Vivremo l’uno per l’altro: una storia familiare di dolore e speranza nell’Italia di oggi Dopo la perdita della madre, Egidio cerca di ricostruire la propria vita accanto alla moglie Vera e alla figlia Giulia, dividendosi tra lavoro e le cure per l’anziana madre che rifiuta di trasferirsi da loro, a due passi di casa. La sorella minore Rita, donna dura e distante, non si occupa della madre, presa dai suoi viaggi di lavoro e dai problemi con l’ex marito. Alla morte della mamma, la questione dell’eredità del vecchio casale divide i fratelli, ma con insistenza di Vera i soldi della vendita vengono spartiti. Nel frattempo Giulia cresce, arrivano nuove difficoltà: Vera si ammala gravemente e Egidio si trova, insieme alla figlia ancora adolescente, a fronteggiare la lenta agonia della moglie. Tra litigi familiari, solitudine e piccoli gesti di solidarietà, la storia si inasprisce quando Rita tenta un gesto estremo per impossessarsi della casa del fratello, mettendo a rischio anche la vita del proprio figlio Antonio. Nel dolore e nella fatica, Egidio e Giulia trovano la forza di andare avanti, promettendosi di affrontare il futuro insieme, “vivendo l’uno per l’altro”, tra rimorsi, perdono e nuovi sogni.

Vivevamo luno per laltro

Dopo la morte della madre, Ettore faticò a riprendersi. Era stata ricoverata in ospedale per qualche tempo e lì era spirata. Prima ancora, però, era rimasta a letto nella sua casa, ed Ettore, insieme alla moglie Vera, si era alternato nelle cure. Le loro case erano una accanto allaltra. Più volte Ettore aveva insistito perché la madre si trasferisse da loro, ma lei sera sempre opposta.

Figlio mio, qui è morto tuo padre, e anchio voglio finirla qui. Mi sento meglio così, piangeva lei, e lui, incrinato, non si era sentito di insistere.

Sicuramente sarebbe stato più comodo avere la madre in casa propria, ma avevano una figlia di tredici anni e non volevano che la nonna si spegnesse sotto i suoi occhi. Ettore lavorava a turni in fabbrica, Vera insegnava alle elementari. Così la madre aveva sempre qualcuno accanto di notte si davano il cambio nella sua casa.

Mamma, la nonna morirà presto? chiedeva Lucia. Mi dispiace, era così buona con noi.

Non lo so, piccola, ma prima o poi succederà a tutti. Fa parte della vita.

Quando la nonna peggiorò, la portarono allospedale. Ettore aveva una sorella, Rita, più giovane di tre anni. Rita aveva un figlio, Antonio, che spesso restava dalla nonna o con Vera mentre lei era di continuo in viaggio per lavoro, come diceva. Divorziata da tempo, non aveva voluto occuparsi della madre, sapendo che ci pensavano Ettore e Vera. Diversa dal fratello in tutto: severa, fredda, spesso litigiosa.

Dopo tre giorni lanziana madre morì. Ormai non cera più motivo per tenere la sua casa, che avrebbero lasciato marcire: decisero di venderla. Anni prima, la signora aveva donato la casa a Ettore con atto notarile, visto che con Rita non aveva più rapporti. Rita ne era ben consapevole.

Ma, una volta venduta la casa, Vera insistette con Ettore:

Appena ricevi i soldi, dividili con tua sorella. Metà per lei.

Ma Rita ha già un appartamento. Il suo ex marito le ha lasciato una bella casa, lui si è allontanato senza nulla. Sprecherà tutto, come sempre

Sì, Ettore, ma la tua coscienza sarà pulita. Altrimenti non farà altro che infamarci in giro, sia te che me.

Alla fine, Ettore cedette e diede metà dei soldi a Rita. Invece di ringraziare, lei si lamentò:

Tutto qui? E il resto dovè?

