Due linee rosa sul test erano il suo lasciapassare per una nuova vita e il biglietto dingresso allinferno per la sua migliore amica. Si è sposata tra gli applausi degli ipocriti, ma il finale di questa storia lo ha scritto proprio colui che tutti consideravano solo una pedina ingenua.
Quel pomeriggio, un venticello autunnale faceva danzare le prime foglie secche sui marciapiedi di Torino. Lho accompagnata idealmente fino alle porte vetrate del Caffè delle Spezie, dove lei esitò un istante prima di varcarle. Allinterno cera un calore avvolgente, imbevuto di profumo di caffè appena macinato, vaniglia e croissant alla crema. Lo sguardo lievemente confuso di Giulia percorse il locale, afferrando qua e là volti amici, finché non incrociò quello che cercava: il tavolino dangolo vicino alla finestra, immerso in una luce tiepida e lattiginosa. Ad aspettarla, in silenzio davanti a una tazzina di porcellana azzurra, cera Vittoria. Con una mano, le fece un cenno velato di timidezza, e Giulia avanzò, dapprima tentennante, poi sempre più decisa.
Ciao tesoro, perdonami per il ritardo… Oggi pare che i torinesi abbiano deciso di bloccare tutta la città, il traffico era ingestibile, disse Giulia, cercando di mantenere la voce bassa, ma vibrante di una tensione speciale.
Vittoria si staccò dalla sua contemplazione malinconica della strada e sorrise, un sorriso che aveva dentro la gioia dellincontro e unombra di rimprovero svanita subito nella tenerezza.
Sei in ritardo perfetto per un buon espresso, niente di più. Spinse la tazza come a sottolineare che aveva sfruttato lattesa per riflettere. Ma ora racconta: che cosa è successo, così importante da anticipare persino la nostra serata di cinema? Dovevamo perderci nel nuovo film che promette meraviglie ridere, rilassarci!
Il film può aspettare, stasera cè qualcosa di speciale. Ho una grande notizia una notizia che cambierà tutto. Giulia sorrise, il volto acceso da una felicità profonda, tanto da illuminare langolo dove erano sedute.
Davvero? Di che si tratta?
Stamattina siamo andati in Municipio abbiamo presentato la richiesta ufficiale per sposarci. La cerimonia è fissata tra un mese.
In Municipio? Vittoria spalancò gli occhi. Ma siete sicuri di questa fretta? Avete pensato a tutto?
Sono due anni che stiamo insieme, è la decisione più sensata che abbia mai preso. Non vogliamo niente di enorme, solo una festa intima con le persone essenziali, una cena in trattoria e poi, forse, qualche giorno fuori città, se me lo permetterà la salute.
Perché così in fretta? Avresti potuto organizzare con calma
Aspetto un bambino. Le parole uscirono leggere come piume, ma restarono sospese nellaria, cariche di presagi. Giulia si sporse sorridendo, accarezzando il ventre ancora piatto. Avrei fatto tutto anche senza cerimonie, ma lui insiste: vuole le foto, vuole festeggiare davvero. Dopo, magari viaggeremo.
Vittoria restò immobile, lo sguardo vuoto, le dita aggrappate alla tazzina. Sei qui con me o no? Giulia la richiamò, quasi divertita, ma sotto lo scherzo un filo dansia.
Sì sì, ci sarò, rispose Vittoria, con voce fievole, come venisse da molto lontano.
Che succede, amica mia? Sei pallida vuoi che ti accompagni a casa?
Meglio di no. Passo da mamma, abita qui vicino, mi aiuterà a ristabilirmi.
Ci vediamo domani?
Certo
Guardai Vittoria dissolversi nelluscita, le dita di Giulia si posarono istintivamente sul ventre. E improvvisamente comprese quanto era stata cieca: Vittoria aveva sofferto, solo tre mesi prima, una rottura dolorosa con il suo fidanzato, i dettagli mai raccontati e da allora uno strato di tristezza era incollato ai suoi occhi. Giulia si era accecata dalla propria felicità. Sentendosi in colpa, uscì dal bar, sentendosi inadeguata e sola.
