Ventisei anni dopo
La minestra di fagioli, quella sera, venne particolarmente buona. Giulia sollevò il coperchio dalla pentola, assaggiò il brodo col cucchiaio di legno, aggiunse un pizzico di sale ed annuì soddisfatta. In ventisei anni aveva imparato a cucinarla proprio come la preferiva Marco: densa, con quei fagioli toscani piccoli, la scorza di parmigiano sul fondo, lolio nuovo e un ciuffetto di prezzemolo messo allultimo secondo, altrimenti sparisce laroma così diceva lui. Mise la tavola nella sala da pranzo, appoggiò il pane casereccio tagliato spesso, e la sua tazza preferita, quella con la smaltatura ormai macchiata e che lui non voleva mai buttare, anche se, secondo lei, era ora di farlo.
Marco rientrò alle otto e mezza. Si tolse il giaccone e lo lanciò sulla gruccia, che è subito caduta per terra; poi andò in cucina, senza degnarla di uno sguardo.
Minestra? domandò, buttando un occhio nella pentola.
Minestra. Siediti, te la verso.
Si sedette, tirò fuori il cellulare e cominciò a scorrere qualcosa. Giulia gli mise il piatto davanti. Lui mangiava in silenzio, senza mai smettere di guardare lo schermo. Lei si accomodò di fronte, con il suo tè ormai freddo. Fuori, il vento di novembre faceva tremare i rami del glicine davanti alla finestra, quello che avevano piantato giovani, il primo anno in quella casa.
Marco disse Giulia dobbiamo parlarci, secondo me.
Alzò lo sguardo su di lei. Non cera fastidio, né interesse, semplicemente lo sguardo di uno che interrompe un lavoro importante.
Di che cosa?
Non lo so. Sembriamo estranei da mesi. Torni tardi, la mattina esci prima di me. Non ti vedo quasi mai. Va tutto bene?
Lui posò il cellulare. Staccò un pezzo di pane.
Senti, Giulia, sei seria? Cosa vuol dire va tutto bene?
Tra noi, tra me e te. Il nostro rapporto.
Rimase zitto qualche secondo; poi la guardò come se dovesse spiegare il perché della scelta di un pneumatico piuttosto che un altro: senza rabbia, senza rimpianto, senza vergogna minima.
Vuoi la verità?
Sì, voglio la verità.
La verità accennò lui, addentando il pane di nuovo è che non sono più innamorato di te. Da un pezzo. Ti rispetto come donna di casa, come persona che mantiene in ordine tutto. Cucini, tieni pulito, non crei problemi inutili. È comodo. Ma se parli damore, no, Giulia, quello non cè più da tanti anni.
Lei lo guardò. Lo disse così calmo, senza fretta, senza alcun fremito.
Parli sul serio? sussurrò lei.
Sono sempre serio, quando dico cose importanti.
E me lo dici così? Durante la minestra?
Quando dovrei parlarne? Me lhai chiesto tu. Io ho risposto.
Si alzò dal tavolo. Raccolse la sua tazza e la posò nel lavello. Restò un momento davanti alla finestra, guardando la notte e le luci della casa di Maria Rosa, la loro vicina. Anche da là, la cucina era illuminata; forse stava cenando pure lei.
Ho capito disse solo Giulia, andando in camera.
Per il resto della sera non parlarono. Lui guardò qualche video sul cellulare, poi si sdraiò sul divano in sala; ormai era routine. Lei rimase sveglia nel buio, ascoltando il suo russare attraverso il muro. La minestra era rimasta nella pentola, quasi intatta.
A volte la vita reale supera la più improbabile delle storie. È troppo quotidiana, troppo onesta nella sua brutalità.
Lindomani, Giulia si svegliò alle sei, come sempre. Mise a bollire lacqua per un tè, uscì in giardino a dar da mangiare alla gatta, che due anni prima era apparsa dal nulla e mai più andata via. Laria di novembre pungeva; profumo di terra bagnata e foglie marce. Lei si fermò, il pigiama sotto il giaccone, fissando il giardino. Il glicine era ormai spoglio. Sotto, i grappoli secchi che non aveva tolto in tempo. Non ce laveva fatta. O forse non le era importato.
Comodo, ripeté mentalmente la parola di suo marito.
