Diario personale 12 aprile
Non lavrei mai immaginato, eppure è successo: ieri, durante la cena, Paolo mi ha guardata appena, senza nemmeno sollevare il viso dalla ciotola di minestrone. Con la solita nonchalance, quella che usa per chiedere se preferisco pane bianco o integrale, se nè uscito con: Sai, Caterina, credo che ci siamo un po persi. La quotidianità ci ha schiacciati. Ho pensato… ci farebbe bene vivere separati per un po.
Ho sentito il cucchiaio tremare nella mia mano e il brodo caldo colare sul polso. Ma non sentivo dolore, solo un vuoto nelle orecchie, come se accanto a me avessero acceso un aspirapolvere. Cosa significa separati? ho chiesto con una voce stranamente piatta, poggiando il mestolo nella pentola, sperando di non lasciarlo cadere.
Paolo ha sospirato. Non è una trasferta per lavoro… Parlo proprio di una pausa. Di capire se ci manca ancora quella scintilla. Torno a casa e mi sento soffocare. Lavoro, cena, televisione, letto. Voglio scoprire se mi manchi davvero, o se ormai è tutto solo una vecchia abitudine.
Mi sono seduta di fronte a lui, incredula. Ventanni di matrimonio. Due figli, universitari, ormai fuori. Il mutuo pagato, la casa ristrutturata insieme. E adesso… soffocato? E dove pensi di andare? sono riuscita a domandare, appena un filo di voce.
Ho già preso uno studio in affitto, vicino allufficio. Così evito il traffico. Sto mettendo insieme le cose, sono nella camera da letto.
Era tutto pianificato. Mentre io sceglievo dei bulbi da piantare al lago, mentre gli compravo un maglione per linverno, lui cercava casa. Firmava contratti, pagava anticipi. E taceva.
E il mio parere? Non riuscivo a riconoscere in quelluomo seduto davanti a me lo stesso ragazzo che avevo sposato. Avevo davanti un estraneo, stempiato e con lo sguardo sfuggente.
Dai Caterina, non fare una tragedia, ha detto lui, posando il cucchiaio. Non ti sto chiedendo il divorzio. Solo una pausa. Succede a tanti, dicono anche gli psicologi. Magari capiamo che non possiamo stare lontani. O forse… almeno saremo sinceri se ci lasciamo.
Si è alzato, ha preso la giacca e, con fare solenne e un po impacciato, ha dichiarato: Per favore, non chiamarmi per un po. Facciamo un mese di silenzio, per non rovinare lesperimento.
E se si rompe un tubo? ho balbettato.
Chiamerai lidraulico. Sei una donna adulta, puoi farcela. Tengo le chiavi, caso mai dovessi passare a prendere qualcosa. E se nè andato, chiudendo la porta dietro di sé. Quellappartamento era diventato di colpo enorme e assurdamente silenzioso.
Per tre giorni ho fatto fatica ad alzarmi dal letto. Solo un bicchiere dacqua, il bagno, nientaltro. Ripensavo agli ultimi mesi, cercando di capire dove avessi sbagliato. Forse troppe lamentele per i calzini in giro? Forse sono ingrassata? Forse sono noiosa?
Al quarto giorno è arrivata mia sorella, Francesca. Ha scardinato la porta con buste della spesa e una bottiglia di Chianti. Vedendomi, disfatta e con i capelli raccolti a caso, ha solo scosso la testa: No, così non va. Su dai, vai a fare una doccia. Io preparo un po di formaggio.
Unora dopo, in cucina, le ho raccontato tutto. Francesca ha ascoltato attenta, occhi stretti. Una verifica dei sentimenti, eh? Gli manca laria, sì, sì, ho capito… Caterina, sei un asso coi numeri, ma non ti accorgi che lui ha unaltra? È la scusa più vecchia del mondo. Prima affitta uno studio, tiene le chiavi, non vuole telefonate… Altro che pausa: vuole provare a vivere con lei, ma tenendo la porta di servizio spalancata. Se non gli piace torna qui, come nuovo innamorato. Se va bene, chiede il divorzio.
Allinizio ho protestato. Paolo ha cinquantanni, la sciatica, il reflusso. Chi lo vuole? Francesca ha riso amaro: Lamore non sente né acciacchi né età. E improvvisamente tutto sembrava tornare: la password cambiata sul telefono, le presunte riunioni, la camicia nuova.