Intanto, Vittoria percorse la città in taxi, il cuore rimbombava in gola. Salì di corsa le scale del vecchio palazzo dove abitava Marco. Bussò con insistenza finché lui aprì.
Che vuoi? domandò, visibilmente infastidito.
Dobbiamo parlare. Senza attendere, superò la soglia, respirando il misto di dopobarba e stanchezza nella casa.
Di che vuoi parlare?
Di noi. Di te e di Giulia. È vero che vi sposate? E che aspetta un figlio?
Sì, è vero.
E io? Che sarà di me? tremò la sua voce.
Non ti ho mai promesso nulla. Sei stata tu ad accettare tutto questo.
Davvero non capisci chi sei?
Chi sarei, secondo te?
Un codardo! Lo disse piano, ma con gelida rabbia.
E tu pensi di essere migliore? Sei andata a letto con il fidanzato della tua migliore amica. Chi è peggio, noi due?
Io sono quella che porta in grembo tuo figlio Sono già alla settima settimana.
Marco la fissò, scettico, poi rapidamente calcolò. Non ci credo. Sei bugiarda.
Andiamo domani dal medico. Potrai vedere e sentire tutto. È tuo figlio.
Lui alzò le mani come in segno di resa finta. Risolvi la questione come credi. Ti aiuterò economicamente. Ma non pensare che mi sposi te dopo questa storia.
A quel punto, Vittoria lo schiaffeggiò duramente e scappò giù per le scale, urlando che avrebbe rovinato tutto. Marco rise cinicamente, chiudendo la porta con noncuranza.
Vittoria si rifugiò su una panchina del vecchio cortile, finalmente lasciando le lacrime sgorgare. Amava ancora Giulia, la sua amica di sempre. Amava anche Marco, anche se ora lo detestava E ora, la nuova vita dentro di lei. Sentiva che la felicità di una distruggeva laltra. Alla fine si impose: avrebbe detto tutta la verità. Avrebbe lasciato a Giulia la scelta, ma non avrebbe vissuto portando quel peso da sola.
Ciao, Giulia le aprì la porta, sorpresa. Ma dovevi aspettarmi domani. Come stai?
Devo parlarti. Ora. È urgente.
Entra, stavo preparando del nuovo tè ai fiori
No, grazie. Vittoria si lasciò cadere in poltrona, le dita intrecciate. Lottava tra il desiderio di tirarsi indietro e quello di confessare tutto. Sapeva che dopo non ci sarebbe stato ritorno.
Dimmi, che succede? Puoi fidarti di me.
È la colpa. È insopportabile. Non puoi legarti a Marco. Non ti ama davvero: vuole solo la posizione accanto a tuo padre. Ama solo se stesso.
Ma cosa dici? È sempre stato con me!
Cè unaltra. Anche lei aspetta un figlio da lui.
Giulia impallidì. Chi? Tu la conosci?
Sono io. Vittoria cominciò a raccontare: sotto un acquazzone laveva aiutata, finito in casa sua per un caffè e tutto era cambiato. Il suo ragazzo se nera andato, aveva colto loro insieme. Dopo, poche volte di nascosto. Marco aveva sempre rinviato, dicendo che avrebbe spiegato tutto appena pronto, soprattutto dopo che il padre di Giulia gli aveva offerto il lavoro.
E ora sei incinta e anchio. Siamo rimaste vittime dello stesso uomo.
Giulia scivolò a terra, avvolgendo le gambe tra le braccia. Piangeva in silenzio.
Vittoria si alzò piano, le diede un ultimo sguardo e uscì.
Giulia rimase così fino allarrivo di Marco.
Amore, che fai lì per terra? Vuoi che chiami il medico? Si chinò, ma venne respinto.
Non è più affar tuo. Sparisci.
Non me ne vado finché non mi spieghi!
Giulia è stata qui. Mi ha raccontato tutto. Domani andiamo in Municipio e ritiriamo la richiesta di matrimonio.
