Verso il quartiere
Ricordo bene quei giorni ormai lontani, quando portavo la mia vecchia Fiat Punto fino alla piazzola davanti allalimentari allincrocio di via del Vigneto. Allora non spegnevo nemmeno il motore: era più comodo così, la gente saliva in fretta, il calore della stufetta restava dentro e io non perdevo ritmo. Sul cruscotto cera sempre il mio quadernetto con gli orari scritti a penna blu, vicino un bicchiere di plastica pieno di monete in euro per il resto. Non chiamavo questo lavoro, anche se in fondo lo era: accompagnare chi non poteva o non voleva aspettare il pullman in paese, in quel piccolo borgo oltre la provincia.
La strada la conoscevo a memoria. Dopo il ponte, sulla destra, una buca da schivare andando sulla corsia opposta se non arrivava nessuno. Poco oltre la fila di pioppi, lindicazione sbilenca che di notte pareva la sagoma di una persona. Vicino al paese, il bivio per la vecchia stalla dove ancora si sentiva odore di erba marcia e umidità di fondo valle. E poi, i volti. Cera chi saliva una volta alla settimana, chi tutti i giorni. Alcuni tacevano per tutto il tragitto, altri iniziavano a raccontare di colpo, come se il confine della macchina rendesse tutto più sopportabile.
Non mi sono mai ritenuto uno psicologo. Ascoltavo, annuivo, rispondevo a voce bassa solo se interpellato. Alla mia età, le parole inutili pesano in fretta come una nuova fatica sulle spalle. Mi bastava la semplicità: portare, fermare, tornare indietro. Però sì, avevo notato da anni che la strada rende le persone più sincere, e lautista diventa testimone uno senza diritto di replica.
Fu in uno di quei giorni che si avvicinò una donna, sulla quarantina, con un piumino chiaro e la tracolla. Mi pareva daverla già vista, ma il nome proprio non mi tornava.
Verso il quartiere? chiesi senza voltarmi troppo, solo di striscio.
Sì, grazie rispose sedendosi ordinatamente dietro a destra. Mi lasci al borgo, vicino ai Pini.
Notai la delicatezza nel chiudere lo sportello, come se avesse paura di disturbare. La borsa sulle ginocchia, cintura agganciata con un gesto familiare. Quelle come lei non discutevano sul prezzo e non chiedevano di aggiungere tappe.
In attesa del secondo passeggero, mi misi istintivamente a controllare gli specchietti, sistemai la dashcam che da tre anni pendeva a fatica dalla ventosa sulla parabrezza. La giornata prevedeva due corse, questa era la prima. Speravo di tornare a casa per mezzogiorno: cera lacqua della fontana da portare su e il ginocchio mi pungeva se restavo troppo tempo seduto.
Dallangolo dellalimentari sbucò un uomo alto, giubbotto scuro, uno zainetto sulle spalle. Andava deciso, ma rallentò vicino alla macchina, gettò uno sguardo dentro e restò un attimo immobile.
Colsi subito quel momento di esitazione: non era paura, nemmeno gioia, solo quellistante in cui il cervello cerca la direzione.
Verso il quartiere? ripetei.
Sì rispose aprendomi lo sportello davanti e sedendosi di fianco. Arrivo fino al borgo.
Non si allacciò subito. Poggió prima lo zaino sulle ginocchia, poi, come ricordandosi allimprovviso, prese la cintura e la aggangiò. Misi in moto.
Per i primi chilometri, il silenzio. La donna dietro fissava il paesaggio, ma negli specchietti la vedevo ogni tanto gettare unocchiata alluomo seduto davanti. Lui guardava dritto, le mani strette sullo zaino come se potesse scappargli.
Accesi la radio piano, ma dopo un minuto la spensi: la musica lì dentro sembrava opprimente, meglio sentire motore, gomme e il mio stesso respiro.
La strada oggi è buona dissi solo per rompere laria.
Sì rispose luomo.
