Mamma, ma sei seria? Il ristorante Il Gattopardo? Ma lo sai che lì una cena sono minimo duecento euro a testa!
Riccardo mollò le chiavi sul mobiletto dellingresso, facendole sbattere contro il muro con più foga del dovuto. Elisabetta si voltò dal fornello dove stava sorvegliando il sugo e notò subito le nocche bianche della mano di suo marito, che stringeva il telefono come se volesse strozzarlo.
Per qualche istante Riccardo restò impalato a sentire sua madre, annuendo e borbottando a mezza voce, poi sbuffò e chiuse la chiamata con uno scatto.
Che è successo?
Lui crollò pesantemente sulla sedia della cucina e fissò il piatto di patate con lo sguardo spento. Elisabetta spense il fornello, si pulì le mani sul tovagliolo e si sedette di fronte.
Riccardo
Mia madre è impazzita. Proprio andata. Alzò lo sguardo, e negli occhi aveva una miscela letale di rabbia e sconforto che le strinse il cuore. Ti ricordi di quel Maurizio? Quello conosciuto a danza?
Elisabetta annuì. Sua suocera gliene aveva accennato un mese prima, arrossendo come una ragazzina e torturando lorlo della tovaglia. Era stato quasi tenero: vedova da cinque anni, cinquantotto primavere sulle spalle, una solitudine interminabile E poi, voilà: corso di ballo nella Casa della Cultura, un gentiluomo capace di farla volare nel valzer.
Ecco. Riccardo spinse via il piatto. Lha portato al Gattopardo. Tre volte in due settimane. Gli ha comprato un completo da ottocento euro. E lo scorso weekend sono stati a Orvieto indovina chi ha pagato lalbergo e pure la visita guidata?
Giovanna, ovvero tua madre.
Brava! Si passò la mano sul viso. Lei quei soldi li metteva da parte da una vita. Per la cucina nuova, per le emergenze E ora li butta via, per un tizio che conosce da neanche due mesi. Ma dai
Elisabetta restò zitta un attimo, scegliendo le parole. Sua suocera la conosceva bene: romantica alleccesso, fiduciosa da far rabbia, di quelle donne che credono alla favola dellamore fino a settantanni almeno.
Ascolta, Riccardo Posò la mano sulla sua. Giovanna è adulta. I soldi sono suoi, anche le fesserie. Lasciala vivere, ora non sente nessuno.
Ma sta sbagliando tutto!
Saranno pure errori suoi, mica tuoi. E poi, secondo me, stai un filo esagerando.
Riccardo scosse la spalla, ma la lasciò dove stava.
Non ce la faccio a guardare
Lo so, amore. Ma la sua vita è la sua vita. Tocca a lei pagarne il prezzo, anche se ci fa male. In fondo, è una persona lucida.
Con un sospiro rassegnato, Riccardo annuì.
I due mesi successivi passarono veloci. Di Maurizio nessuno parlava più: la suocera chiamava di rado, le sue risposte erano vaghe, come se volesse nascondere qualcosa. Elisabetta si convinse che la storia si fosse già sgonfiata e smise di preoccuparsi.
Così, quando la domenica sera il citofono trillò allimprovviso e sulla porta apparve Giovanna, Elisabetta non capì subito cosa stesse succedendo.
Figli miei! Cari, amore di mamma! la suocera entrò in casa come una folata di primavera, lasciando dietro di sé una scia di profumo dolce. Mi ha fatto la proposta! Guardate qui! Guardate bene!
Al dito, una fedina coi brillantini microscopici. Roba da tre euro al mercatino, ma negli occhi di Giovanna brillava come una Corona dItalia.
Ci sposiamo! Il mese prossimo! È un uomo così, così Si mise le mani sulle guance e ridacchiò come unadolescente. Non pensavo che alla mia età potesse succedere ancora
Riccardo la abbracciò, e Elisabetta notò che finalmente si rilassava un poco. Forse, si era sbagliata. Forse, Maurizio voleva davvero bene a sua suocera e avevano semplicemente esagerato con i sospetti.
Congratulazioni, mamma. sorrise Riccardo. Te lo meriti.
Ho già intestato la casa a lui! scattò Giovanna improvvisamente, e nellaria calò il gelo come nella cattedrale di Milano dinverno.
Elisabetta smise quasi di respirare. Riccardo sembrava essere andato a sbattere contro un muro invisibile.
Come dici?
Ho passato la casa su Maurizio, con un gesto teatrale della mano per fargli capire che mi fido. Lamore è fiducia, no? Così sa che non esistono dubbi tra noi!
Silenzio. Talmente fitto che si sentiva ticchettare lorologio in soggiorno.
Signora Giovanna cominciò Elisa, parola dopo parola, come se camminasse sulle uova. Lei ha intestato casa a uno appena conosciuto, pure prima del matrimonio?
E allora? increspò il mento Giovanna. Lo so che non vi fido. Voi pensate male. Ma io penso bene. E io lo amo! E lamore non si misura col tempo.
Magari aspettavate dopo le nozze, almeno?
Non capite. Giovanna strinse le braccia al petto. Cosavete mai provato voi? Io sì che so cosa vuol dire amare davvero!
Alla fine, Riccardo alzò la voce:
Mamma
Basta! Piantò il piede a terra come una bambina capricciosa. Voi mi invidiate! Invidiate la mia felicità! Per questo mi volete rovinare tutto!