E io cosa devo fare? ho chiesto, sentendo salire la rabbia sopra il dolore.
Devi vivere! Vai dal parrucchiere, regalati qualcosa. Non aspettare la sua chiamata. Lappartamento di chi è?
Mio. Di famiglia. Lui è ancora registrato da sua madre, non abbiamo mai sistemato le carte…
Allora fatti valere. Smettila di piangere. Lui pensa che tu stia qui ad aspettare come una novella Penelope. Sorpresa, cara mia.
Quando Francesca se nè andata, sono rimasta a lungo sveglia. In bagno ho trovato il suo dopobarba e, in preda a una strana energia, lho buttato nel cestino. È stato come rompere una diga.
Le settimane successive sono state strane. Sono tornata in ufficio. Colleghi e colleghe hanno notato che ero dimagrita e un po svanita, ma hanno dato la colpa allo stress. Intanto, ho scoperto che senza Paolo casa era più ordinata. Niente briciole ovunque, niente jeans buttati sulla sedia. Il frigorifero si svuotava pian piano. Non dovevo cucinare ogni sera: insalate leggere bastavano. Le serate erano totalmente mie. Ho ritirato fuori i ferri da maglia e ho ricominciato a fare sciarpe davanti alle fiction in TV.
La solitudine è diventata dolce e curativa. Nessuno che mugugnava sulla politica, nessuno che cambiava canale durante i miei film.
Ma linquietudine restava. Forse Francesca esagerava? Forse davvero Paolo stava solo riflettendo.
Un venerdì sera, tornando dallufficio, sono entrata al centro commerciale per comprare altro filo di lana. Sullescalator mi si è gelato il sangue: Paolo era lì, davanti alla vetrina di una gioielleria. Al suo fianco una ragazza, trentaquattrenne forse, col cappotto color ciliegia e una risata che si spargeva ovunque. Paolo le sorrideva come ventanni fa sorrideva a me. Le accarezzava la vita, indicava un braccialetto, sussurrava qualcosa tra una risata e laltra.
Mi sono nascosta dietro un signore e sono scappata allauto. Non ho urlato, non lho inseguito. Sono tornata a casa e ho fatto lunica cosa sensata.
Ho preso dalla cassaforte il rogito dellappartamento, latto di donazione da mia mamma, il certificato di proprietà. Paolo non risultava mai come residente, lo aveva sempre rimandato. Ho trovato online un fabbro specializzato in sostituzione serrature.
Pronto, chiamo per cambiare la serratura durgenza, porta blindata. Ho tutti i documenti. Quando potete venire? In unora. Perfetto.
Il fabbro, accento lombardo e dita enormi, si è presentato rapidissimo. Che tipo di serratura vuole, signora?
La migliore. Voglio essere sicura che nessuno possa aprirla se non ha le nuove chiavi.
Va bene, mettiamo una Cisa di ultima generazione. Nemmeno i ladri professionisti la aprono in pochi minuti.
Il suono del trapano mi sembrava una sinfonia. I trucioli della vecchia serratura che cadevano a terra, era come liberarsi da tutto il dolore accumulato.
Quando il fabbro mi ha lasciato i nuovi, lucenti mazzi di chiavi, li ho fatti scattare uno dopo laltro. Quattro mandate. Quattro mura per me, finalmente.
Ho raccolto tutte le cose di Paolo: giacconi, scarpe, canne da pesca dal balcone, attrezzi. Tutto in grandi sacchi neri. Cinque sacchi pieni messi fuori, nellandrone.
È passata una settimana. Paolo non si è fatto vivo. Forse tra lui e la nuova fiamma la verifica dei sentimenti è andata oltre le aspettative. Io ho formalizzato la richiesta di separazione tramite il Tribunale. Una volta aperto il sito, è stato più facile di quanto pensassi.
La mattina del sabato ha suonato il campanello con insistenza. Mi sono avvicinata allo spioncino. Paolo, leggermente trasandato, teneva in una mano una busta di generi alimentari, nellaltra un mazzo di garofani.
Non ho aperto. Ho poggiato la fronte al freddo della porta.
Paolo ci ha messo un po prima di accorgersi che la chiave non entrava nella nuova serratura. Ho sentito il metallo stridere contro il metallo, qualche colpo frustrato.
Caterina! Sei in casa? Che succede alla serratura?
