Senti, tesoro, devo dirti una cosa
Giulia già si preparava psicologicamente. Ogni volta che sua madre iniziava così, con quel seeenti trascinato, una richiesta poco piacevole era dietro langolo.
Ti ricordi di Federica, la figlia di zia Caterina? Quella mia cugina di terzo grado? Che poi sarebbe una specie di tua cugina, insomma.
Una specie Mamma, lho vista una volta sola, al funerale della nonna, dieci anni fa.
Ma che importa? Siamo famiglia. Il punto è che hanno un problema. Lei, il marito e il figlio stanno per essere sfrattati: il proprietario vende la casa in affitto. Te lo immagini?
Giulia si strofinava le tempie. Fuori la luce grigia di dicembre calava lenta, e il caffè nel bicchiere si raffreddava come la sua pazienza.
Mamma, mi dispiace, ma cosa centro io?
Ma come, Giulia! Hai un appartamento grandissimo, tre stanze, ci vivi da sola! Potrebbero fermarsi da te, giusto per uno o due mesi, finché non trovano qualcosa
No.
La risposta le uscì di getto, prima ancora di riflettere.
Come no? sua madre rimase spiazzata. Non vuoi neanche sentire la storia?
Mamma, non intendo ospitare gente che praticamente non conosco. Soprattutto con un bambino. E senza sapere per quanto tempo.
Non è indeterminato! Ti ho detto, è solo temporaneo! Massimo un paio di mesi. Il marito di Federica lavora, metteranno da parte i soldi per la caparra e se ne andranno. Giulia, il loro piccolo ha otto anni. Rischiano di restare in strada se non li aiuti.
Che affittino una stanza, vadano in un ostello, in albergo, qualcosa troveranno.
Con che soldi? Non ti rendi conto che li stanno sbattendo fuori? Sono in mezzo a una strada!
Mamma, non è un mio problema.
Sua madre scoppiò a piangere, allimprovviso. Non in modo teatrale, ma piano, con quei singhiozzi trattenuti. Giulia chiuse gli occhi.
Non ti riconosco disse sua madre tra le lacrime. Sei diventata fredda. Distanziata. La famiglia ti chiede aiuto e non ti importa niente.
Non è la mia famiglia. È la tua.
E quindi anche la tua! O hai dimenticato cosa vuol dire aiutare i propri?
Mamma, lavoro da casa. Ho bisogno di tranquillità e dello spazio mio. Non posso convivere con degli estranei.
Ma è solo per poco tempo! Ma dai, cosa ti costa? Tre stanze, Giulia, tre! Sei lì sola come uneremita e neanche un gatto ti tiene compagnia. Almeno sarebbe utile…
È utile, ci vivo io.
Che egoista mormorò sua madre, singhiozzando. Ho cresciuto unegoista, non avrei mai pensato che tu avresti rifiutato un aiuto familiare, nemmeno un tozzo di pane.
Non è una questione di pane. Io non voglio perfetti sconosciuti nella mia casa.
Giravano sempre le stesse frasi. Sua madre ripeteva sempre gli stessi argomenti, Giulia opponeva le stesse ragioni. Dopo quaranta minuti, si rese conto di aver già detto ci penso. Poi forse, in teoria, potrei provare.
Solo per un mese. Massimo due, e se le cose si complicano, se ne vanno immediatamente.
Certo, certo! Giulia, grazie! Ma davvero, non immagini quanto ti sono grata!
Sentiva salire la nausea. Non quella fisica. Quella che ti prende quando lo sai: hai appena fatto una sciocchezza gigantesca.
La mattina seguente, il campanello suonò alle sette. Giulia, mezzo addormentata e di cattivo umore, aprì e si trovò travolta da valigie, borsoni, scatoloni e schiamazzi da bambino.
Giulia! Tesoro! Federica entrò in casa con un bacio sulla guancia. Grazie, grazie, grazie! Ci hai salvato!
Dietro di lei arrivò suo marito, Paolo, in tuta, e il piccolo Lorenzo, otto anni, già impegnato a perlustrare la casa.
Paolo, porta qui la valigia grande! urlò Federica.
Giulia contò sette valigie, quattro scatole e due enormi contenitori di plastica. Uno o due mesi? Mi pare già troppo.
Sistemiamo subito tutto assicurò Federica. Vedrai, non ti accorgerai nemmeno che ci siamo.
Le prime due settimane furono caotiche ma gestibili. Giulia si rintanava in camera, lavorava con il sottofondo della tv in salotto e le corse di Lorenzo in corridoio. Cercava di convincersi che fosse sopportabile, che prima o poi finisse.
Poi Federica spostò la cucina. Così è più comoda. Paolo trasformò il balcone in angolo relax. Lorenzo ruppe la maniglia del bagno e nessuno si preoccupò di aggiustarla.
Federica, dobbiamo parlare. Siete qui quasi da un mese. Novità sulla ricerca casa?
Stiamo cercando, stiamo cercando rispose lei, senza staccare gli occhi dal cellulare. Costa tutto un occhio della testa, davvero. Ma tranquilla, troveremo presto.
Mi servono date precise.
Federica alzò uno sguardo che Giulia non riconobbe.
Giulia, ma dove dovremmo andare? In strada? Con il bambino?