Il tempo passò. Lucia aveva ormai quindici anni, quando unaltra disgrazia colpì la famiglia: Vera si ammalò gravemente. Da tempo diceva di sentirsi stanca, ma pensava fosse solo per via del lavoro con i bambini a scuola. Un giorno perse i sensi nel cortile. Fu portata durgenza in ospedale e lì scoprirono il male terribile. Era però ormai troppo tardi.

Cè qualcosa che possiamo fare per salvarla? domandò lo sconsolato Ettore al medico, il quale scosse la testa.

Facciamo il possibile ma è arrivata troppo tardi in ospedale, anzi, non ci è venuta per scelta. Non vi eravate accorti che non stava bene?

Certo che sì, ma Vera è fatta così, vive più per gli altri che per sé stessa rispose lui, desolato.

Vera tornò a casa, ormai costretta a letto. Ettore e la figlia si presero cura di lei, ma la malattia avanzava e Vera peggiorava di giorno in giorno. Ettore imparò a farle le iniezioni, prese perfino un permesso dal lavoro per starle vicino. Ma doveva pur tornare, e allora Lucia si occupava della madre dopo la scuola: la imboccava, la lavava, faceva tutto, stancandosi molto.

Un giorno arrivò Rita.

Ettore, la lavatrice non mi va più, dai, tu sei bravo a riparare queste cose.

Va bene, passo domani, promise lui. Il giorno dopo dopo il lavoro le aggiustò la lavatrice.

Al momento di andarsene, le chiese:

Se capita, vieni qui a dare una mano con Vera, almeno per non lasciare sempre Lucia da sola con lei. Ha solo quindici anni, è dura sia fisicamente sia moralmente. A volte deve stare sveglia anche di notte con lei, quando io ho il turno. Vera ha cresciuto tuo figlio Antonio quasi fino a dieci anni, si è battuta perfino per la tua casa quando tuo marito voleva dividerla con te.

E che sarà mai, quello era secoli fa. Antonio ha ormai diciassette anni, io mi sono sposata prima di te. Sì, tua Vera mi ha aiutato, ma io ero sempre in viaggio per lavoro. Lho pure ringraziata con un anello doro.

Sì, glielhai dato e lei te lha restituito subito, felice di averlo fatto.

Beh, se non lo voleva, lho ripreso. Ma scusa, una cosa è badare a un bambino sano, unaltra è restare vicino a una morente. No, non fa per me, disse fredda, senza neanche ringraziarlo per la lavatrice.

Ettore, ascoltando queste parole, più che offendersi, la liquidò:

Non rivolgerti mai più a me. Sei senza cuore.

E non pensò più a lei. Vera si stava spegnendo in fretta. Un giorno Lucia vide il papà tornare da lavoro dalla finestra e corse ad abbracciarlo.

Papà, papà, la mamma sta malissimo, non mangia più, si è girata verso il muro senza dire niente. Ho provato a darle lacqua e le medicine, ma

Coraggio, figlia mia, ce la faremo. Insieme supereremo tutto.

Ma quella notte stessa, Vera morì. Rimasero Ettore e Lucia, soli. Ettore, pur sopraffatto dal dolore, provò quasi un senso di sollievo: almeno Vera non soffriva più, e anche sua figlia era risparmiata da ulteriori pene. Amava moltissimo sua moglie, ma la malattia crudele aveva logorato anche loro due.

Dopo il funerale, Ettore fu travolto dalla solitudine. Gli mancava il sorriso di Vera, la sua voce, quella cura che solo lei sapeva dare. I ricordi lo tormentavano. Ciò nonostante, Lucia cercava di consolare il padre:

Papà, abbiamo fatto tutto il possibile. Dobbiamo accettare che mamma non cè più, ora sta meglio, non soffre. Col tempo ci abitueremo. Limportante è che ci siamo luno per laltro.

Lucia, quanto sei cresciuta la guardava stupito. Quello che è successo con la mamma ti ha fatta maturare allimprovviso.

Lucia stava molto vicina al padre, lui correva a casa appena poteva. Sapeva che la figlia lo aspettava, cucinava talvolta per lui, poi a cena si confidavano le novità della giornata.

Un pomeriggio Lucia gli raccontò:

Papà, oggi dopo scuola è passata zia Rita.