Ventisei anni. Ventisei anni a cucinare, lavare, sistemare la casa, ricevere i suoi amici, parlare e sorridere alle persone giuste, non fare domande inutili, mantenere tutto così in ordine che spesso chi passava a trovarli le diceva: Giulia, sei una maga. Quella era la sua parte. Laveva recitata bene, anzi benissimo. E ora scopriva che il ruolo in realtà si chiamava diversamente. Non moglie. Non amata. Solo una parola: comoda.
La gatta si strofinò contro il suo piede. Giulia si chinò, le grattò la testa.
Dobbiamo pensare a noi, amica le disse.
Il bollitore fischiava. Rientrò in casa.
Per la prima volta dopo anni, non preparò colazione. Si fece solo il tè, prese una fetta biscottata e si mise sulla poltrona vicino alla finestra. Marco uscì alle sette e mezza, dando unocchiata stupita al tavolo vuoto.
La colazione?
Niente in cucina rispose Giulia, senza sollevare lo sguardo dalla tazza.
Lui rimase fermo per un istante, poi prese il cappotto e uscì. Si sentì la porta chiudersi, la sua macchina allontanarsi nel silenzio freddo del mattino.
La casa, senza suoni, le sembrava nuova. Restando seduto nella quiete, capii che qualcosa di fondamentale era cambiato. Non in lui, non tra loro. In lei.
La vita dopo i cinquanta, pensava ora, comincia spesso così: con una frase detta a tavola che ti getta giù dal piedistallo delle certezze. Aveva cinquantadue anni. Marco cinquantacinque. Vivevano in casa loro, quella bella villa alle porte di Firenze, in quella frazione dove tutti si conoscono e dove la routine trae conforto dal ritmo delle stagioni. Casa grande, col secondo piano, il portico, e quel vecchio glicine piantato insieme.
Ma ora il punto era: di chi era davvero quella casa? In che modo era intestata? Chi aveva pagato per il terreno, la costruzione, e soprattutto quei soldi ricevuti dalla vendita del suo appartamento ventisei anni prima, finiti senza domande nel progetto?
Giulia posò la tazza e per la prima volta si fece domande che anni prima avrebbe trovato indecenti. Non aveva mai partecipato seriamente alla gestione dei soldi di coppia. Marco diceva sempre: Penso a tutto io, tranquilla. E lei si fidava. Aveva sempre lavorato con immobili, compravendite, consulenze; attività che non aveva mai voluto capire a fondo. Avevano sempre vissuto benino. Finiva lì linteresse.
Ma ora qualcosa dentro di lei scattò. Silenziosamente, senza pianti o scene. Per la prima volta capii che doveva prendere in mano la situazione. In tutto.
Verso mezzogiorno telefonò alla sua amica Lucia. Erano cresciute insieme Lucia però viveva ora a Firenze e si vedevano di rado.
Lucia, devo vederti.
Succede qualcosa?
Marco ieri mi ha detto che per lui sono comoda. Non necessaria, non amata: comoda. Come una poltrona.
Pausa.
Vieni subito, disse soltanto Lucia.
Si trovarono in un bar vicino a casa sua. Lucia, sempre diretta e concreta, divorziata due volte, come ripeteva lei con la patente della vita ormai da anni. Mentre Giulia raccontava, Lucia ascoltava senza interrompere. Poi girò il cucchiaino, restando in silenzio a lungo.
Giulia disse poi ti ricordi quando hai venduto il tuo appartamento, nel 98?
Certo. Stavamo costruendo casa.
E i soldi, dove sono finiti?
Giulia rifletté.
In costruzione, suppongo. Marco ha fatto tutto lui.
E i documenti? Casa, terreno? Intestati a chi?
Giulia non seppe rispondere, la vergogna la fece arrossire. Era davvero così: non ne aveva idea.
Ecco, disse Lucia. Non voglio spaventarti. Ma devi sapere. Tutto e subito. Parti dai documenti.
Ma dici che cè qualcosa che non va?
Dico che se un uomo ti può dire in faccia che sei solo comoda, è perché si sente inattaccabile. Una persona che si può perdere facilmente, non la si mette davanti a questo. Capisci?
Al ritorno, la frase di Lucia le rimbombava nella testa. A chi è facile perdere, queste cose non si dicono. Era tagliente e fredda, ma vera.
A casa, andò nello studio. Marco, geloso del suo disordine creativo, non amava ci mettesse piede. Ma stavolta accese la luce, studiò lambiente.
Cassetti, faldoni, pile di carte. Nel terzo cassetto trovò la cartellina: Casa. Documenti.