Sì fece eco la donna, con un tono però più acuto, innaturale.
Mi accorsi di ascoltare più le pause che le frasi. Quella delluomo era lunga, carica di indecisione; quella della donna, di chi pesa ogni parola.
Dopo il ponte, evitai la solita buca. Lauto oscillò, la donna strinse di più la borsa.
Fa spesso questo tratto? domandò improvvisamente lei, non tanto a me ma alluomo.
Lui voltò solo un poco il viso.
Per lavoro, qualche volta.
E lei si interruppe, quasi tentata di dirgli il nome. Non passa spesso dal borgo, vero?
Salii una strana tensione allinterno, pure se il riscaldamento andava. Non mi piaceva quando i passeggeri cominciavano a scavarsi lun laltro sotto i miei occhi. Soprattutto quando lo facevano così, tra giri di parole.
Ero di lì una volta rispose asciuttamente. Ci sono cresciuto.
La donna lasciò uscire un piccolo sospiro e abbassò gli occhi. Con un dito seguiva la zip della borsa, senza aprirla.
Mi rammentai il mio motto: mai metter bocca. Gli adulti sanno da sé. Ma quella regola valeva finché il silenzio restava saldo. Quando sentivo che stava per spezzarsi, toccava a me reggere.
Allombra dei pioppi, luomo tirò fuori il telefonino, lo guardò un attimo, poi lo rimise via. Gli tremavano le dita, non certo dal freddo.
Dove scende? domandai per riportare la conversazione su binari tranquilli. Al borgo ci sono diverse fermate.
Mi lasci davanti al municipio disse lui. Devo consegnare dei documenti.
La donna sollevò di scatto lo sguardo.
Davanti al municipio?
Sì questa volta lui si girò un po di più e gli vidi il profilo: naso marcato, barba di un giorno, occhi stanchi. Devo parlare del terreno.
Il terreno? la donna ripeté, ora con un filo di rabbia trattenuta.
Luomo la fissò, e nei suoi occhi colsi un riconoscimento che non era piacevole. Come scorgere una foto sconveniente appesa a una parete dove pensavi fosse sparita.
Ci conosciamo? chiese.
La donna chiuse gli occhi.
Non credo che si ricordi di me rispose. Ed è giusto così.
Stringevo il volante con forza. Non volevo essere coinvolto in quel passato, temevo che potesse diventare un dramma lì, sul sedile. Ma non potevo fermarmi: pensavo solo a mantenere la traiettoria, a non far esplodere qualcosa che non sarebbe più tornato indietro.
Mi dica luomo aveva abbassato la voce, irrigidita però. Dove
In ospedale lo interruppe la donna. Quello provinciale. Dieci anni fa.
Lui girò di scatto verso il finestrino. Gli vidi tendere la mascella.
Non ci sono mai stato.
Invece sì la voce della donna era calma, ma ogni parola era una pietra posata. Veniva da solo. Una volta sola. Poi è sparito.
Sentii dentro di me il bisogno di sussurrare basta. Ma non ne avevo il diritto. Ero solo lautista, non un giudice o un parente. Ma la responsabilità di quellabitacolo era mia.
Sta sbagliando persona disse lui.
No la donna scosse il capo. Lei si chiama Bianchi?
Fotosintesi, luomo ebbe un sussulto appena percettibile. Bastò come risposta.
Come lo sa?
Lho letto nei documenti, allora. E anche adesso
Compresi che non era un incontro casuale. Non una semplice coincidenza, ma qualcosa di più profondo. La donna sapeva chi fosse, luomo solo ora cominciava a intuire. Ripensai a certe voci sentite al bar del paese, qualche settimana prima: una questione di successioni, di qualcuno che tornava a reclamare proprietà. Non mi ero mai interessato troppo.
La strada intanto si faceva più dura, lasfalto era un patchwork. Il dialogo si faceva scattoso come i sobbalzi della macchina.
