeva di essere fraintesa, si limitò a dire che aveva i mezzi e il desiderio di aiutare una bambina disabile. Quando le portarono Arianna, Chiara capì subito che quella era la sua bambina. Arianna, con i riccioli dorati e i grandi occhi azzurri e velati, sembrava un angelo. – Chi è questa? – chiese Chiara senza riuscire a distogliere lo sguardo. – Questa è la nostra Arianna, è dolcissima e affettuosa – rispose l’educatrice. – Arianna è mia, ne sono sicura – dichiarò subito Chiara. Le due si affezionarono tantissimo, avevano entrambe bisogno l’una dell’altra. Con Arianna accanto, anche la vita di Chiara cambiò completamente e trovò un nuovo significato. Si rivolse ai medici, che le dissero che un’operazione avrebbe potuto migliorare la vista di Arianna, anche se avrebbe dovuto indossare gli occhiali. Chiara si aggrappò a questa speranza e, prima dell’inizio della scuola, fu eseguito un intervento, ma la vista di Arianna migliorò solo di poco. Ci sarebbe stato bisogno di un’altra operazione, ma si doveva aspettare che crescesse. Gli anni passarono. Il business prosperava, Chiara si dedicava anima e corpo alla figlia. Era una donna affascinante e benestante, ma non guardava gli uomini: tutta la sua vita ruotava attorno ad Arianna. Arianna diventò una giovane donna di una bellezza quasi surreale, gentile, riconoscente e già impiegata nell’azienda della madre. Chiara era molto protettiva nei suoi confronti, temeva che qualche approfittatore si avvicinasse solo per interesse, e se lo intuiva non ci metteva molto a farlo presente. Poi arrivò l’amore. Chiara conobbe anche Antonio, nulla sembrava fuori posto e non si oppose alla relazione. Dopo poco Antonio chiese ad Arianna di sposarlo. I preparativi per il matrimonio erano a buon punto; sei mesi dopo la cerimonia si sarebbe dovuta effettuare l’ultima operazione agli occhi. Antonio era affettuoso, premuroso, ma a volte Chiara notava qualcosa di artificiale in lui, anche se allontanava subito il pensiero. Qualche giorno andarono a vedere il ristorante per la festa di nozze. All’interno, Antonio posò il telefono sul tavolo; una segnalazione dell’allarme auto lo costrinse a uscire. Arianna rimase da sola: il telefono di Antonio iniziò a squillare insistentemente. Dopo qualche esitazione, rispose. Una voce femminile forte: era la madre di Antonio, la futura suocera, la signora Elena. – Tesoro, ho trovato il modo per liberarci della piccola cieca. Ho chiesto alla mia amica dell’agenzia viaggi di tenermi da parte due pacchetti: dopo le nozze andrete in montagna, dirai che vuoi vedere le vette da vicino. Andate da soli e fai in modo che la tua mogliettina cada per sbaglio. Poi torni, denunci la scomparsa, piangi e insisti che la cerchino. Quando la trovano, diranno che è scivolata. Tanto chi si preoccupa di indagare all’estero… So che sai fare il marito affranto. Così anche sua madre ci crederà. Dobbiamo sbrigarci prima che facciano l’operazione e tutto vada a posto, dopo sarebbe più difficile liberarsene. Non lasciarti sfuggire quei soldi, figliolo. Ora chiudo. Arianna lasciò cadere il telefono, sconvolta: sua suocera voleva ucciderla e forse anche Antonio era d’accordo. Un attimo prima era una sposa felice; ora sapeva che le persone accolte come famiglia tramavano la sua fine. Antonio, ignaro della conversazione, rientrò e si lagnò dell’allarme auto. Poco dopo fu chiamato in ufficio e dovette andare via. Arianna, turbatissima, chiamò Chiara chiedendole di raggiungerla al ristorante. L’amica Katia e il personale si accorsero subito del suo stato d’animo. All’arrivo, Arianna raccontò tutto alla madre, che rimase scioccata. – Sei sicura? Stai bene? – chiese Chiara. – Sì, mamma, ho sentito tutto con le mie orecchie: la signora Elena non si è accorta che rispondevo io. Ora Antonio non sospetta nulla. Mentre ragionavano sul da farsi, Antonio chiamò Arianna per sapere se la madre era arrivata. Chiara prese il telefono: – Ciao Antonio, per fortuna abbiamo scoperto in tempo i vostri piani. Lo sai che se il tuo telefono finisse in polizia troverebbero tutte le registrazioni, anche quelle cancellate? Rifletti su cosa vorrebbe dire… Antonio, colto in flagrante, dopo qualche tentativo di negare attribuì tutto alla madre. Ma Chiara tagliò corto. Il giorno successivo Antonio lasciò la città insieme a sua madre, temendo una denuncia. Uno shock, vedere tutto con i propri occhi In clinica Arianna fu operata agli occhi, sempre seguita da Chiara e dal dottor Matteo De Santis, un giovane medico gentile e professionale, che si affezionò molto a lei. Quando tolsero le bende, le portò un grande mazzo di rose: Arianna rimase sotto shock, per la prima volta vedeva con chiarezza i colori, il volto del medico, il bouquet straordinario. – Sono così felice! Ora vedo tutto! – esclamò commossa, e Matteo la abbracciò per consolarla. Arianna avrebbe dovuto portare sempre gli occhiali, ma rispetto al passato non era nulla. Poco tempo dopo Matteo e Arianna si sposarono con una splendida cerimonia e, un anno dopo, nacque una dolcissima bambina dagli occhi grigi, come il papà. Grazie per aver letto questa storia, per il vostro sostegno e la vostra presenza. Vi auguro tanta felicità nella vita!

