Vera rientra di corsa a casa con le borse della spesa, tra i pensieri della cena, i figli e i compit…

Vittoria camminava in fretta verso casa tra i vicoli stretti di Milano, le braccia indolenzite per il peso delle borse della spesa. Un odore vago di pane appena sfornato e pioggia antica le accompagnava i pensieri, che si rincorrevano confusi: preparare la cena, sfamare i suoi ragazzi, ripassare i compiti col più piccoloun labirinto di doveri che le pareva onirico, senza inizio né fine.

Da lontano, immersa in una luce fosca quasi acquerellata, vide lampeggiare davanti al suo portone unambulanza. Si sentì sprofondare come in un pavimento di marmo, e affrettò il passo: suo marito, Lorenzo, era spesso debole e se fosse successo qualcosa di grave, tanto da richiedere unambulanza istantanea?

State andando al quindicesimo? chiese con voce che tremolava come una tenda sotto vento, rivolta allautista.

No, signora, al quattordicesimo. Una vecchia signora si è sentita male ribatté distrattamente.

Il sollievo la sommerse come lacqua del Naviglio: non era per la loro casa. Dovevano essere qui per la signora Gina Alessandrini, la vicina di pianerottolo. Ma anche questo la turbava: Gina era sola da una vita, una presenza quasi irreale da ottantanni.

Ma Gina Alessandrini ha la sua gatta! Se la portano in ospedale, chi si occupa di Minù? mormorò tra sé salendo i gradini che parevano oscillare come molle sul fondo marino.

Lì davanti alla porta sbarrata della vicina, trovò un chiassoso via vai: la porta spalancata, la barella, e Lorenzo che aiutava il barelliere a sorreggere la fragile figura della signora Gina, lanima trasparente come carta velina.

Aspettiamo che salga anche lautista, poi ce la facciamo disse il barelliere, le mani guantate danzanti tra reale e irreale.

Gina Alessandrini, appena vide Vittoria, sorrise come chi incontra un angelo nel dormiveglia:

Vitto, mi portano in ospedale. Ti lascio le chiavi, dai un occhio alla mia Minù? Il mangime è sul tavolo, la lettiera già pronta, non far la schizzinosa eh, cambia una volta al giorno. Spero per Capodanno di essere a casa e le depositò le chiavi con gesti lenti, come se stesse passando un tesoro invisibile.

Certo, Gina, non ci pensi, mi occuperò io della tua Minù. Guarisci presto disse Vittoria, appoggiando la mano su quelle dita ossute.

Non si muova! la rimproverò il barelliere con una voce che sembrava arrivare da una radio sintonizzata male. Ecco, arriva laltro aiuto, forza tutti insieme…

Aspettate sussurrò Gina, con un tono di bambino che teme di perdere il suo pupazzo. Vitto, unultima cosa: cè un numero su un foglio nella credenza allingresso. Se mi succede qualcosa, chiama quel numero. È Teresa, mia figlia Non ci parliamo da anni, ma

Vittoria la rassicurò; quando finalmente la barella sparì come una nave nella nebbia lombarda, prese il foglio con il numero, accarezzò Minù e chiuse la porta.

Lorè, ci pensi, tanti anni di vicinato e nemmeno sapevo che Gina avesse una figlia! sbottò, quando il marito risalì le scale con la lentezza dei sogni che non vogliono finire.

Nemmeno io lho mai vista da queste parti rispose Lorenzo. Allora, a che ora si mangia?

Fu così che Vittoria, rimasta sola nella cucina che odorava di sugo e candela spenta, si lasciò trascinare dai suoi compiti quotidiani finché i figli non furono a letto. Poi ripensò alla figlia della signora Gina, prese il foglietto, fissò a lungo quei numeri come se nascondessero un enigma, e rimase indecisa.

Consultò lorologio romano appeso sul muro: troppo tardi ormai, anche se avesse chiamato, nessuno sarebbe potuto entrare in ospedale.

Il giorno seguente, andando a trovare Minù, trovò la gatta appollaiata sulle ginocchia e tutto parve ovattato, irreale. Il dilemma si fece più forte: chiamare quella Teresa sconosciuta o lasciare correre?

Decise di lanciarsi:

Pronto, Teresa? Non mi conosci, sono la vicina di tua madre. Ieri è stata portata via in ambulanza. Forse dovresti andarla a trovare.

Non mimporta nulla di quella donna rispose Teresa, la voce tagliente come vetro rotto. Non mi è madre da anni.

Ma che dici! sbottò Vittoria, sentendo una rabbia calda salirle in petto. Cosa importa cosa cè stato tra voi! Gina potrebbe non tornare più vuoi davvero vivere con questo peso?

Signora, non la riguarda fu la risposta gelida.