Di che sta parlando? Non ha senso!
Tra lacrime e singhiozzi, Giulia gli snocciolò ogni dettaglio.
Marco cercò di consolarla, sedendola sul divano, avvolgendola nel plaid. Non cè stata nessuna infedeltà. Giulia mi ha perseguitato per mesi, era gelosa e vendicativa. Io sono qui solo per te, non voglio il posto di lavoro. Se vuoi mi dimetto subito.
Giulia lo osservava, cercava la menzogna dietro i suoi occhi. Ma vi vedeva solo dolore e rabbia. Vera fiducia o ingenuità? La sua amica era cambiata, certo. Forse era possibile credere a Marco.
Che faccio, resto o vado?
Resta, rispose alla fine.
Quando Marco andò in bagno, Giulia prese il suo telefono. Cercava prove, ma non trovò nulla: solo messaggi con lei, qualche mail di lavoro. Si vergognò, ma fu sollevata. Poi, Marco, sotto la doccia, si rallegrava: aveva cancellato tutto, bloccato Vittoria, lasciando il cellulare ben in vista: aveva previsto la sua diffidenza.
Al matrimonio, Marco era raggiante, ma Giulia sorrideva appena. Sognava la presenza di Vittoria, una che reggeva il bouquet, una confidente. Allultimo, Giulia tentò di chiamarla: niente, il numero bloccato. Il giorno del matrimonio, lunico segnale fu la segreteria automatica.
Vittoria, invece, era seduta sulla panchina davanti al Comune di Torino. Vide le auto decorate, la gente felice, ma non ebbe il coraggio di fermare il tutto. Se ne andò piano, con la sua sofferenza, senza voltarsi.
Passarono sei anni.
Giulia crebbe suo figlio, Leonardo, e si dedicò alla beneficenza; donava spesso allospedale pediatrico di Candiolo. Partita da una piccola sartoria, aveva messo in piedi una vera impresa: tre laboratori di cucito e due lavanderie di lusso. Era economicamente indipendente, mentre Marco era diventato il braccio destro di suo padre, il signor Vittorio. Tutti dicevano che, prima o poi, lazienda sarebbe passata a Giulia, ma lei non amava il grande businesse quindi la gestione restava a Marco.
Un giorno, il padre arrivò sconvolto.
Giulia, dovè Marco? Doveva venire con me a Milano per la trattativa!
Che succede? Ha annullato tutto?
La trattativa è saltata. E ho prove che è stato lui a sabotarla. Solo lui aveva accesso ai dati riservati i fondi sono scomparsi. Una somma enorme, euro su euro volatilizzati.
Giulia compose il numero. Solo segnale di linea.
Papà, impossibile Marco non avrebbe mai rovinato la reputazione dellazienda! È il padre di Leonardo!
Vinciamo il tempo col nipotino. Il nonno giocò col bambino, promettendo la nave modellino.
Più tardi, il telefono di Vittorio squillò e il suo volto divenne di pietra: «Va bene, fate il necessario». Poi, dolore al petto: infarto. Dopo ore in ospedale, si riprese, ma appena tornato a casa Giulia corse da Antonino, il vice.
Antonino, cosè successo davvero?
Lazienda è a rischio. La concorrenza ha avuto accesso ai nostri segreti, e solo Marco e tuo padre potevano saperli. Inoltre, soldi spariti. È stata presentata denuncia. Speriamo di bloccare i fondi prima che li trasferisca.
Giulia tornò a casa tra nebbia e paure. Non voleva crederci, pensava al Marco di sempre. Vide una busta bianca nella cassetta della posta. Aprì tremando. Era una lettera firmata da Marco.
«Se stai leggendo queste righe, sono già sotto il sole di unisola caraibica, con una nuova identità e una vita nuova. Ho preso solo ciò che mi spettava: i soldi, ciò che mi sono guadagnato recitando per anni la parte del marito modello e del genero devoto. Ora sono libero. Nel plico trovi anche la mia richiesta di divorzio. Non cercarmi: non serve a nulla. Addio.»