Seduta a terra, sfogliò tutto. Atto di proprietà: Marco Bartolini. Atto di possesso del terreno: Marco Bartolini. Compravendita: sempre lui. Lei non figurava da nessuna parte.
Rimase lì venti minuti, poi ricompose tutto, chiuse la cartella e uscì. Mise su il tè, aggiunse un cucchiaino di miele del vasetto che aveva in dispensa, e lo bevve in silenzio.
E non pianse. Era strano. Un tempo avrebbe pianto, si sarebbe chiusa in camera, aspettando che lui venisse a chiederle spiegazioni. Ora invece era solo una calma consapevolezza. Si stava preparando a qualcosa di nuovo.
Quella notte accese il computer. Educazione finanziaria per donne divorziate. Diritti della moglie nella divisione dei beni. Beni acquisiti in costanza di matrimonio Italia. Studiò a lungo, prendendo appunti. A notte fonda, aveva due pagine di domande e punti da approfondire.
La mattina chiamò uno studio legale, il cui numero aveva avuto tramite amici non quelli di Marco e fissò un appuntamento.
Nel frattempo le venne in mente altro. Marco si affidava ormai da anni, per i suoi affari, allavvocato Carla Socci. Laveva vista passare qualche volta, ai pranzi di lavoro o a casa, sempre elegante, capelli ramati, sguardo determinato. Giulia non aveva mai avuto da ridire. Brava e basta.
Ora prese il cellulare dimenticato da Marco sul comò. Non lesse i messaggi: aprì solo i contatti, trovò il nome di Carla. Guardò lultimo accesso: la sera prima, alle 22.56. Rimise il telefono a posto.
Le bastò questo per intuire cosa stava succedendo. Nulla di certo, ma la direzione era chiara.
Il colloquio con lavvocato, il dottor Lorenzo Paoletti, fu tre giorni dopo. Sulla cinquantina, pacato e pratico. Giulia spiegò tutto: ventisei anni di matrimonio, casa intestata solo a lui, il suo appartamento venduto e usato per la costruzione, niente documenti diretti sulle sue spese.
È una situazione comune in quegli anni disse Lorenzo. Ma la legge tutela lei comunque.
Come, esattamente?
Tutto ciò che viene acquisito durante il matrimonio, a meno di patti diversi, si considera di proprietà comune. Bisogna verificare bene quando è stato acquistato il terreno, saldate le spese, se suo marito aveva capitali antecedenti. Il suo appartamento, per esempio?
Lho venduto e dato tutto in cassa comune.
Ha latto di vendita?
Sì, da qualche parte
Lo cerchi. È importante. Se possiamo collegare quei soldi alla costruzione della casa, cambia tutto.
Uscì dallo studio con un obiettivo concreto. A casa, rovistò tra scatoloni, cartelle dimenticate, vecchie buste impolverate. In una, dietro riviste anni novanta, trovò il contratto di vendita dellappartamento, datato aprile 98. Importo, acquirente, tutto registrato.
Quando strinse quel foglio, giallastro dal tempo, provò quasi sollievo. Era la prova di cui aveva bisogno.
Le due settimane seguenti, Giulia visse quasi una doppia vita. Apparentemente non cambiò nulla. Preparava da mangiare per se stessa, metteva in ordine solo i suoi spazi. Non stirava più le sue camicie. Marco se ne rese conto dopo qualche giorno.
Non mi hai stirato la camicia.
Sì, lo so.
Non la stiri?
No.
Lui si fermò, perplesso.
Sei ancora arrabbiata?
No, Marco. Ho capito quello che hai detto. Volevi comodità, e io penso che questa comodità debba avere dei limiti. Se non sono più la tua compagna, allora è giusto che sia solo una questione di ruoli chiari.
Lui non rispose, si chiuse nello studio, parlando sommessamente al telefono con qualcuno. Giulia evitava di ascoltare. Aveva le sue cose da fare.
Studiò tutto ciò che poteva sui suoi affari. Non per gelosia; ormai era necessario. Leducazione finanziaria, si accorse, non è solo fare i conti della spesa, ma capire dove sono i soldi che ti riguardano.
Tra le carte, trovò un paio di contratti sospetti. Li portò a Lorenzo Paoletti.
Vede qui? le indicò lui su una pagina Venditore e acquirente sono due società, ma con la stessa sede legale. Probabilmente una triangolazione di comodo.
È reato?