Silenzio.
Caterina, apri. Sto qua con i fiori! Abbiamo detto un mese, ma io sono tornato prima! Mi sei mancata!
Ho inspirato, poi ho detto chiaro: Le tue cose sono nei sacchi a sinistra. Prendile e vai via.
Lui sarà rimasto di sasso. Poi grande trambusto, ha trovato i sacchi.
Sei impazzita? Apri subito! Sono tuo marito! Ho diritto ad entrare!
Non è casa tua, Paolo. Non sei nemmeno residente qui. Volevi stare da solo? Va bene. Resta solo. Per sempre.
Cosa? Hai cambiato la serratura? Ma come hai osato? Chiamo i carabinieri! I pompieri! Ti faccio aprire la porta con la sega!
Fallo pure. Vediamo cosa ti dicono quando mostro loro il mio certificato di proprietà e gli spiego che ti sei trasferito con unaltra dopo ventanni di matrimonio.
Quale altra? Sei fuori testa! Ho vissuto da solo!
Vi ho visti, tu e lei, in gioielleria. Cappotto rosso. Basta bugie. Il tuo esperimento è finito, risultato negativo.
Dietro la porta sono cominciate le urla, i pugni, i calci. Ha lanciato i fiori sullo zerbino, frugato nervosamente nei sacchi. Alla fine, se nè andato, sbattendo il portone e insultando a denti stretti. Poi subito silenzio.
Mi sono lasciata scivolare a terra, esausta. Le lacrime erano di sollievo, non più di dolore. Mi sono lavata il viso, mi sono guardata allo specchio. Stanca, ma con il mento alto.
Ho mandato a Francesca un messaggio: È venuto, ha preso le sue cose. Le nuove serrature sono eccezionali.
Risposta immediata: Grande! Stasera porto la torta. Da domani si ricomincia!
Sono andata in cucina a preparare il tè. Attraverso lo spioncino ho visto i garofani caduti: lui, per ventanni, non aveva nemmeno mai ricordato che io adoro i tulipani, non i garofani.
Un mese dopo, il giudice ci ha separati. Nessuna causa: i figli erano già grandi, la divisione dei beni rapida. Abbiamo venduto la casa al lago e diviso limporto. Paolo si è tenuto lauto mi ha liquidata con diecimila euro che ho speso subito per la mia prima vacanza da sola.
Ho saputo dai conoscenti che la giovane musa lo ha mollato appena ha capito che non cera più nessun appartamento tutto comfort e che bisognava spartire i beni. Lo studio però costava troppo e Paolo è tornato dalla madre, periferia nord di Milano, dove aveva ancora la residenza.
Io? Sono appena tornata dalla Turchia, la prima volta sola dopo decenni. Pelle dorata dal sole, un vestito nuovo, un piccolo flirt con un tedesco che mi ha fatto sentire di nuovo viva.
Qualche sera fa, rientrando, mi ha fermato sotto casa. Caterina?
Paolo era seduto su una panchina. Smagrito, spettinato. Ciao… ti va di parlare? Sono stato uno stupido. Ho fatto un errore. Mamma mi fa impazzire, non ho più una vita. Mi manca casa nostra. Il tuo minestrone. Non possiamo ricominciare da capo? Venti anni non si cancellano
Lho guardato, e mi sono sorpresa a non provare niente. Né rabbia, né dolore, né pena. Solo un vuoto leggero, come davanti a uno sconosciuto che chiede spiccioli.
No, ventanni non si cancellano. Ma il passato deve restare dove sta. Ho una vita nuova, Paolo. Non cè più spazio per gli errori di una volta. E neppure per te.
Ma sono cambiato! Ora ho capito tutto!
Anche io, gli ho sorriso. Ho capito che da sola non soffoco. Anzi, respiro.
Ho preso le nuove chiavi dalla borsa, tutte lucide, e sono salita verso il portone. Il citofono ha squillato, aprendomi la strada nel mio mondo. La porta si è chiusa alle spalle di Paolo e dei suoi rimpianti.
In ascensore ho pensato che dovrei cambiare la carta da parati dellingresso. Magari qualcosa di chiaro, color pesca. Magari un nuovo poltrone, comodo per sferruzzare la sera. La mia nuova vita stava appena iniziando e le chiavi la tenevano solo tra le mie mani.






