Come si scaldano le anime

Scarfare! ordinò il signor Vincenzo Romano, alzando il colletto della camicia bianca.
Afferrò la cravatta dalla mano della moglie, Livia, e la fissò con sguardo severo.
Che mi metti sopra? Dammi quella che ho portato da Parigi. Stasera ho un incontro con il direttore generale.

Livia trovò laccessorio richiesto e glielo porse in silenzio.
E allora, non sapevi annodarla? sbottò Vincenzo, mentre sollevava il mento, immobilizzandosi finché Livia ricamava la cravatta con il nodo che lui amava.

Davanti allo specchio, si scrutò, strizzò gli occhi e aggiustò lancora, lanciando unocchiata di sufficienza a Livia, come a dire: non ce la fai a fare le cose come si deve.

Togli le uova, non le voglio. Versa il caffè e prepara un toast comandò dalla tavola della cucina. Il caffè è freddo! Non sai fare nulla di giusto! la sua irritazione trapelava in ogni parola.

Allincrocio della porta della cucina apparve la nipote Fiorella, appena arrivata con la madre per una settimana di visita. Appoggiata al telaio, osservava il nonno con gli occhi di una bimba di cinque anni, valutando il suo comportamento.

Vieni qui, Fiorellina sussurrò Vincenzo, allungandole le braccia. La mise sulle ginocchia, parlando con voce più dolce del solito. Desiderava che la piccola si avvicinasse, ridesse, lo abbracciasse. Ma la risposta fu inaspettata:

Nonno, perché mi parli così? Solo le persone buone dicono così.

E io non sono buono? rimase stupito il nonno.

No, non lo sei. Qui dentro è freddo lo toccò con la mano sul petto. Poi scivolò via, si avvicinò a Livia e, accarezzandola, le diede un bacio sulla guancia: Buongiorno, nonna.

Sconcertato, Vincenzo non sentì subito il breve clacson dellauto: lautista lo aspettava davanti allingresso. Si alzò dal tavolo, indossò il cappotto, le scarpe lucidate dal tramonto, afferrò la valigetta e si diresse verso la porta.

Non aspettatevi linsalata per pranzo. Stasera potrei rimanere lanciò, uscendo di corsa.

Scendendo le scale, ascoltava il proprio respiro. Come sempre, pieno di energia, pronto a spostare montagne con le mani dei subordinati. Ogni ordine del capo era una promessa da mantenere, a prescindere dalle difficoltà. Bastava dare un compito, fissare una scadenza, controllare il risultato. Non doveva preoccuparsi di come i dipendenti si arrangerebbero: il lavoro doveva essere finito nei tempi, anche se avessero dovuto passare notti in ufficio. I problemi dei cacciatori di indiani non gli toccavano.

Eppure qualcosa graffiava lanima. Le parole di Fiorella. Sentirla rimproverare un vecchio con una voce così piccola era doloroso.

Che vuoi che capisca, piccola! borbottò, passando i pianerottoli. Non sono rude, sono solo severo! Il mio lavoro non permette debolezze, altrimenti mi prenderanno il sopravvento, sia a casa sia in ufficio!

Tra il secondo e il terzo piano scorse un gattino di due mesi rannicchiato sotto il termosifone, gli occhi spaventati rivolti ai passanti frettolosi.

Ho scoperto una piaga nel condominio. Se vedo il portinaio, gli dirò di toglierlo!

Ma il portinaio non comparve, nonostante la neve fresca avesse coperto di bianco marciapiedi e giardini durante la notte.

Lento! sbottò Vincenzo, fermandosi allingresso in attesa dellautista Volpino, il suo autista personale. Ufficio! ordinò al volo, corrugando la fronte e affondando nei propri pensieri.

«Nessuno potrebbe dirmi così. Perché? Perché hanno paura. Fiorella non ha paura. Brava! Le parole di un bambino forse ha detto la verità? È stato lei a rimproverarmi per la freddezza».
Vincenzo si mise le mani sul sedile. «Non sono sempre stato così. La vita mi ha temprato, ma dentro sono buono e auguro bene a tutti». Il rimorso lo avvolse senza trovarvi una via duscita.