Vedere con i propri occhi

Dopo la terribile tragedia dellincidente stradale in cui persi mio moglie e la nostra bambina di sei anni, impiegai molto tempo per riprendermi. Rimasi quasi sei mesi in una clinica. Non volevo vedere nessuno. Lunica persona sempre accanto a me era mia madre, che pazientemente mi parlava ogni giorno. Un pomeriggio mi disse:

Luca, lazienda di tua moglie rischia di fallire. È già un miracolo che sia ancora in piedi; Lorenzo fatica a tenerla in vita. Mi ha chiamato per dirti che la situazione è grave. Per fortuna è una persona onesta Ma

Quelle parole mi scossero in qualche modo.

Sì, mamma, forse hai ragione. Elena sarebbe stata felice se avessi continuato il suo lavoro. In fondo, qualcosa capisco di quellattività: è stata quasi una sua intuizione, portarmi in ufficio tempo fa.

Tornai così al lavoro e riuscii a salvare lazienda di famiglia dal fallimento. Ma se la situazione lavorativa si era stabilizzata, il vuoto lasciato dalla perdita di mia figlia continuava a pesarmi terribilmente.

Figlio, suggerì mia madre ti consiglio di adottare una bambina dal quale la vita ha richiesto anche più di quanto ha tolto a te. Daresti una nuova vita a qualcuno, e forse troveresti anche tu una nuova speranza.

Riflettendo sulle sue parole, capii che aveva ragione. Sapevo che nessuna bambina avrebbe mai potuto sostituire mia figlia, ma decisi di provare comunque: entrai così in un istituto di accoglienza.

La piccola Ludovica era nata quasi cieca. I suoi genitori lavevano abbandonata appena seppero della sua condizione; eppure erano persone colte, famiglie perbene, ma non ebbero il coraggio di prendersi quella responsabilità. Evidentemente la vigliaccheria può colpire chiunque.

La chiamarono Ludovica allistituto, dove crebbe imparando a distinguere solo ombre e sagome confuse. Amava ascoltare le fiabe e sognava, un giorno, di incontrare la sua fata buona.

Ludovica aveva quasi sette anni quando, per lei, arrivò davvero una fata: bella, elegante, facoltosa e tremendamente sola. Certo, Ludovica non poteva vederla bene, ma sentì che aveva davanti una donna dal cuore buono. Quando mi recai in istituto, la direttrice pareva perplessa sul perché volessi proprio una bambina con gravi problemi di vista. Non mi dilungai in inutili spiegazioni: dissi solo che avevo i mezzi e il desiderio di aiutare una bimba diversa.