A volte serve solo per gonfiare i valori. Potrebbe anche esserci una verifica fiscale. E per lei la cosa è delicata: se Marco dovesse essere chiamato a rispondere e i beni sono intestati anche a lei, rischia grosso se non si tutela.
Questo era serio. Giulia la sera stette un po nel giardino, la gatta accoccolata sulla panca. Novembre stava finendo; tutto era rigido, silenzioso.
Un marito tossico, pensava, non è solo chi urla o fa scenate. È anche chi ti ignora, chi ti dà per scontata e ti usa come una funzione, in modo che quasi non te ne accorgi.
Prese la decisione.
Con Lorenzo Paoletti prepararono lazione legale per la divisione dei beni. Raccolsero ogni documento utile: il contratto di vendita dellappartamento di lei, le ricevute dei materiali, le fatture degli anni tra il 98 e il 2001. Tutto indicava che la casa era stata costruita durante il matrimonio e anche con soldi suoi.
A Marco non rivelò nulla. Continuò la convivenza da coinquilini; lui, a suo modo, scambiava il suo comportamento per un malumore passeggero.
Nel frattempo Lucia, che lavorava in uno studio della zona, si informò tramite conoscenze. Un giorno telefonò:
Giulia, hai un minuto?
Dimmi pure.
Marco ha aperto diverse società. Lultima, fresca fresca, vede come socia una certa Carla Socci.
Giulia silenzio.
Capisci cosa significa?
Certo. Non è solo una faccenda privata, tra loro.
Ma anche daffari. E stanno già scavando la via duscita. Tu devi muoverti in fretta.
La sera stessa chiamò Lorenzo e spiegò la novità.
Sì, è importante commentò calmo Paoletti Se vuole spostare gli immobili fuori dalla comunione, dobbiamo subito ottenere un provvedimento di sequestro: così non potrà toccare nulla fino alla divisione.
Possiamo fare tutto subito?
Domattina qui da me. Firmiamo e trasmetto in tribunale.
Il giorno dopo, notarono insieme tutti i fascicoli. Lorenzo le spiegò ogni passaggio; Giulia ascoltava, faceva domande, prendeva note. Le pratiche non la spaventavano più.
Quando uscì dallo studio legale, iniziava a nevicare, la prima nevicata dellanno. Guardò quei fiocchi grandi sulle auto, sul porticato, sul suo cappotto. Dentro sentiva un senso di rispetto per se stessa. Quella donna che finalmente si era alzata da terra per affrontare la sua storia.
Marco scoprì la questione dopo una settimana. Le telefonò mentre era al supermercato.
Che sta succedendo?
In che senso?
Mi ha chiamato il tribunale. Ostruzioni sui beni? Stai chiedendo la divisione?
Sì, Marco.
Sei impazzita? Solo per quella discussione?
Per ventisei anni. Scusami, ho le buste della spesa. Ne parliamo a casa.
Spense e si avviò alla cassa. Le mani ferme, voce sicura. Neppure lei capiva come facesse.
La discussione che seguì a casa fu dura. Marco era agitato, anche se cercava di non darlo a vedere. Girava per la stanza, parlando in fretta.
Giulia, questa casa è mia; lho fatta io, lho pagata io!
Lhai fatta pure con i soldi miei, quelli della mia casa. Ho la prova.
Era un regalo! Lhai detto tu!
Ho dato i soldi per costruire la nostra casa. Ma lhai intestata solo a te. È ben diverso.
Ti sei messa daccordo con un avvocato senza dirmelo?
Così come tu hai aperto società con Carla senza dirmelo.
Pausa.
Che vuoi insinuare?
Parlo di Carla Socci, vostra società, registrata tre mesi fa.
Lui si sedette, la guardò in modo diverso, quasi un rivale.
Ti sei preparata bene.
Dovevo. Mi hai insegnato tu che occorre essere utili. Adesso lo sono, ma per me.
Non aggiunse altro. Tra loro, la sua tazza di caffè ormai fredda.
Possiamo sistemarla senza tribunale propose Marco.
Devessere tramite avvocati. Non cè altra via.
I tre mesi successivi furono complicati, più dal punto di vista pratico che emotivo, perché ormai lei aveva messo la distanza necessaria. Udienze, documenti, negoziazioni. Lorenzo Paoletti fu efficiente e sincero. Nessun panico, nessuna promessa impossibile: qui è facile, qui sarà dura, qui ci vuole tempo.
