Vivremo luno per laltro
Dopo la morte di mia madre, sono riuscito a riprendermi solo un po. Negli ultimi tempi era stata ricoverata allospedale di Milano, dove poi è venuta a mancare. Prima stava a casa sua, giusto accanto alla nostra qui a Monza, e io e mia moglie Vera ci alternavamo per prenderci cura di lei. Avrei voluto portarla da noi, ma mamma non ne voleva sapere.
Figlio mio, qui è morto tuo padre, e qui voglio restare anchio fino alla fine. È casa mia, mi sento più tranquilla piangeva lei, e io non volevo contraddirla.
Noi giovani avremmo avuto vita più facile portandola da noi, ma nostra figlia Chiara aveva tredici anni e non volevamo che vedesse soffrire così la nonna. Lavoravo a turni in fabbrica, Vera era maestra alle elementari. Così mamma non è mai rimasta sola, dormivamo io e Vera a turno in casa sua.
Papà, la nonna sta per morire? mi chiedeva spesso Chiara Mi dispiace tanto, nonna è sempre stata così buona con me.
Non lo so, tesoro. Ma prima o poi arriva il momento per tutti. È la vita.
Quando mamma peggiorò, la portarono in ospedale. Ho una sorella, Rita, tre anni più giovane di me: anche lei viveva a Monza, con suo figlio Antonio, che nella maggior parte dei casi era seguito dalla nonna e da Vera, mentre lei era spesso in viaggio di lavoro. Da anni divorziata, Rita si era sempre disinteressata delle condizioni della mamma, sapendo che ci pensavo io con mia moglie. Lei e io eravamo diversi come il giorno e la notte: io sempre disponibile, lei dura e polemica.
Tre giorni dopo, mamma ci lasciò allospedale. Dopo il funerale decidemmo di vendere casa sua rischiava di cadere a pezzi se trascurata. Aveva già firmato il passaggio di proprietà a mio nome; con Rita non aveva mai avuto buoni rapporti. Rita lo sapeva e non le importava.
Dopo la vendita, Vera mi ripeteva:
Giulio, i soldi che ricevi, dividili a metà con Rita.
Ma Rita ha già lappartamento lex marito le ha lasciato tutto, nonostante avrebbe potuto prendersi qualcosa anche lui. Sai bene che li sprecherà
Non importa, almeno avremo la coscienza pulita. Eviteremo discussioni inutili.
Accettai e diedi a mia sorella la sua metà. Lei, senza ringraziare, chiese soltanto:
E il resto dovè?
Il tempo passava, Chiara compiva quindici anni, ed ecco che una nuova prova colpiva la nostra famiglia: Vera si ammalò allimprovviso. Aveva già da tempo certi disturbi, ma li attribuiva alla stanchezza tipica del suo lavoro coi bambini. Finché un giorno, perdendo i sensi in cortile, fu portata in ospedale, dove le diagnosticarono un male incurabile, ormai troppo avanti.
Ma, dottore, si può fare qualcosa per mia moglie? chiesi sconvolto.
Facciamo quello che possiamo, ma è arrivata troppo tardi. Non siete riusciti a capire prima che fosse così grave?
Ma come fare a convincerla? Vera ha sempre pensato prima agli altri che a sé stessa
La riportai a casa, ormai costretta a letto. Io e Chiara ci occupavamo di lei, ma la malattia avanzava velocemente. Presi una lunga aspettativa per starle vicino e farle le iniezioni, ma quando fu necessario tornare al lavoro, Chiara dopo la scuola si prendeva cura della madre: preparava da mangiare, la lavava, si stancava moltissimo.
Un giorno venne Rita:
Giulio, si è rotta la lavatrice, me la guardi? So che te ne intendi.
Va bene, passo domani, promisi. Dopo il lavoro gliela sistemai.
Andando via, le dissi:
Rita, ogni tanto passa a dare una mano con Vera, almeno per aiutare Chiara quando io sono in turno di notte. Ha solo quindici anni; per lei è troppo pesante.
E allora? Vera aiutava con Antonio anni fa, ma erano altri tempi, ed era tutto diverso. Io le ho anche regalato un anello doro.
Che lei ti ha subito restituito.
Se non lo voleva, io mica insisto. E poi non è come badare a un bambino sano: tu mi chiedi di stare con una malata grave. No, Giulio, non fa per me.
Quella risposta fredda mi gelò il cuore.
Non chiedermi più niente, sei senza cuore, tagliai corto.
Non volli più saperne di mia sorella. Vera peggiorava di giorno in giorno. Una sera, tornato dalla fabbrica, Chiara mi corse incontro:
Papà, mamma sta malissimo, ha smesso di mangiare, non parla più, non reagisce.
Tranquilla, ce la faremo, tesoro, ti prometto che ce la faremo.
