Una chiamata inaspettata e un errore di disattenzione.

Era una di quelle mattine in cui il telefono squilla e vorresti solo spegnere il mondo. L’ex marito, Marco De Luca, chiamava all’alba. Perché mai aveva dimenticato di metterlo in silenzio? Invece di un normale “Pronto?”, sbadigliò rumorosamente, giusto per fargli capire quanto fosse scortese. Lui si scusò a lungo, parlò del tempo, del lavoro, delle notizie in TV—tutte cose che non importavano a nessuno. Lo ascoltava senza fretta, senza rispondere. A volte annuiva, come se potesse vederla.

E forse, in un certo senso, poteva. Quindici anni di matrimonio ti danno dei poteri strani. Andò in cucina in mutandine, mise il telefono in vivavoce e lo appoggiò sul tavolo, mentre apriva il frigorifero. I ripiani bianchi e vuoti sembravano offesi dall’abbandono. Sulla porta c’era una bottiglia di vino e accanto un triangolo di formaggio industriale avvolto nella plastica.

“Come sta Annina?”

Al nome della figlia, dovette reagire: “Non le hai telefonato?”

“Sì, giovedì abbiamo chiacchierato. Dice che sta benissimo. ‘Fiorisce e profuma’, ha detto ridendo. Poi ha aggiunto che tu sparirai per una settimana, in vacanza. Diventata ricca, mamma? Dove vai? E i tuoi studenti? Li hai mandati in ferie?”

Bevve un sorso direttamente dalla bottiglia, poi avvicinò il telefono all’orecchio per nascondere il tremolio della mano quando il vetro urtò contro il bicchiere. Bevve ancora, si compose e sorrise con malizia:

“Ne ho avuto abbastanza. Ho il diritto di stare una settimana sotto le palme col mare. Non partirò subito, ho ancora un mese. Geloso?”

“Ma certo—no.” Lui entrò nel solito gioco.

“Ti porterò—niente.” Si rilassò. “Cosa volevi, comunque?”

“Mi vergogno a chiederlo, ma sono a corto. Mi presti cento euro fino a fine mese? Spese impreviste…”

“Mmm.” Tagliò un pezzo di formaggio e se lo mise in bocca come fosse caramella. “Quali spese, posso saperlo?”

“Ho conosciuto una donna. Una brava persona. Davvero speciale.”

Una gelosia assurda le serrò la gola: “Allora chiedi a lei!” Nella mente le apparve l’immagine di Marco vent’anni prima: alto, magro, con la frangia lunga di moda allora che gli divideva il viso. Sorrideva storto, mostrando un canino affilato, e accanto a lui non c’era lei, ma un’altra donna in minigonna e rossetto rosso.

“Lalla, che succede?” La sua voce era diventata quella di un tempo, calda e familiare. Le bruciarono gli occhi, stava per piangere.

“Niente. Non ho dormito. Scusa. Adesso ti faccio il bonifico. Buona giornata.”

Mentre digitava nell’app della banca, arrivò un messaggio da Carlo: “Buongiorno, cara! Che giornata splendida. Ti va un picnic al lago? Posso passare a prenderti alle 15.”

“Anche tu?! Lasciatemi in pace!” La rabbia le strappò lacrime stupide. Versò finalmente il vino nel bicchiere, bevve, masticò il formaggio. Davanti allo specchio nell’ingresso, passò una mano sulla pelle bianca accanto al pizzo nero del reggiseno, evitando di toccare quel nodulino minuscolo, più grande di un brufolo, nell’inguine, proprio dove ci si rade senza guardare. Era ancora lì. Poi la doccia, strofinandosi con rabbia finché non divenne rossa, shampoo due volte, maschera, cerotti, phon. Accese il laptop. Arrivarono notifiche dai social. Indossò una maglietta.

Aprì il primo messaggio a caso: “Buongiorno! Vorrei imparare il tedesco da zero. Ha ancora posti? Come si paga?”