Una delle assistenti accompagnò Ludovica tenendola per mano. Nel vederla, capii allistante: quella bimba era destinata a me. Un piccolo angelo, con riccioli dorati e occhi azzurri profondi, anche se privi di luce.

Chi è? domandai, senza riuscire a staccare lo sguardo da lei.

Questa è Ludovica, affettuosa e sensibile, rispose leducatrice.

È la mia Ludovica, non ho dubbi, decisi dentro di me.

Io e Ludovica ci trovammo subito. Avevamo bisogno luno dellaltra. Da quando era arrivata, la mia casa aveva ritrovato vita e io un nuovo senso. Parlammo con diversi medici. Uno di loro mi spiegò che unoperazione poteva regalarle un po di vista; avrebbe però dovuto portare gli occhiali a vita.

Mi aggrappai con speranza a questa possibilità. Così, poco prima dellinizio della scuola, Ludovica fu operata, ma il risultato non fu ottimale: vedeva ancora molto poco. Unaltra possibilità ci sarebbe stata solo crescendo. Il tempo passava. Dedicavo ogni mia attenzione a Ludovica mentre la mia attività prosperava. Non pensavo ai sentimenti: per me cera solo lei.

Ludovica crebbe diventando una splendida giovane donna: una bellezza quasi celestiale. Terminò luniversità, era riconoscente e già lavorava con me. Ero geloso delle sue frequentazioni; temevo che qualche furbo potesse ingannarla e approfittare della sua innocenza e della dote che laspettava. Bastava un minimo sospetto e mettevo subito i puntini sulle i.

Poi lamore giunse anche nella sua vita. Conobbi Giulio: non mi parve un cattivo ragazzo e non mi opposi alle loro frequentazioni. Presto lui le fece la proposta e nei mesi seguenti stavamo già organizzando le nozze. Dopo il matrimonio, Ludovica avrebbe dovuto affrontare unultima operazione agli occhi.

Giulio era affettuoso e premuroso, ma a tratti sentivo del falso nei suoi atteggiamenti, anche se scacciavo questo pensiero. Un giorno, accompagnai Ludovica e Giulio in un elegante ristorante sui colli per decidere come allestire la sala del ricevimento. Cera poca gente. Giulio lasciò il suo cellulare sul tavolo e uscì a controllare un allarme della sua auto. Mentre era fuori, iniziò a squillare il telefono. Ludovica, esitante, rispose dopo molte insistenze. Non appena mise lapparecchio allorecchio, riconobbe la voce forte e decisa di Clara, la madre di Giulio.

Giulio caro, ho pensato al modo per liberarci di quella cieca di Ludovica. Ho parlato con unamica allagenzia: dopo il matrimonio andrete in montagna. Ti inventi che vuoi vedere i panorami. Portala a spasso e falla cadere da qualche parte. Poi corri dalla polizia, piangi, racconta che si era allontanata da sola. Nessuno si preoccuperà troppo di indagare. Tanto lo so che sei bravissimo a fare la parte del marito disperato. Se non ci sbrighiamo, tua suocera riuscirà a farle loperazione e così si complicano le cose: bisogna agire in fretta, non possiamo lasciarci sfuggire tutti quei soldi. Riflettici, ora ti lascio.

Quando la chiamata terminò, Ludovica lasciò cadere il telefono sul tavolo, sconvolta e tremante.

Sua madre vuole che mi faccia fuori e lui sembra daccordo pensava, scioccata.

Appena qualche minuto prima, era una sposa felice in attesa delle ultime prove dellabito. Ora realizzava che due persone, ormai parte della sua famiglia, avevano organizzato la sua fine. Per fortuna Giulio non aveva sentito nulla. Ludovica lo vide rientrare nella sala, agitata ma cercando di restare calma.