Quella stessa notte, però, Vera se ne andò. Io e Chiara piangemmo insieme. Dopo averla accompagnata nellultimo viaggio, avvertii quasi un senso di sollievo: la sofferenza era finita per lei, e anche Chiara non doveva più vederla spegnersi giorno dopo giorno. Ma sentivo un vuoto che niente avrebbe colmato: la risata di Vera, i suoi occhi, la sua cura per noi mi mancavano ogni momento.
Chiara, pur addolorata, cercava di tirarmi su di morale:
Papà, abbiamo fatto tutto ciò che potevamo. Dobbiamo accettarlo, ora mamma sta meglio. E noi dobbiamo imparare ad andare avanti. Limportante è che ci siamo luno per laltra.
Sei così matura, figlia mia, la guardai stupito questa storia ti ha fatto crescere in fretta.
Chiara cercava sempre di starmi vicino. Anche io appena terminavo in fabbrica correvo a casa. Sapevo che mi aspettava, che mi avrebbe preparato qualcosa, aveva pure imparato a cucinare. A cena ci raccontavamo le nostre giornate, cercando conforto in quei momenti semplici.
Un giorno Chiara mi disse:
Papà, oggi dopo la scuola è passata zia Rita. Appena ho aperto la porta, si è infilata dentro senza chiedere il permesso. Dice che doveva prendere la pelliccia di mamma e altre sue cose, che tu sei daccordo
Non le hai dato niente, vero?
No, non lho nemmeno fatta entrare in camera. Se nè andata arrabbiata.
Brava, non farla più entrare. In questa casa non ha nulla da prendere.
Un brutto giorno, mentre ero in fabbrica, fui colpito da un dolore fortissimo al petto. Mi mancava il respiro, tutto mi girava e svenni. Il mio collega chiamò subito lambulanza. Chiara corse in ospedale piangendo, il medico la rassicurò:
Forza, coraggio non è grave, serve solo un po di riposo: tuo padre ha avuto una crisi pre-infartuale, ma starà meglio.
Ora tutte le responsabilità pesavano su Chiara: scuola, casa, visite allospedale. Era sempre di corsa, sempre in ansia. Un giorno venne Rita e portò una torta:
Chiara, questa lho fatta per tuo padre, portagliela pure, ma non dirgli che lho preparata io, non vuole vedermi.
Grazie, zia Rita disse Chiara. Pochi minuti dopo arrivò Antonio, figlio di Rita, che spesso aiutava Chiara in casa.
Ho dimenticato le chiavi a casa, disse ma vedo che hai fatto la torta!
Macché, ha portato tutto tua madre, dice per papà. Prendine una fetta, tu hai fame dopo scuola.
Antonio accettò. Chiara lo servì anche con un po di tè e poi decisero di andare insieme in ospedale a trovarmi. Ma appena entrati, Antonio si accasciò sulle scale e svenne. Per fortuna erano già in ospedale.
Il dottore scoprì nel sangue di Antonio una sostanza velenosa.
Cosa ha mangiato oggi? domandò il medico a Chiara.
La torta che dovevamo portare a papà allospedale. Lha fatta sua mamma per lui.
Non darla assolutamente a tuo padre. La tengo io per controllarla.
Chiamarono Rita che accorse in ospedale.
Ma che è successo, Antonio? Come ti sei avvelenato così?
Ha mangiato la tua torta, zia Rita, disse Chiara, e Rita sbiancò.
Dopo poco la portarono al commissariato. Si scoprì che aveva mescolato qualcosa nella torta per farmi fuori, vendere casa mia e far vivere Chiara da sola: aveva calcolato tutto per i soldi ma non aveva pensato che suo figlio ne avrebbe mangiato una fetta.
Quando mi dimisero e tornai a casa, portai con me Chiara e Antonio per visitare Rita in caserma.
Giulio, perdonami perdonami anche tu, Antonio anche tu Chiara Ho capito cosa ho fatto, scusatemi piangeva.
Ritirai la denuncia e Rita fu liberata. Ma Antonio non poteva perdonare subito sua madre: stava spesso da me e Chiara.
Zio Giulio, non perdonerò mai mia madre per quello che ha fatto.
Antonio, i genitori non si scelgono. Ha sbagliato, ma si pente sinceramente. Tutti possiamo commettere errori. Prova a darle unaltra possibilità, sta soffrendo molto.
Col tempo le cose si sistemarono. Antonio iniziò luniversità, Chiara finiva il liceo e si preparava anche lei a studiare, ma non voleva lasciarmi solo.
Tranquilla, figlia mia, ce la farò. Vai alluniversità, tua madre avrebbe voluto vederti studiare pedagogia. Ci vedremo nei fine settimana e durante le vacanze. Limportante è che, qualsiasi cosa succeda, noi due possiamo sempre contare luno sullaltra.






