Voglio vivere per me stesso e dormire finalmente, disse mio marito quando uscì di casa.
Tre mesi. Questo è quanto è durato quel periodo folle. Tre mesi di notti insonni, con mio figlio Matteo che urlava così forte che i vicini bussavano al muro. Tre mesi in cui Chiara, mia moglie, vagava per la casa come uno zombie, con gli occhi rossi e le mani tremanti.
E io camminavo su e giù per lappartamento, cupo come una giornata di pioggia a Milano.
Ma ti rendi conto che al lavoro sembro uno straccione?! sbottai un giorno, fissando il mio riflesso allo specchio. Ho le borse sotto gli occhi che arrivano alle ginocchia.
Chiara taceva. Nutriva Matteo, lo cullava, di nuovo lo nutriva. Un circolo vizioso. E io, invece di sostenerla, mi lamentavo soltanto.
Senti, forse tua madre potrebbe venire a darti una mano? proposi una sera, stiracchiandomi dopo la doccia, fresco e riposato. Pensavo magari di andare una settimana dal mio amico Luca al lago.
Chiara rimase immobile col biberon in mano.
Ho bisogno di riposare, Chiara. Sul serio. Cominciai a mettere le cose nella borsa sportiva. Non dormo decentemente da settimane.
Lei dormiva? Gli occhi le si chiudevano, ma appena provava a sdraiarsi, Matteo ricominciava a piangere. E quella era la quarta volta in quella notte.
Anche io sto male, sussurrò Chiara.
Sì, ma io ho un lavoro tosto, dissi buttando nella borsa la mia camicia preferita. Ho delle responsabilità. Non posso presentarmi in ufficio con questa faccia.
Successe qualcosa di strano. Chiara mi guardò vedendoci da fuori: lei, con il grembiule stropicciato, i capelli arruffati, in braccio il figlio urlante. E io, intento a preparare la valigia, pronto a scappare.
Voglio vivere per me e dormire finalmente, borbottai senza nemmeno guardarla.
La porta sbatté.
Chiara rimase ferma in mezzo alla casa, con Matteo che piangeva, sentiva crollare tutto dentro di sé.
Passò una settimana. Poi unaltra.
Chiamai tre volte qualche domanda di circostanza. Voce distante, come se stessi parlando con una conoscente qualunque.
Torno nel weekend.
Ma non tornai.
Domani ci sarò di sicuro.
E di nuovo, niente.
Chiara cullava Matteo disperato, cambiava pannolini, preparava latte. Dormiva a malapena mezzora tra una poppata e laltra.
Tutto bene? le chiese unamica.
Sì, ottimo. Menzogna.
Perché mentiva? Cera da vergognarsi. Vergogna che il marito lavesse lasciata sola col piccolo.
Cosa poteva essere peggio? E invece, la parte più interessante arrivò al supermercato, dove incontrò una collega mia.
Ma dove si è cacciato tuo marito? le chiese Laura.
Lavora tanto.
Eh, tipico, gli uomini. Appena nascono i figli, via sempre al lavoro. Laura si avvicinò: Ma scusa, tuo marito ha spesso trasferte?
Che trasferte?
Beh, è appena stato a Torino per un seminario, mi ha fatto vedere le foto!
A Torino? Quando?
Chiara ricordò che la settimana prima non lavevo chiamata per tre giorni. Avevo detto che ero occupato.
Non ero affatto impegnato. Me la spassavo a Torino.
Sabato tornai. Col mazzo di fiori.
Scusa se sono stato via così tanto. Troppo lavoro.
Sei stato a Torino?
Rimasi fermo col mazzo in mano.
Chi te lha detto?
Non importa. Quello che importa è: perché menti?
Non mento. È solo che pensavo ti avrebbe dato fastidio sapermi via senza di te.
Senza di lei?! Lei con un neonato non sarebbe potuta andare da nessuna parte!
Igor, ho bisogno di aiuto. Capisci? Non dormo da settimane.
Prendiamo una tata.
E con che soldi? Non mi dai niente.
Ma come no? Pago lappartamento, le bollette.
E il cibo? I pannolini? Le medicine?