Non intendo mandarvi in strada. Ma
Stiamo cercando! Federica alzò la voce. Vuoi che dormiamo alla stazione?
Si aggiunse Paolo, uscito dal salotto.
Ci sono problemi?
Giulia li guardò entrambi. Non erano più grati, non erano più impacciati.
No, nessun problema.
E si chiuse in camera.
I problemi invece cerano. E peggioravano ogni giorno. Paolo occupava il bagno al mattino, proprio quando Giulia doveva prepararsi per le videochiamate di lavoro. Federica metteva le sue cose nei ripiani alti del frigo, relegando tutto ciò che era di Giulia in basso, per comodità. Lorenzo imparò ad accendere i cartoni animati a tutto volume alle sette del mattino, anche nei weekend.
Giulia lavorava a spizzichi. Si addormentava con la tv che brontolava in salotto, si svegliava coi rumori Paolo che faceva cadere qualcosa nel corridoio.
Un giorno tornò dal supermercato e trovò la sua scrivania sommersa di giochi. Federica era seduta sulla sua poltrona, impegnata col telefono.
Ah, sei tornata. Senti, dovremmo avere una connessione internet più veloce. Questa tua va una lumaca.
Quello è il mio spazio di lavoro.
E che sarà mai? Lorenzo non sa dove giocare, la stanza è piccola.
Giulia raccolse i giocattoli, li portò in corridoio. Federica sbuffò, ma tacque.
Poco dopo arrivò la bolletta. Una stangata. Giulia la appoggiò sul tavolo, a cena.
Dobbiamo parlare di spese.
Paolo continuava a mangiare in silenzio. Federica tagliava una polpetta.
Che spese?
Le spese di casa. Siete in tre, io sono sola. Sarebbe giusto dividere almeno le bollette a metà.
Federica posò la forchetta.
Giulia, seriamente? Siamo parenti! Vuoi chiederci dei soldi?
Solo dividere le spese, è normale.
Normale? Paolo finalmente si girò. Normale è aiutare la famiglia, non fare i conti a chi sta in difficoltà.
Sono due mesi che vivete qui gratis. Usate la mia connessione. Non parlo di affitto, solo di bollette.
Sai che ti dico Federica si alzò , se hai problemi per quattro euro, dillo chiaramente. Ma non fare la benefattrice!
Giulia guardava loro andare via dalla cucina, Lorenzo che prendeva lultimo pezzo di pane, Paolo che borbottava Taccagna.
Giulia rimase lì fino a mezzanotte. Pensava. Ricordava le parole della madre sul dovere di famiglia. Si chiedeva quanti soldi aveva speso per quella ospitata indesiderata. Stimava quanto ancora avrebbe resistito.
Il mattino dopo entrò in salotto, Federica e Paolo stavano davanti alla tv.
Avete una settimana.
Federica neanche si voltò.
Cosa?
Avete una settimana per trovare casa e andarvene.
Questa volta girarono entrambi.
Sei fuori di testa? Paolo balzò in piedi. Dove dovremmo andare?
Non è affar mio. Vi ho dato due mesi. Non avete cercato casa, non avete contribuito alle spese, avete ignorato i miei spazi. Basta.
Tu chi ti credi di essere? anche Federica si alzò La regina, perché ti è capitato un appartamento?
Sono la proprietaria. E voglio che andiate via.
Chissà se tua madre sa come tratti la famiglia? Forse è il caso che la chiamiamo
Chiama.
Federica prese il telefono. Giulia rimase ferma. Poteva pure chiamare mamma, urlare, piangere, lamentarsi. Per lei era deciso.
Una settimana ripeté Giulia. Tra sette giorni, se non avete fatto le valigie, chiamo i carabinieri.
Tu ma come osi? Noi ti abbiamo aiutata!
No, avete solo vissuto qui gratis. Cè una grande differenza.
Si girò e tornò nella sua stanza. Chiuse a chiave. Si sedette sul letto e si strinse le ginocchia. Il cuore le batteva in gola, ma era stranamente calma.
Quella settimana fu infernale. Federica lasciava sporco ovunque, Paolo ruppe per sbaglio una mensola nel corridoio, Lorenzo scarabocchiava con i pennarelli sulle pareti. Giulia fotografava tutto col telefono.
Al settimo giorno, se ne andarono. Paolo trascinava le valigie bestemmiando. Federica si voltò sulla porta:
Spero che la vita ti restituisca tutto questo, con gli interessi!
Giulia chiuse la porta dietro di loro.
Fece il giro delle stanze. Sprese i segni lasciati dagli altri. Aprì le finestre per togliere la puzza dal balcone. Rimise la cucina come voleva lei.
Quella sera, la casa tornò a essere davvero sua.
Si versò un bicchiere di vino e si accomodò sul divano. Il telefono taceva la mamma probabilmente non aveva ancora smaltito le lamentele di Federica. Pazienza, sopravviverà.
La gentilezza è importante, ma se non ha confini diventa debolezza. E la debolezza attira chi ne approfitta.
Giulia si promise: mai più. Niente doveri di sangue, niente vivono solo temporaneamente. Niente estranei nella mia casa.
Finì il vino, lavò il bicchiere e andò a dormire. Finalmente, dopo mesi, nel silenzio più totale.