Strano, non so perchè sia scattato lallarme, forse un gatto. Non ci sono segni sullauto. poi squillò ancora il telefono e prese la chiamata. Sì, certo, ok, arrivo subito in ufficio, disse prima di correre via.

Vai pure, rispose Ludovica a bassa voce, aspetto mamma qui così discutiamo meglio.

Sedette sola, piangendo. Chiamò subito me.

Papà, vieni subito qui, cercò di parlare con voce calma, ma era chiaro che qualcosa non andava.

Ludovica, che succede? Hai una voce stranissima Arrivo subito, aspettami.

Arrivai venti minuti dopo, le sedetti accanto e la vidi sconvolta.

Che ti è successo, piccola mia?

Papà loro vogliono uccidermi

Ma chi? chiesi incredulo.

Giulio e sua madre. Ho sentito la telefonata con le mie orecchie. Giulio era uscito, il cellulare è rimasto sul tavolo, sua madre ha iniziato a spiegargli tutto come avrebbe dovuto liberarsi di me, approfittando del viaggio che volevano regalarci.

Sei sicura, amore? Non è che hai frainteso?

Ti giuro, papà, la voce era di Clara inconfondibile. Ho spento subito il telefono così loro non si sono accorti di nulla. Giulio è stato chiamato in ufficio in fretta.

Ero attonito. Possibile essermi sbagliato così tanto su quel ragazzo? Sedemmo a ragionare sul da farsi. In quel momento Giulio richiamò Ludovica, fingendosi completamente alloscuro.

Allora, Ludovica, la mamma è arrivata? Avete deciso lallestimento?

Presi io il telefono.

Pronto Giulio, ci fa piacere sapere dei tuoi piani con tua madre. Siamo venuti a conoscenza della vostra idea per la gita in montagna

Ma quali piani? Quale gita? rispose, spiazzato o forse fingendo bene.

Quella dove Ludovica sarebbe dovuta incidentalmente cadere. Vedi, ora anche la polizia potrebbe ricostruire tutto dal tuo telefono, perfino una chiamata cancellata.

Giulio rimase in silenzio qualche secondo.

Non sono stato io È stata mia madre

Sei davvero una persona spregevole se nemmeno hai il coraggio di assumerti le tue responsabilità. Addio, Giulio.

Il giorno dopo Giulio era già lontano da Firenze. Ha accusato la madre di averlo messo nei guai, portato via i soldi e si è dato alla fuga, temendo che avremmo sporto denuncia. Anche Clara lasciò in fretta la città.

Sconvolto per aver visto con i miei occhi la malvagità delle persone, portai Ludovica in una clinica oculistica specializzata. Io le stavo sempre accanto; portava ancora le bende sugli occhi ma cercavo di distrarla. Il dottor Matteo Ricci, giovane e premuroso, prese Ludovica particolarmente a cuore. Lintervento fu affidato a un bravo chirurgo, ma Matteo era sempre presente. Era evidente che Ludovica gli piaceva: arrossiva facilmente quando le parlava e la seguiva con uno sguardo innamorato.

E quando finalmente tolsero la benda, il primo a farle visita fu proprio Matteo, con un enorme mazzo di rose rosse in mano. Ludovica rimase senza parole: per la prima volta vedeva nitidamente un volto, dei fiori colorati, la sala tutta illuminata.

Che gioia, vedo tutto! esclamò tra le lacrime. Matteo si affrettò a prenderle la mano.

La vista le fu restituita, ma doveva indossare sempre gli occhiali: non era un problema, considerando la felicità che provava.

Dopo qualche tempo, si sposarono con una cerimonia semplice ma bellissima. Un anno dopo nacque una bambina con gli occhi grigio chiaro come quelli del papà. Ludovica era finalmente felice: accanto a sé aveva un marito onesto e lamore di una famiglia vera.

Cosho imparato? La sofferenza può spegnere la luce, ma se si affronta la vita con coraggio e cuore aperto, la luce ritorna più forte di prima. E, come dice un vecchio proverbio toscano, la speranza è lultima a morire.