La strada è scivolosa oggi disse improvvisamente a Volpino. Lautista alzò gli occhi, sorpreso: era raro sentire il capo così confidenziale.

Non è un problema, siamo su strade con catene, ma i pedoni non è dolce. E il gelo ci assale.

Scambiarono due frasi brevi, poi Vincenzo, guardando dal finestrino dellauto calda, vide dei passanti tremare alla fermata.

Volpino, guarda, è la nostra ragazza, Lisa del reparto logistica indicò una giovane donna non più vecchia della sua stessa figlia. Portiamola con noi.

Come desidera, signor Romano rispose Volpino fermandosi accanto a Lisa.

Lisa, sali, non far scappare il freddo disse Vincenzo, cercando di sorridere. Lisa ricambiò il sorriso e si infilò sul sedile posteriore. Il suo viso radioso e gli occhi lucenti sollevarono latmosfera.

Cosa nascondi sotto il mantello? chiese Vincenzo.

Guardate tirò fuori una micina di pochi giorni, tremante, che correva tra le gambe dei passanti, piangendo per il gelo. È gelata, nessuno le presta attenzione. Lho riscaldata, la porto a casa, il mio bambino sarà felice!

Quanti anni ha tuo figlio?

Sett’anni, appena in prima elementare. È indipendente, fa i compiti, scalda il pranzo da solo.

Vincenzo ricordò le volte di questo mese in cui aveva costretto lintero reparto logistico a straordinari senza reale necessità. Il figlio di Lisa era solo allora a casa. Il rimorso tornò a farsi sentire.

Allora, Lisa, hai salvato un gatto, meriti una giornata di riposo, un regalo per il compleanno del tuo bambino dichiarò con generosità. Dico allamministratore che tutto è sistemato. Volpino, gira, portiamo Lisa a casa.

Maestro, è così gentile! esclamò Lisa. Anche i gatti le piacciono?

I bravi uomini amano i gatti, vero? sorrise Vincenzo.

Non sempre, ma chi ama i gatti è sicuramente buono! confermò con sicurezza.

Mentre si avvicinavano allufficio, Vincenzo chiese allautista:

Hai una gatta?

Due rispose Volpino, sorridendo. Due facce birichine.

La giornata di lavoro trascorse nel solito ritmo daffari, ma a pranzo, con il suo vice, condivise un discorso più leggero:

Hai dei nipoti? chiese.

Due, dei piccoli scippatori!

Ti vogliono bene?

Certo! Quando vengono a trovarmi non è mai una noia.

E la tua gatta?

Senza gatta non è casa! rise il vice.

Vincenzo alzò le sopracciglia.

La sera, lasciato lautista, salì al suo piano. Tra il secondo e il terzo piano, accanto al termosifone, scaldava il gattino, lo stesso di prima, avvolto in una copertina, con una ciotola di cibo e il lettiere pronta.

Che gente! sospirò. Così piccolo e nessuno si prende cura di lui. Ora invernerebbe qui, come un randagio? Vieni con me, avrai babà e amiche.

Afferrò il cucciolo, lo strinse al petto e lo sollevò. Il piccolo gattino, fiducioso, sincollò al suo grande uomo, ronronando. Un tepore dimenticato riaccese il suo cuore.

Nonna! urlò Fiorella vedendo il gattino. Le ho chiesto di prenderlo e la nonna ha detto che tu non lo consentiresti.

Perché non lo permetto? Lo faccio volentieri rispose il nonno, baciando la moglie sulla guancia. Dobbiamo solo lavarlo e dargli un nome.

Unora dopo, il gattino, chiamato Tiziano, era sul grembo di Fiorella, e lei sul grembo del nonno. Fiorella gli sfiorò il petto con la guancia, sorridendo:

Nonno, ora qui non fa più freddo. È tutto caldo. Restiamo così per sempre, daccordo?

Così sarà, Fiorellina. Da ora in poi non farà più freddo, perché cè una gatta in casa.

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