Silenzio. Poi:
Forse potresti tornare al lavoro almeno qualche ora. Che stai a fare tutto il giorno? Prendiamo la tata.
Come se stare a casa fosse un riposo!
In quel momento Chiara prese Matteo, mi guardò e capì: non lavevo mai amata.
Non lavrei mai amata.
Vattene.
Dove?
Via. E non tornare finché non decidi cosa vuoi davvero: la famiglia o la libertà.
Presi le chiavi e me ne andai. Per due giorni. Poi mandai un messaggio: “Sto pensando.”
Intanto Chiara restava sveglia. Era tempo di riflettere.
Per la prima volta dopo mesi era sola coi suoi pensieri.
Sua madre chiamò:
Chiara, come va? Igor non è a casa?
In trasferta.
Di nuovo una bugia.
Vuoi che passi? Ti do una mano?
Ce la faccio.
Ma sua madre arrivò comunque.
Come state qui? si guardò attorno. Dio mio, guardati Chiara!
Chiara si specchiò. Era proprio messa male.
Igor dovè?
Al lavoro.
Alle otto di sera?
Chiara zitta.
Che succede?
E lì Chiara scoppiò a piangere. Forte, come una bambina.
Se nè andato. Vuole vivere per sé.
Sua madre rimase in silenzio e poi:
Che uomo meschino. Davvero meschino.
Chiara fu sorpresa: sua madre non aveva mai detto parolacce.
Lho sempre pensato che Igor fosse debole. Ma così tanto…
Mamma, forse ho sbagliato io. Dovevo capirlo meglio?
Chiara, non ti pesa tutto questo?
Da quella semplicità Chiara comprese: aveva sempre pensato solo a me. Alla mia stanchezza, al mio comfort.
A se stessa mai.
Che devo fare?
Vivere. Senza di lui. Meglio sola che male accompagnata.
Sabato ritornai, abbronzato. Evidentemente “pensando” al lago.
Parliamo?
Sì.
Ci sedemmo al tavolo:
Chiara, capisco che è dura, ma anche per me non è una passeggiata. Possiamo metterci daccordo? Ti aiuto coi soldi, vengo a trovare Matteo. Ma per ora voglio stare per conto mio.
Quanti?
Cosa?
Soldi. Quanti?
Mah, mille euro.
Mille euro. Per un bimbo, cibo, medicine.
Igor, vattene.
Come?!
Hai sentito. Non tornare.
Ti sto proponendo una soluzione!
Soluzione? Tu vuoi la tua libertà? E io?
Dicesti la frase che chiarì tutto:
E quale libertà puoi avere tu? Sei madre!
Chiara ti guardava: ecco, il vero Igor. Un egoista immaturo che pensava fosse una condanna essere madre.
Domani chiederò gli alimenti. Un quarto dello stipendio. È la legge.
Non ne hai il coraggio!
Ce lho.
Te ne sei andato sbattendo la porta. Ma Chiara per la prima volta respirava meglio.
Matteo pianse, ma ora lei sapeva che ce lavrebbe fatta.
Passò un anno.
Provai a tornare, due volte.
Chiara, riproviamo?
È tardi.
Provai a lamentarmi, a dire che Chiara era diventata una stronza. Ma non funzionò.
Chiara trovò una tata, si assunse come infermiera.
Sul lavoro conobbe il dottor Andrea.
Hai figli?
Un maschietto.
E il padre?
Vive per sé.
Li presentò. Andrea portò una macchinina per Matteo. Giocarono e risero insieme.
Poi spesso passeggiavano tutti e tre al Parco Sempione.
Lo scoprii e chiamai:
Matteo ha solo un anno e già lo porti in giro con altri uomini!
E tu cosa volevi? Che ti aspettassi?
Ma sei madre!
Sì, sono madre. E allora?
Non chiamai più.
Andrea era diverso. Quando Matteo si ammalò, venne subito. Quando Chiara era troppo stanca, li invitava alla sua casa al lago.
Ora Matteo ha due anni. Chiama Andrea zio. Di me non si ricorda.
Io mi sono risposato. Pago gli alimenti.
Chiara non mi odia.
Ora anche lei vive per sé. E la vita è meravigliosa.