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Vedere con i propri occhi Dopo una terribile tragedia, la perdita del marito e della figlia di sei anni in un incidente stradale, Chiara per molto tempo non riusciva a riprendersi. Per quasi sei mesi è rimasta in una clinica, non voleva vedere nessuno, accanto a lei solo sua madre, che con pazienza cercava di parlarle. Un giorno, però, sua madre le disse: – Chiara, l’azienda di tuo marito rischia di andare in rovina, è a malapena in piedi, Edoardo ce la sta mettendo tutta. Mi ha chiamata e mi ha chiesto di dirtelo. Meno male che Edoardo è una persona onesta, ma… Quasi come risvegliata da queste parole, Chiara reagì: – Hai ragione, mamma, devo trovare qualcosa da fare. Forse il mio Daniele sarebbe contento se continuassi quello che aveva iniziato. Per fortuna un po’ ci capisco, come se avesse previsto tutto, ha voluto che lavorassi accanto a lui in ufficio. Chiara tornò al lavoro e salvò l’azienda di famiglia ormai in difficoltà. Ma, anche se il lavoro andava bene, la nostalgia per la sua bambina non la lasciava mai. – Tesoro, voglio darti un consiglio – le disse un giorno la madre – Prendi in affido una bambina dall’orfanotrofio, magari una che ha avuto una vita ancora più difficile della tua. Aiuterai lei, ma troverai anche tu la salvezza. Chiara rifletté sulle sue parole e capì che la madre aveva ragione. Così si recò all’orfanotrofio, anche se sapeva che nessuno avrebbe mai potuto sostituire la sua bambina di sangue. Arianna era nata quasi cieca. I genitori, entrambi laureati di buona famiglia, si spaventarono della diagnosi e l’abbandonarono subito dopo la nascita. Evidentemente anche tra i più istruiti non mancano vigliaccheria e crudeltà. Così Arianna finì in un istituto. Lì imparò a leggere, adorava le favole e ci credeva: prima o poi anche per lei sarebbe arrivata una fata buona. A quasi sette anni quella fata arrivò: bella, elegante, ricca e profondamente infelice. Arianna non riusciva a distinguerne i lineamenti, ma intuì la sua bontà. Quando Chiara si presentò all’orfanotrofio, la direttrice le chiese come mai proprio una bambina con gravi problemi di salute. Chiara non volle spiegare troppo, temeva di essere fraintesa, si limitò a dire che aveva i mezzi e il desiderio di aiutare una bambina disabile. Quando le portarono Arianna, Chiara capì subito che quella era la sua bambina. Arianna, con i riccioli dorati e i grandi occhi azzurri e velati, sembrava un angelo. – Chi è questa? – chiese Chiara senza riuscire a distogliere lo sguardo. – Questa è la nostra Arianna, è dolcissima e affettuosa – rispose l’educatrice. – Arianna è mia, ne sono sicura – dichiarò subito Chiara. Le due si affezionarono tantissimo, avevano entrambe bisogno l’una dell’altra. Con Arianna accanto, anche la vita di Chiara cambiò completamente e trovò un nuovo significato. Si rivolse ai medici, che le dissero che un’operazione avrebbe potuto migliorare la vista di Arianna, anche se avrebbe dovuto indossare gli occhiali. Chiara si aggrappò a questa speranza e, prima dell’inizio della scuola, fu eseguito un intervento, ma la vista di Arianna migliorò solo di poco. Ci sarebbe stato bisogno di un’altra operazione, ma si doveva aspettare che crescesse. Gli anni passarono. Il business prosperava, Chiara si dedicava anima e corpo alla figlia. Era una donna affascinante e benestante, ma non guardava gli uomini: tutta la sua vita ruotava attorno ad Arianna. Arianna diventò una giovane donna di una bellezza quasi surreale, gentile, riconoscente e già impiegata nell’azienda della madre. Chiara era molto protettiva nei suoi confronti, temeva che qualche approfittatore si avvicinasse solo per interesse, e