Sei senza cuore! Ah, se potessi vedere mia madre anche solo un minuto, darei mezzo secolo della mia vita! Quando una madre non cè più, allora capirai Io della mia mi sono presa cura sei anni, a volte era durissima. Ma ora, che non cè da quasi dieci, darei tutto purché restasse qui, anche solo a letto!

Sbatté giù il telefono. Minù miagolò come se avesse capito tutto il non-senso del mondo.

Ehi Minù, se la tua mamma non torna, toccherà portarti da noi. Spero solo che te la cavi con il nostro Leone… sospirò Vittoria. Ho chiamato in ospedale oggi, ma Gina sta sempre uguale

Si avvicinava lultimo giorno dellanno. Milanesi correvano coi pacchi tra le strade luminescenti come in un sogno di vetro colorato. Vittoria e Lorenzo rincasavano con una scatola da panettone e un abete pieno di promesse. Lorenzo reggeva lalberello come se trasportasse una nuvola.

Aspetti, tiene la porta? gridò Vittoria verso due donne immobili allingresso, e poi si rivolse al marito: Lorè, sbrigati!

Poi un lampo: guardò meglio quelle donne. Sentì i piedi ancorarsi a terra.

Madonna Ma siete voi?! Gina, lhanno dimessa?!

Sì, mi sento meglio, mi hanno lasciata tornare per festeggiare l’anno nuovo a casa. E ti presento… questa è Teresa, mia figlia! Lo sguardo di Gina si illuminò come una novella primavera.

In realtà noi, ehm, ci conosciamo già per modo di dire! rise Teresa con una dolcezza nuova.

Si avviarono tutti insieme, quasi galleggiando lungo le scale: Teresa sorreggeva delicatamente la madre, poi si chinò allorecchio di Vittoria:

Grazie. Per avermi svegliata al momento giusto. Posso passare dopo da te?

Certo, annuì stupita Vittoria, la voce come uneco dentro una chiesa vuota.

Trenta minuti dopo, Teresa campeggiava davanti alla porta di Vittoria e Lorenzo, con una torta al cioccolato. Sorseggiarono tè con i biscotti portafortuna. Teresa raccontò:

Dieci anni fa abbiamo litigato per un niente, non ricordo nemmeno il motivo. Lei era maestra e non smetteva mai di insegnarmi qualcosa e io mi sono ribellata. Da lì, un anno di silenzio, due testarde, poi solo qualche augurio di circostanza.

Poi, quando tu mi hai chiamata allinizio mi sono quasi sentita sollevata. Ma alle tue parole sono rimasta senza fiato. Mi sono detta: se sparisce, il mio passato finisce lì, e chi chiamerò più mamma? Non volevo essere sola nel mondo.

Due giorni ho pensato e poi, messa da parte la superbia, sono corsa da lei in ospedale.

Non ci crederai, dopo la mia visita è migliorata subito. Non la lascerò più sola! concluse Teresa, stringendo la mano di Vittoria e già pronta a tornare dalla madre.

Ma che le hai detto per scuoterla così? domandò Lorenzo, stranito dopo che Teresa fu uscita.

La verità, forse Solo la verità dissolve le nebbie, sussurrò Vittoria. Dai, chiamala tua mamma questa sera. Anzi, facciamo una cosa: per il Capodanno andiamo da lei. Dopotutto, ora abbiam una sola mamma in dueE così, a mezzanotte, tra il profumo del panettone scartato e le luci tremolanti dellalberello, il piccolo appartamento di Gina si riempì di voci, brindisi e risate. Minù, fiera e regale, osservava la scena dal divano come la padrona di casa che è sempre stata.

Teresa allacciò le dita a quelle della madre. Gina, con occhi lucidi e sorpresi dalla vita, mormorò: Non mi ero mai sentita così in famiglia nemmeno quando la casa era piena.

Le due donne si guardarono lungamente, senza bisogno di più parole, mentre Lorenzo distribuiva fette di pandoro ai ragazzi e Vittoria versava un goccio di spumante a tutti. Fuori, i vicoli vibravano già di botti e stelle filanti, ma loro per un attimo breve e perfetto sentirono che il Capodanno era nato dentro casa, sotto quel soffitto basso e familiare, tra errori perdonati, affetti ricuciti e la tenera, invincibile abitudine della speranza.

Quando il nuovo anno bussò con i suoi dodici colpi, Vittoria guardò la tavolata: le mani intrecciate, la gatta che faceva le fusa, e il futuro che per la prima volta da tanto non le faceva più paura. Diede uno sguardo luminoso a Lorenzo, poi sussurrò: Forse è proprio questo il senso di casa: non smettere mai di aprire la porta, aspettando che chi ami ritorni, anche se ci mette una vita intera.

E tra un brindisi e una carezza, la nebbia su Milano parve sciogliersi del tutto, mostrando finalmente una notte serena.

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