Chi è lei? chiese luomo piano.
La donna mi cercò nello specchietto; il suo sguardo chiedeva solo resistenza. Mi chiamo Giuliana disse. Allepoca ero infermiera, nel reparto pediatrico.
Lui deglutì.
E allora?
Lei veniva a trovare un bambino Giuliana disse piano, ma le sue mani tremavano. Marco. Poi ha firmato un foglio, ha rinunciato, e dopo
Non ho firmato nulla ribatté luomo secco.
Gli vidi stringere la cintura, quasi a voler spezzare tutto.
Invece sì non mollava Giuliana. Ero io con la cartelletta, col suo cognome. Lindirizzo: borgo, via dei Campi, civico
Basta disse luomo. Persino il motore sembrò urlare.
Capii che eravamo arrivati al limite. Da lì in poi non importava chi aveva ragione, solo che qualcosa si sarebbe rotto irrevocabilmente, e io cero nel mezzo.
Avevo già addocchiato, un km prima, uno slargo sotto la vecchia pensilina storta, dove si poteva accostare senza intralciare nessuno.
Mi fermo un attimo qui dissi calmo. Cè spazio.
Perché? lui si voltò duro.
Perché state parlando come se non foste più passeggeri, ma qualcosa di più fragile. E dentro questa macchina, io devo portarvi tutti vivi. Anche me.
Inserii la freccia, scivolai lento sulla ghiaia e tirai il freno a mano. Non spensi il motore: per ogni evenienza. Sentivo il ticchettio del riscaldamento.
Non vi chiedo di scendere dissi. Ma se volete discutere, meglio farlo da fermi. E ricordate: non sono un giudice. Solo un autista. Il mio compito è portarvi allarrivo.
Giuliana taceva, lui fissava la plancia quasi ci leggesse risposte.
Mi rivolsi alluomo:
Una domanda. Non ricorda davvero lospedale e quella firma, o non vuole ricordare?
Ci fu un lungo silenzio. Alla fine, sollevò lentamente le mani dallo zaino, come se finalmente mollasse dentro qualcosa.
Lospedale sì, lo ricordo. Ma non quella storia. Allora Avevo una moglie. Un parto. Le cose sono andate male. Mi dissero che il bambino che non ce laveva fatta.
Giuliana inspirò forte.
Le hanno mentito sussurrò. Non so chi, io ero solo una giovane. Ma lessi le carte.
Luomo la fissò incredulo.
Vuole dire che mio
Voglio dire che il bimbo cera ancora bisbigliava Giuliana. Poi fu dato via. Tutto lassegnamento fu strano. Cercai di capire, ma mi dissero di farmi gli affari miei. Me ne andai dallospedale dopo poco.
Rimasi fermo come una statua. Masticavo la solita rabbia per la facilità con cui le mezze verità diventano destini. Ma a quel punto era inutile arrabbiarsi.
Perché me lo sta raccontando ora? domandò lui. In una macchina.
Giuliana abbassò lo sguardo.
Perché ha fatto richiesta per il terreno spiegò. La casa su via dei Campi lì vive Marco. Ha ventanni. Per lui lei è nessuno. Ma ora che viene in municipio per la pratica, tutto riemerge. Ho letto il cognome e ho capito che solo lei può
distruggere? luomo sorrise amaro. Io neanche sapevo.
Non voglio che vi incontriate con urla nel corridoio disse lei. Ho preferito avvisare. Ci pensi bene.
Mi resi conto che quella era la tipica svolta che spacca il filo delle abitudini. Come la buca dopo il ponte: la conosci, ma un giorno ci finisci dentro.
Luomo fissava il parabrezza. Poi sussurrò:
E lui come sta?
Lavora alla falegnameria. Non beve, andava in scuola tecnica ma ha lasciato. Vive con la zia, la signora Valeria. Le vuole bene.
Vide sul suo polso la striscia chiara dellorologio, tolto da poco. Si coprì il viso.