Lodio la invase calda, bruciando ogni ricordo. Sette anni di illusione, una scenografia perfetta. Si rifugiò nel lavoro, ma Leonardo continuava a domandare:
Mamma, quando torna papà?
Non tornerà presto, amore. E quella risposta divenne il suo mantra.
Il tempo passò. Vittorio tornò in forze, recuperò lazienda pezzo per pezzo. Giulia proseguì con la beneficenza. Un giorno, in fondazione, il responsabile le sottopose un caso urgente: un bambino, Niccolò, bisognoso di cure oncologiche. La richiesta economica non era enorme, ma immediata.
Giulia vide la sua foto: il piccolo Niccolò somigliava tantissimo a Leonardostessi occhi, stessi lineamenti. Il nome della madre la fece sussultare: Caterina. Lavorava come aiuto in una clinica. Giulia la raggiunse lì.
Davanti alla reception la vide: Caterina era magra, stanca, ma i tratti familiari si scorgevano. Sei tu Vittoria.
Sì, Giulia.
Raccontami tutto.
Dopo la nostra conversazione sono tornata a vivere con mia madre. Quando ho scoperto la gravidanza, non aveva soldi, mio padre è morto, mamma ha preso a bere. Ho chiesto aiuto a Marco, lui mi ha insultata e abbandonata. Non sono mai tornata da te. Ho cresciuto Niccolò da sola, con solo mia zia al fianco. Ho conosciuto qualcuno, ma appena è arrivato linfausto verdetto, lui se nè andato. Ho cercato aiuto in questa clinica, lavoro qui, spero nel miracolo della fondazione. So che sto pagando le mie colpe. Ma perché mio figlio deve pagare?
Ti perdono. Avrei dovuto crederti, non a Marco. Era vero: voleva solo la posizione. Ora, se posso ti aiuterò.
Siete ancora insieme?
No. Se nè andato Ti capisco, anchio ho vissuto nel cristallo delle illusioni.
Anchio lho amato, solo finché non mi ha respinta. Ti chiedo scusa.
Da oggi, queste ferite saranno ricordima non barriere. Vieni da me domani.
E così fu. Giulia tornò il giorno dopo, anche con aiuti concreti.
Sei mesi dopo, nel parco del Valentino, Giulia e Vittoria camminavano fianco a fianco, mentre Leonardo e Niccolò correvano tra foglie dorate. Era la rinascita.
Vittoria, grazie a te Niccolò è guarito. Ora serve solo il futuro.
Giulia, mi hai dato lavoro nella nuova sartoria. Ho finalmente una direzione.
Si abbracciarono. Leonardo, curioso, domandò: Se Niccolò è mio fratellino, voi siete sorelle?
Siamo amiche anzi, quasi sorelle, sorrise Giulia, carezzandolo.
La loro amicizia, spezzata e poi ricomposta, era più preziosa: come porcellana riparata con oro. Ognuna trovò la felicità che aveva meritato, non quella sciocca e illusa, ma quella lenta, sofferta, vera.
Marco fu arrestato quando rientrò in Italia per aiutare la sorella malata. I documenti falsi non bastarono: il tribunale fu inflessibile e gli impose anche un debito enorme, che dovette restituire a rate dal carcere. Rimase freddo e calcolatore, incapace di pentirsi davvero. Semplicemente pensava di aver perso la partita.
Le due donne, invece, tenendo per mano i figli, avanzarono nel tempo. Seppero riconoscere la felicità autentica dalla falsa, e ne trassero la bellezza profonda della vita che germina anche tra crepe, come le violette sotto la neve. Da quella storia straziata è nata una nuova identità: la forza di amicizie risorte e la dignità silenziosa dei giorni che nessun tradimento potrà rubare.
Il mio insegnamento? Nella vita, nessuna gioia è completa senza la comprensione del dolore. Solo chi impara a perdonare e ricostruire può davvero essere felicenon perfetto, ma autentico. E su quelle crepe, a volte, sbocciano i fiori più preziosi.