Intanto emerse che Marco, coi suoi giri immobiliari, stava davvero per avere guai con lAgenzia delle Entrate. Niente di penale, ma alcune operazioni finite sotto la lente. Questa cosa, paradossalmente, giocò a favore di Giulia: lavvocato usò la questione per ottenere un accordo più vantaggioso.
Marco, sentendosi il terreno sfuggire, divenne più accomodante. Le riunioni tra avvocati portarono infine a un compromesso: la casa andava a Giulia, a lui alcuni beni mobili mai intestati. La Socci, quando capì che le acque si erano agitate, si sfilò in fretta dalla società.
Lo seppe Lucia da una conoscente comune.
Pare che Carla lo abbia lasciato. I problemi coi soldi non li ha voluti prendere su di sé.
Intelligente sospirò Giulia senza rabbia.
E tu, non sei arrabbiata?
Con Carla? No. Lei ha fatto il suo. Io non ho fatto il mio: ecco lerrore.
Firmarono laccordo a febbraio. Giornata gelida, cielo chiaro. Nellufficio, Giulia e Lorenzo da una parte, Marco e il suo legale dallaltra. Si scambiarono firme. Solo unocchiata, tra Giulia e Marco: nessun trionfo, nessuna rabbia. Solo equanimità.
Marco se ne andò quel giorno stesso. Prese ciò che spettava e salutò. Lei non guardò dalla finestra le sue scatole caricate in macchina. Sistemò la cucina: svuotò gli scaffali, buttò cose vecchie. La tazzina macchiata di lui, dopo un attimo dincertezza, la rimise a posto. Dopotutto, era solo una tazza.
La casa era sua, ora. Formalmente e nella realtà. I due atti erano nel cassetto della camera. Non era gioia, ma un senso di spazio, di possibilità. La pace, perlomeno, era diventata sua, e non solamente una sospensione tra le uscite e i ritorni di Marco.
Quellanno la primavera arrivò presto. Giulia si portò il caffè in giardino una mattina e rimase a lungo a guardare il glicine: grande, nodoso, con la corteccia ormai spessa. Ma vivo.
La gatta arrivò, si stiracchiò sulla panca della terrazza, chiuse gli occhi al sole.
La sera stessa chiamò Lucia.
Come va?
Bene. Oggi ho sistemato il giardino, sotto il glicine ho trovato un vecchio nido, ormai vuoto.
Un bel simbolo, Giulia. E adesso? Idee per il futuro?
Sì. Ho deciso di affittare le stanze al piano di sopra. Sono tre, non le uso. Così avrò unentrata fissa. E mi voglio iscrivere a dei corsi di pittura. Era un sogno di ragazza. Poi
Corsi di pittura?
Ridì pure.
Ma no! Finalmente parli di qualcosa che vuoi TU, non lui.
Sì, Lucia. Forse davvero per la prima volta.
Lucia sospirò.
Questa è una gran cosa, Giulia. Una gran cosa.
Sui matrimoni, ora, pensava diversamente. Senza amaro in bocca o nostalgia del passato: piuttosto con la curiosità di chi analizza la trappola che si era lasciata costruire addosso senza malevolenza, solo per abitudine, e ad un certo punto non sei più persona, ma funzione. Forse anche Marco non se ne era mai reso conto, forse era solo più comodo così.
Oggi, se dovesse raccontare la sua separazione, non parlerebbe di liti o lacrime, ma dei documenti rimasti per anni dentro una scatola polverosa. Di quellavvocato calmo e diretto. Della prima mattina in cui non mise in tavola la colazione, e nessuno morì per quello. Che leducazione finanziaria femminile significa saper chiedere: A chi è intestata questa casa, dopo ventisei anni?
Ad aprile mise lannuncio per laffitto delle tre stanze. In quindici giorni trovò unaffittuaria: una giovane coppia, lavoratori pendolari a Firenze, gentili e riservati. Bastava salutarsi ogni tanto in giardino.
I corsi di pittura iniziarono a maggio, in una sala polivalente del paese vicino. Cera chi era in pensione, una ragazza in maternità, un uomo di sessantanni che per tutta la vita aveva fatto il muratore ma avrebbe voluto dipingere. Il maestro, artista un po trasandato ma dal tono garbato, non si perdeva in chiacchiere.
La prima volta, Giulia disegnò una pera. Uscì stortignaccola. Si mise a ridere, da sola. Una pera storta, come il suo glicine.