Non posso presentarmi e dire: Ciao, sono tuo padre, ammise. Se fosse vero.
Non lo chiedo fece Giuliana. Solo non si comporti come fosse tutto questione di carte.
Sentii che era il momento di restituire loro la possibilità di scegliere, senza impormi.
Mancano quaranta minuti al quartiere dissi. Potete parlarvi ancora, scambiarvi contatti, fare ciò che volete. Ma se dovete ferirvi, io non vi porto oltre. Daccordo?
Lui annuì piano.
Anche Giuliana.
Tolsi il freno, tornai sulla statale. Il rumore delle gomme copriva i pensieri. Ma non era silenzio vuoto. Era la pausa dove, finalmente, ognuno sentiva solo sé.
Dopo qualche chilometro, luomo tirò fuori il telefono.
Ha il suo numero? chiese senza guardare.
Giuliana esitò.
Sì ma non so se sia giusto.
E io non so se ho diritto al terreno ammise lui. Facciamo così: me lo dia, scrivo solo un messaggio. Senza nome. Gli chiedo se vuole incontrarmi. Se dice no, sparisco.
Lei guardò fuori, poi prese un taccuino e penna, lo aprì su una pagina bianca, scrisse il numero e strappò il foglio con cura. Poi restò a reggerlo.
Giuri che non lo cercherà a casa?
Lo giuro.
Gli passò il foglietto. Lui lo prese con due dita e lo infilò nella zip del giubbotto. La chiuse fino in fondo.
Guardando la strada, sentii che anche il mio mestiere era cambiato: non solo portare da A a B. Ma far sì che nessuno si facesse male di corsa.
Arrivati al quartiere ci infilammo nel traffico verso il semaforo. Luomo era immobile, le spalle contratte. Giuliana leggeva le insegne, cercando un posto dove poter sparire e ricominciare solo come donna e non più come custode di verità scomode.
Qui, alla farmacia, per favore disse lei.
Misi la freccia, mi fermai. Aprì la portiera, ma prima di uscire si sporse avanti:
Non so come finirà disse alluomo. Non volevo rovinare tutto. Ma ero stanca di tacere.
Luomo la fissò.
Se sbaglia, mi rovina la vita.
Se non sbaglio, vive già in una vita rovinata senza saperlo rispose lei piano. Mi scusi.
Chiuse lo sportello e camminò spedita verso la farmacia, senza voltarsi. Solo allora ripartii.
Mi lasci al municipio disse piano luomo, quasi a ricordare a se stesso dove andava.
Sì, tranquillo risposi.
Ancora pochi incroci. Fermandomi davanti al municipio, lui non scese subito. Guardò il foglietto, poi domandò senza alzare lo sguardo:
Secondo lei dovrei farlo?
Non amavo dare consigli su queste cose, ma stavolta il silenzio sarebbe stato vigliacco.
Penso che se va lì per il terreno avrà la pratica ma perderà il sonno. Ma se va come uomo che vuole capire, magari non ottiene niente subito, ma resta uomo. Decida lei.
Lui annuì. Chiuse il biglietto nel giubbotto, poi finalmente scese.
Grazie mormorò.
Lo seguii con gli occhi. Camminava verso lingresso né svelto, né lento, come chi ha da reimparare. Sulle scale del municipio esitò, inspirò, poi entrò.
Io feci inversione e mi avviai verso lincrocio. Il mio quaderno era scivolato di lato, glielo sistemai mentre guidavo. In testa mi pesava tutto, ma senza disperazione. Sapevo che domani avrei ripreso la solita tratta. Di nuovo facce, domande, silenzi. Di nuovo la solita frase: Verso il quartiere?
Ma ora sapevo che, a volte, sullauto non salgono solo passeggeri. Salgono anni non detti di qualcuno. E la mia vera responsabilità era portare tutti a destino, senza che la verità si perdesse tra i tratti di strada dissestati o la fretta.