Sparì giù per le scale così di corsa che sbatté pure contro lo stipite; la porta si richiuse come lo sportello della metropolitana allora di punta e i bicchieri nella credenza ancora tremavano.
** Il matrimonio fu modesto: municipio del quartiere, vestito riciclato, bouquet di tre rose striminzite. Eppure Giovanna pareva sposarsi in Vaticano. Maurizio, uomo tarchiato da sorriso untuoso e pochi capelli, si comportava da galantuomo: mani alle labbra della sposa, sedia spostata a dovere, Prosecco servito come un sommelier. Un angelo.**
Elisabetta lo osservava con un certo fastidio da dietro il bicchiere. Qualcosa non quadrava. Gli occhi. Quando Maurizio guardava Giovanna le pupille restavano fredde, da commercialista. Coccole, ma con ricevuta fiscale.
Tacque. Tanto, ormai parlare era come fare prediche a un palo della luce.
Nei primi mesi, Giovanna chiamava ogni domenica, in estasi per la vita da favola: ristoranti, teatri, Maurizio sempre prodigo di attenzioni.
Ieri mi ha portato le rose. Senza motivo! sospirava.
Riccardo ascoltava, annuiva e poi restava lì, muto, lo sguardo buttato nel vuoto. Elisabetta non diceva nulla. Solo pazienza.
Un anno scivolò via così.
Poi unaltra sera. Di nuovo il campanello.
Elisabetta aprì la porta. Stavolta faticò a riconoscere la donna davanti a lei: Giovanna invecchiata di colpo, rughe nuove, occhi infossati, spalle curve. Nella mano un trolley sformato quello delle storiche gite a Orvieto.
Mi ha cacciata, sussurrò. Ha chiesto il divorzio e mi ha buttata fuori. Ora la casa è sua. Anche le carte lo dicono.
Elisabetta si fece da parte in silenzio.
Il bollitore fischiò in quattro minuti. Giovanna si rannicchiò in poltrona, la tazza stretta tra le mani e le lacrime che scendevano piano, senza speranza.
Lho amato, lo giuro. Gli ho dato tutto. E lui lui
Elisabetta la abbracciava, aspettando che si svuotasse. Dopo unora circa Riccardo rientrò, si bloccò sulla soglia e pietrificò.
Riccardo iniziò la madre tendendo le braccia figlio mio, non ho dove andare! Almeno una cameretta, non occuperò spazio, lo prometto. I figli devono aiutare, è la legge della vita
Fermi tutti. Riccardo alzò la mano. Basta, mamma.
Non ho soldi. Li ho dati tutti a lui, proprio tutto. La pensione non basta neanche per il caffè
Te lavevo detto.
Come sarebbe?
Te lavevo detto, si lasciò cadere sul divano come se la gravità avesse improvvisamente raddoppiato di stare attenta, di conoscere bene la gente, di non intestare tutto e subito. Ti ricordi cosa dicesti?
Giovanna abbassò lo sguardo.
Che non capivamo. Che eravamo invidiosi. Lo ricordo perfettamente, mamma!
Riccardo cercò di intervenire Elisabetta, ma lui la bloccò con un cenno.
No, è giusto che ascolti. Si voltò verso la madre. Sei adulta. Hai fatto le tue scelte. Hai ignorato tutti quelli che cercavano di proteggerti. Ora pretendi che rimettiamo tutto a posto noi?
Ma sono tua madre!
Appunto! Si alzò di scatto alzando il tono. Sono stanco, mamma! Stanco di guardarti buttare tutto e poi correre a implorare aiuto!
Giovanna si accartocciò come un foglio bagnato.
Mi ha imbrogliata, figlio mio. Gli ho creduto, lho amata
Gli hai creduto così tanto da regalargli la casa che aveva comprato papà! Geniale, davvero! Complimenti, mamma.
Perdonami. Sono stata cieca. Ti giuro, mai più Dammi unaltra occasione
Gli adulti rispondono delle proprie scelte. Ora Riccardo parlava basso, teso. Volevi fare di testa tua? Ecco, adesso arrangiati. Cerca casa, trova un lavoretto, fai come vuoi.
Giovanna uscì piangendo, singhiozzando forte sulle scale condominiali.
Elisabetta passò la notte in silenzio al fianco di suo marito, tenendolo solo per mano. Riccardo non pianse; restò a guardare il soffitto, sospirando ogni tanto.
Ho fatto bene? chiese allalba, mentre fuori il cielo sbiadiva.
Sì, lo rassicurò con una carezza. Dura, brutta. Ma giusta.
La mattina dopo Riccardo chiamò la madre e le pagò sei mesi in una stanza in periferia. Lultimo aiuto concesso.
Poi ti arrangi, mamma. Noi ci saremo se devi fare causa, pagheremo le spese legali, ma qui in casa nostra non torni.
Elisabetta sentì quel discorso e pensò alla giustizia. A come, a volte, le lezioni più crude siano le sole che insegnano qualcosa. Giovanna aveva ricevuto esattamente la dose che spettava a chi si acceca per amore.
E alla fine di quel pensiero, sentiva una malinconia un po amara, ma anche una calma nuova. E in fondo, sentiva che non era una storia finita. In qualche modo, chissà come, le cose sarebbero andate al loro posto.