Che voleva? chiese lui infastidito. Non farla più entrare.

Ma è entrata dietro di me, non ho fatto in tempo a chiudere la porta. Mi ha detto che doveva prendere la pelliccia di mamma e altre cose, diceva che tu eri daccordo.

Non le ho dato niente, se nè andata arrabbiata.

Non le ho mai dato il permesso, e la prossima volta chiudi bene la porta appena torni. Lei qui non deve mettere piede.

A Ettore, al lavoro, un giorno venne un dolore acutissimo al petto. Faticava a respirare; il collega chiamò subito unambulanza. Lucia accorse correndo in ospedale, dove il dottore la tranquillizzò:

Niente paura, tuo papà è cosciente, ma ha rischiato un infarto. Dovrà curarsi.

Ora tutte le responsabilità ricaddero su Lucia: padre, scuola, casa. Doveva fare tutto da sola, studiando più che poteva e correndo ogni giorno in ospedale e preparando qualcosa da portare a Ettore.

Un giorno si presentò Rita con una torta.

Lucia, ho preparato questa torta per tuo padre, come sta? Io in ospedale non entro, lo sai che non sopporta vedermi. Portagliela tu e non dirgli che lho fatta io.

Grazie, zia Rita, rispose Lucia, che la lasciò partire.

Poco dopo passò Antonio, che spesso aiutava Lucia come un fratello. Stava finendo gli studi al liceo, pronto a entrare alluniversità.

Ho dimenticato le chiavi, sono passato a prenderle. Hai fatto tu questa torta?

No, lha portata tua madre per papà, ma io ne taglio una fetta per te, così mangi qualcosa prima di andare in ospedale.

Antonio, affamato, accettò. Bevettero il tè insieme e poi decisero di andare da Ettore. Appena fuori, Antonio si sentì male: sbiancò, sudava, si aggrappò al corrimano davanti allospedale e poi svenne. Fortuna che erano già lì.

Riscontrarono del veleno nel sangue di Antonio.

Cosa avete mangiato? chiese il medico a Lucia.

La torta che abbiamo portato a mio padre. Lha fatta la mamma di Antonio.

Non dategli assolutamente quella torta. La prendo io, dobbiamo approfondire.

Chiamarono Rita, che accorse allarmata.

Dio mio, Antonio, che ti è successo? Cosa hai mangiato?

Ha assaggiato la torta che avevi portato a papà, replicò Lucia, e Rita impallidì allistante.

Dopo qualche giorno, la polizia portò via Rita. Avevano scoperto che aveva inserito una sostanza velenosa nella torta, intenzionata a far fuori il fratello per vendersi la casa: tanto, secondo lei, Lucia avrebbe poi fatto luniversità e sarebbe andata a vivere altrove. Aveva calcolato tutto, solo che non aveva pensato che la torta potesse finir nelle mani del figlio.

Quando Ettore fu dimesso, portò Lucia e Antonio da Rita per un colloquio.

Perdono, Ettore, perdonami Antonio, perdonami anche tu Lucia Ho sbagliato tutto, vi supplico singhiozzava.

Ettore ritirò la denuncia, dopo qualche tempo Rita fu liberata. Antonio, però, non riuscì a perdonarla e preferiva stare da Ettore e Lucia.

Zio Ettore, non perdonerò mai mia madre, la odio.

Antonio, i genitori non si scelgono. È vero, tua madre ha fatto una cosa orribile, ma si pente sinceramente. Può capitare a chiunque sbagliare. Dalle una possibilità, perdonala se puoista soffrendo tanto.

Poco a poco, la serenità tornò. Antonio entrò alluniversità, Lucia finì il liceo e voleva continuare gli studi, ma non voleva lasciare solo il padre.

Non preoccuparti, figlia mia, in qualche modo me la caverò. Tu devi studiare. Vivremo luno per laltra: ci vedremo nei fine settimana e durante le vacanze. La mamma desiderava più di ogni cosa che tu ti iscrivessi allistituto magistrale.

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