— Zio, porta via mia sorellina piccola — non ha mangiato da tanto tempo, — si voltò all’improvviso e rimase stupito!

Zio, porta via la mia sorellina. Non ha mangiato nulla da giorni esclamò il piccolo, la voce spezzata dal rumore della via.
Per favore, zio prendi la mia sorellina. È affamata

Quel grido, flebile e disperato, trapassò il frastuono di una strada di Milano e colse alla sprovvista Luca. Lui correva anzi, sembrava volare come se un nemico invisibile gli si fosse avventato dietro. Il tempo stringeva: milioni di euro dipendevano da una decisione che doveva essere presa quel medesimo giorno in una riunione riservata. Da quando Rita, la moglie, sparì, il suo mondo si era incrinato; il lavoro era diventato lunico faro nella sua esistenza.

Eppure quella voce

Luca si voltò.

Davanti a lui stava un bambino di circa sette anni, snello e smemorato, con gli occhi pieni di lacrime. Stringeva fra le mani un minuscolo fasciolino di cui spuntava il visetto di una bambina. La piccola, avvolta in una coperta logora, singhiozzava piano, mentre il ragazzino la stringeva al petto come se fosse lunico scudo contro un mondo indifferente.

Il cuore di Luca esitò. Sapeva che non poteva perdere tempo, doveva andare avanti. Ma qualcosa nello sguardo del bambino, o nel semplice per favore, toccò una parte profonda della sua anima.

Dove è la mamma? chiese con dolcezza, sedendosi accanto al piccolo.
Ha promesso di tornare ma da due giorni non è più tornata. Io aspetto qui, sperando che ritorni il voce del bambino tremava, così come la sua mano.

Il ragazzo si chiamava Massimo, la bambina Ginevra. Erano rimasti soli, senza note né spiegazioni, solo con la speranza che il piccolo di sette anni stringeva come una canna di bambù in bilico sul mare.

Luca propose di comprare del cibo, chiamare la polizia, informare i servizi sociali. Al solo canto della parola polizia, Massimo si irrigidì e sussurrò:
Per favore, non portarci via. Porteranno via Ginevra

In quel momento Luca capì che non poteva più scappare.

Nel bar più vicino Massimo divorò avidamente, mentre Luca, con estrema cautela, nutrì Ginevra con una miscela di latte acquistata in farmacia. Qualcosa di antico, dimenticato sotto un guscio gelido, cominciò a risvegliarsi dentro di lui.

Chiamò il suo assistente:
Annulla tutti gli appuntamenti, oggi e domani.

Poco dopo arrivarono gli agenti Bianchi e Neri. Domande di routine, procedura consueta. Massimo strinse la mano di Luca con un timore quasi giudiziale:
Non ci porterete al rifugio, vero?

Luca, sorpreso da quelle parole, rispose:
Non vi lascerò. Lo giuro.

Nella stazione di polizia seguirono i soliti iter. Si unì a loro Lara Petroni, vecchia amica e assistente sociale esperta, che velocemente predispose una tutela provvisoria:
Solo finché non ritrovano la madre si ripeteva Luca a sé stesso, quasi in preghiera. Solo temporaneamente.

Portò i due bambini a casa. Lauto era silenziosa come una tomba. Massimo teneva stretta la sorellina, senza domande, sussurrandole parole dolci, quasi a cullarla.

Lappartamento di Luca li accolse con spazi ampi, tappeti morbidi e ampie finestre che offrivano una vista panoramica su tutta Milano. Per Massimo sembrava una fiaba: mai nella sua vita aveva conosciuto tanto calore e conforto.

Luca, però, era un naufrago nel mondo dei bambini: non capiva nulla di preparati per neonati, pannolini o routine quotidiane. Inciampava nei pannolini, dimenticava quando nutrire o quando mettere a letto.

Ma Massimo era lì, silenzioso, attento, teso. Lo osservava come se fosse un estraneo che poteva svanire in un attimo, ma lo aiutava, cullando la sorella, cantando ninnenanne, addormentandola con la tenerezza di chi ha già compiuto quel gesto mille volte.

Una sera Ginevra non riusciva a prendere sonno. Piangeva, si rigirava nel lettino, senza trovare una posizione comoda. Allora Massimo si avvicinò, la prese delicatamente in braccio e cominciò a cantare a bassa voce. Dopo pochi minuti la piccola dormì serena.

Sai davvero come calmarla osservò Luca, con un calore inatteso nel cuore.
Ho imparato, rispose il ragazzo, senza rabbia né lamentele, come fosse un dato di fatto.

Il telefono squillò. Lara Petroni chiamò.
Abbiamo trovato la loro madre. È viva, ma segue una riabilitazione per dipendenza da stupefacenti, una condizione delicata. Se completerà il percorso e dimostrerà di poter prendersi cura dei figli, la riporteremo a lei. Altrimenti lo Stato prenderà la tutela o tu.

Luca rimase immobile, il petto si contrasse.

Puoi formalizzare la tutela, o addirittura adottare. Se è davvero quello che desideri.

Non era certo di volersi trasformare in padre, ma sapeva di non volere perderli.

Quella sera Massimo si mise a disegnare con una matita su un angolo del salotto.
Che cosa ci succederà? chiese, senza sollevare lo sguardo dal foglio. Nella sua voce cera tutto: paura, dolore, speranza e il timore di essere di nuovo abbandonato.
Non lo so, rispose Luca onestamente, sedendosi accanto a lui. Farò tutto il possibile perché siate al sicuro.

Massimo tacquò un attimo.
Ci prenderà di nuovo? Ci porterà via da qui?

Luca lo abbracciò forte, senza parole, cercando di trasmettere con quellabbraccio che non erano più soli, che non sarebbero più stati mai lasciati.

Non vi darò via. Lo prometto. Mai.

In quel momento capì: quei due bambini non erano più un caso. Erano divenuti parte di lui.

Il mattino dopo Luca chiamò Lara Petroni:
Voglio diventare il loro tutore legale, a tutti gli effetti.

Il percorso fu arduo: controlli, colloqui, visite domiciliari, domande infinite. Luca superò tutto, perché ora aveva una vera ragione di vita: Massimo e Ginevra.

Quando la tutela provvisoria si trasformò in una vera adozione, Luca decise di trasferirsi. Acquistò una casa fuori città, con giardino, ampi spazi, canti duccelli al mattino e lodore dellerba bagnata dopo la pioggia.

Massimo fiorì. Rideva, costruiva fortini di cuscini, leggeva ad alta voce, portava disegni che appendeva orgoglioso sul frigorifero. Viveva davvero, libero dal timore.

Una sera, mentre lo metteva a letto, Luca lo avvolse con una coperta e accarezzò delicatamente i capelli. Massimo lo guardò dallalto in basso e sussurrò:
Buona notte, papà.

Luca sentì un calore profondo, gli occhi si riempirono di lacrime.
Buona notte, figlio mio.

In primavera ladozione fu ufficializzata. La firma del giudice sancì legalmente lo stato, ma nel cuore di Luca la decisione era già stata presa da tempo.

La prima parola di Ginevra, Papà!, costò più di qualsiasi affare.

Massimo fece amicizie, si iscrisse al calcio, a volte tornava a casa con una banda di ragazzi rumorosi. Luca imparò a fare le trecce, a preparare colazioni, ad ascoltare, a ridere e a sentirsi di nuovo vivo.

Non aveva mai pianificato di diventare padre, non lo aveva cercato. Ora non riusciva più a immaginare la sua vita senza di loro.

Era difficile. Era inaspettato.
Ma fu la cosa più bella che gli fosse mai capitata.

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