Le mani sapevano già cosa scrivere. La routine la rafforzava. Mentre rispondeva, cliccò per sbaglio sulla foto del profilo e vide la stanchezza e la solitudine negli occhi di quell’uomo. Un vuoto allo stomaco.

“Quante lezioni a settimana vuole fare? E la avverto che dalla prima alla decima lezione non ci sarò. Forse mai più, perché morirò.” Scrisse e cancellò, lasciando solo “non ci sarò”.

Lui rispose subito: “Tre volte a settimana. Sono flessibile con gli orari. Lavoro da casa e posso adattarmi.”

“Oggi alle cinque?”

“Perfetto.”

Annina chiamò quando la zuppa cinese era quasi finita. Una volta la chiamavano “la cura per i postumi della sbornia”.

“Mamma, come stai?”

“Benissimo. Sto mangiando. Mi stai distraendo.” Brontolava per la paura.

“Andiamo in spiaggia. Papà mi ha chiamato. Gli sei sembrata strana…” Nello sfondo, il rumore di un’altra città, macchine, un’ansia sottile.

“Gli sono sembrata strana da cinque anni.”

“Se fai ironia, allora va tutto bene. Non mi sbaglio, vero?”

“Tesoro, come stai tu? Mi manchi.”

“Anche a me!”

Chiacchierarono del nulla. Insieme al telefono, raggiunsero gli amici, presero la metro verso Ostia, cercarono un lettino. Il sole romano, il suono delle onde. Il mare cancellava tutto il male. Riagganciarono e ognuna andò per la sua strada. Una avanti, l’altra sull’orlo. Ma con il ricordo di quel momento spensierato. Larissa guardò l’orologio. Quasi le cinque. Era ancora lì, dorata e luminosa, accanto a sua figlia. Accese il computer e, come un tuffo nell’acqua gelida, entrò nella videochiamata con il nuovo studente, quello che aveva detto di essere “flessibile”.

Gli occhi. Fu la prima immersione. Dentro di sé! Fino a rivoltarle le viscere, fino al dolore, allo spasimo. Rimase stordita. Balbettò qualcosa sulla grammatica tedesca e si scusò, senza sapere perché. Aveva paura di alzare lo sguardo, ma non riusciva a distoglierlo. Quando i quarantacinque minuti finirono, si lasciò cadere sulla sedia e finalmente scoppiò in lacrime. Chiamò l’amica:

“Senza prediche, mi sono innamorata.”

“Ooh! E chi è? E Carlo?”

“Katy! Carlo cosa? È che…” Si rese conto di non sapere neanche il nome di quell’uomo. Forse lo aveva detto, ma non l’aveva sentito. C’erano solo quegli occhi.

“Di chi ti sei innamorata, allora?” Disse Katy, spietata.

“L’ho conosciuto oggi. Studia tedesco con me. Non provavo nulla da così tanto tempo. Pensavo di non poter più sentire così, e invece…” Parlava a scatti, sperando che capisse. E Katy, madre affaccendata di una famiglia numerosa, sposata una volta per sempre, rispose:

“Esco un attimo sul balcone.” Si sentì il tiro di sigaretta. “Sono felice per te! Davvero, Lalla! Dopo il divorzio, e poi quando Annina è partita, mi preoccupavo per te. Sembravi un robot. Non uscivi mai. Pensavo che Carlo potesse aiutarti. È un uomo decente, no? Ma solo ‘per la salute’, giusto?”

“Giusto.” Dentro di lei ribolliva una felicità irrazionale.

“Adesso hai una voce diversa. Me lo presenti?” Katy, senza volerlo, aveva rotto l’incantesimo.

“Oops, mi chiamano. Ci sentiamo dopo!” Larissa chiuse la chiamata. Si mise a pulFissò gli occhi di Marco, e per la prima volta in anni si sentì viva, anche se sapeva che tutto sarebbe presto finito.

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