Una sera di giugno sedeva in terrazza a leggere. Il telefono spento. Marco non chiamava da due mesi, lei non cercava lui. Aveva saputo da amici che aveva preso casa a Firenze, si arrangiava come poteva, i guai col fisco avevano rallentato tutto. Carla era ormai lontana. Gli affari comodi non bastavano più.
Non provava più rabbia. Forse, serenità. Quello che succedeva a Marco non la riguardava più, non in modo crudele, solo come un fatto.
Sopravvivere a un tradimento? Ogni donna ha la sua ricetta. La mia è stata fare cose pratiche. Niente pianti, niente processi mentali infiniti. Solo trovare le carte, cercarsi un professionista, fare un passo alla volta.
Il destino della donna, si dice, è una condanna, una dote da subire. Invece, a cinquantadue anni, ho capito che la dote è solo una base: puoi sempre cambiare direzione, se hai coraggio di muovere i piedi.
Quel coraggio lho trovato forse tardi. Ma non troppo. Perché la vita dopo i cinquanta non è una fine, ma sorprendentemente un inizio. Non facile, non immediato, senza sicurezze. Ma inizio.
A fine giugno, incrociai Marco per caso allanagrafe comunale. Facevo la fila coi miei documenti, abito chiaro, ed ecco che lui entra.
Si ferma, poi si avvicina.
Ciao, dice.
Diverso; più magro, il viso segnato, il completo addosso bene ma sciupato. Un tempo sarebbe stato stirato da me, penso.
Ciao, rispondo.
Ci guardiamo qualche secondo.
Come stai?
Bene. E tu?
Ho tante cose da sistemare.
Capita.
Mi guarda; nei suoi occhi qualcosa di nuovo, una confusione, forse qualche rimpianto.
Giulia, volevo
Marco, lo interrompo gentile basta così. Davvero. Finito tutto. Nessun rancore, nessun debito. Neanche parlarne più.
Viene il mio turno allo sportello. Passo i documenti.
Quando mi volto, lui è già in coda altrove.
Esco in strada. Il sole di giugno è forte, profuma dasfalto caldo e di tiglio in fiore dal cortile vicino. Alzo il viso al cielo, chiudo gli occhi.
Poi mi chiama Lucia.
Hai fatto?
Fatto tutto. Indovina: sabato cè una mostra dacquerelli, vieni?
Volentieri.
Come stai, davvero?
Un attimo di pausa. Guardo intorno, il cielo limpido, la gente per strada, la polvere di pioppo nellaria.
Sto bene, Lucia. Non felicissima. Non male. Ma finalmente bene. Proprio bene.
È già tanto, dice lei.
Sì, rispondo. È già tanto.
Oggi ho imparato una cosa: la possibilità di ricominciare resta con noi, anche quando sembra impossibile. Basta avere il coraggio di chiederci, almeno una volta nella vita: E io, che cosa voglio?Sulla via del ritorno, il cielo promette temporale ma nulla può smuovere la quiete che mi porto dentro. Passo dal panificio, compro due schiacciate, una anche per i ragazzi che salgono al piano di sopra. Salgo le scale leggere, ascolto il mormorio di una radio da dietro una porta.
In cucina, la gatta mi guarda aspettando il suo boccone. Sistemo le cose, apro la finestra: laria si è fatta tiepida, quasi destate. Sul tavolo, accanto al barattolo del tè, la cartolina che mi sono spedita da sola la settimana scorsa, dopo il corso: cè disegnata una piccola pera azzurra, con sotto la scritta incerta, la mia mano ancora incerta eppure fiera. Crescere è darsi un nuovo nome ogni tanto.
Rido. Nessuno a correggermi. Nessuno a comandare il tempo o i gesti.
Preparo la cartella dei pennelli, metto le scarpe comode. Penso che non so bene dove sto andando, ma va bene così.
Esco di casa lasciando la porta socchiusa, il glicine che ondeggia lento nella luce dorata del tramonto. La gatta viene dietro di me, saltella tra le mattonelle del portico.
Mi fermo un secondo, respiro a fondo. La libertà a volte ha il profumo umile del pane caldo, il colore incerto di una pera disegnata male, il suono delle chiavi nella propria tasca.
Non è la felicità perfetta, non è una vittoria su nessuno. È solo avere ritrovato se stessi, un mattino qualunque, dopo ventisei anni. Ecco, penso: questa è la mia nuova abitudine. Aprire la porta. Uscire. Andare incontro a ciò che verrà, finalmente per me.