se lo intuiva non ci metteva molto a farlo presente. Poi arrivò l’amore. Chiara conobbe anche Antonio, nulla sembrava fuori posto e non si oppose alla relazione. Dopo poco Antonio chiese ad Arianna di sposarlo. I preparativi per il matrimonio erano a buon punto; sei mesi dopo la cerimonia si sarebbe dovuta effettuare l’ultima operazione agli occhi. Antonio era affettuoso, premuroso, ma a volte Chiara notava qualcosa di artificiale in lui, anche se allontanava subito il pensiero. Qualche giorno andarono a vedere il ristorante per la festa di nozze. All’interno, Antonio posò il telefono sul tavolo; una segnalazione dell’allarme auto lo costrinse a uscire. Arianna rimase da sola: il telefono di Antonio iniziò a squillare insistentemente. Dopo qualche esitazione, rispose. Una voce femminile forte: era la madre di Antonio, la futura suocera, la signora Elena. – Tesoro, ho trovato il modo per liberarci della piccola cieca. Ho chiesto alla mia amica dell’agenzia viaggi di tenermi da parte due pacchetti: dopo le nozze andrete in montagna, dirai che vuoi vedere le vette da vicino. Andate da soli e fai in modo che la tua mogliettina cada per sbaglio. Poi torni, denunci la scomparsa, piangi e insisti che la cerchino. Quando la trovano, diranno che è scivolata. Tanto chi si preoccupa di indagare all’estero… So che sai fare il marito affranto. Così anche sua madre ci crederà. Dobbiamo sbrigarci prima che facciano l’operazione e tutto vada a posto, dopo sarebbe più difficile liberarsene. Non lasciarti sfuggire quei soldi, figliolo. Ora chiudo. Arianna lasciò cadere il telefono, sconvolta: sua suocera voleva ucciderla e forse anche Antonio era d’accordo. Un attimo prima era una sposa felice; ora sapeva che le persone accolte come famiglia tramavano la sua fine. Antonio, ignaro della conversazione, rientrò e si lagnò dell’allarme auto. Poco dopo fu chiamato in ufficio e dovette andare via. Arianna, turbatissima, chiamò Chiara chiedendole di raggiungerla al ristorante. L’amica Katia e il personale si accorsero subito del suo stato d’animo. All’arrivo, Arianna raccontò tutto alla madre, che rimase scioccata. – Sei sicura? Stai bene? – chiese Chiara. – Sì, mamma, ho sentito tutto con le mie orecchie: la signora Elena non si è accorta che rispondevo io. Ora Antonio non sospetta nulla. Mentre ragionavano sul da farsi, Antonio chiamò Arianna per sapere se la madre era arrivata. Chiara prese il telefono: – Ciao Antonio, per fortuna abbiamo scoperto in tempo i vostri piani. Lo sai che se il tuo telefono finisse in polizia troverebbero tutte le registrazioni, anche quelle cancellate? Rifletti su cosa vorrebbe dire… Antonio, colto in flagrante, dopo qualche tentativo di negare attribuì tutto alla madre. Ma Chiara tagliò corto. Il giorno successivo Antonio lasciò la città insieme a sua madre, temendo una denuncia. Uno shock, vedere tutto con i propri occhi In clinica Arianna fu operata agli occhi, sempre seguita da Chiara e dal dottor Matteo De Santis, un giovane medico gentile e professionale, che si affezionò molto a lei. Quando tolsero le bende, le portò un grande mazzo di rose: Arianna rimase sotto shock, per la prima volta vedeva con chiarezza i colori, il volto del medico, il bouquet straordinario. – Sono così felice! Ora vedo tutto! – esclamò commossa, e Matteo la abbracciò per consolarla. Arianna avrebbe dovuto portare sempre gli occhiali, ma rispetto al passato non era nulla. Poco tempo dopo Matteo e Arianna si sposarono con una splendida cerimonia e, un anno dopo, nacque una dolcissima bambina dagli occhi grigi, come il papà. Grazie per aver letto questa storia, per il vostro sostegno e la vostra presenza. Vi auguro tanta felicità nella vita!