Amore che si tiene per mano fino all’ultimo istante

Nelle ultime stagioni di vita di nonna Rosa Bianchi, quando le stanze della casa di Bologna cominciarono a sentirsi più vuote e il tempo divenne una fragile lente, ho assistito a un gesto che prima non avevo saputo leggere. Non cera alcun dramma assordante, nessun clamore; non cerano grandi gesti da film. Il suo amore si manifestava in piccoli attimi, tenuti stretti come un filo dacciaio, condivisi da due persone che per quasi sessantanni avevano scelto lun laltro ogni singolo giorno.

Avevo sempre considerato nonno Antonio e Rosa come una coppia inseparabile, due ritmi che si sovrapponessero come le margherite su un prato. Solo quando i loro ruoli, scolpiti da decenni, si sono capovolti, ho compreso la profondità di quel legame.

Per gran parte del loro matrimonio, Rosa gestiva la casa come unorologio svizzero. Si occupava di cucina, di lavatrici, di compleanni, di bollette, di festedi ogni minimo dettaglio che manteneva il flusso della vita senza intoppi. Antonio rimaneva al suo fianco, contento di lasciarle il timone. Lo prendevamo bonariamente in giro, dicendo che senza di lei non avrebbe passato neanche una settimana.

Il destino, però, ha il modo di ribaltare le certezze. Quando la nonna si ammalò per la prima volta, colui che tutti credevamo avesse più bisogno di sostegno divenne colui che teneva insieme tutto. Persino i medici notarono quanto fosse saldo.

I primi segni della malattia si insinuarono silenziosi, poi arrivò la diagnosi a cui nessuno era pronto: cancro. La chemioterapia prosciugò le sue forze. La donna che un tempo correva per casa dovette fermarsi a metà del corridoio per riposare. Il custode del loro amore divenne chi aveva bisogno di cure.

E Antonio, quasi per istinto, si lanciò in avanti come se avesse sempre atteso quel momento, senza darsi conto. Dopo cinquantanni di fuga dalla cucina, iniziò a preparare i piatti, a consultare ricettari con gli occhi strizzati e a chiamarmi ogni volta che una spezia sfuggiva al suo controllo. Imparò a usare la lavatrice, a ripetere ogni passo ad alta voce per non dimenticare. Lo accompagnava a ogni visita, gli stringeva la mano nella sala dattesa e sfiorava dolcemente le sue nocche quando tremava. Le infermiere sussurravano tra loro che avrebbero voluto tutti i pazienti con un compagno così. Anche gli sconosciuti si addolcivano al vedere i due insieme.

Non lo lasciò. Quando la portarono in ospedale, rimase al suo capezzale dallalba al tramonto. Quando la trasferirono nella casa di riposo Villa Serenità a Firenze, lui la seguì, portando il suo cuscino preferito, accarezzandola ogni volta che si girava nel letto. Le infermiere lo incitavano a riposare, ma lidea che Rosa potesse svegliarsi senza di lui gli pareva insopportabile.

Una notte, mi chiamò, la voce tremante di speranza fragile. Mi chiese di aiutarlo a preparare dei cartellini con la scritta Benvenuta a casa, convinto che la guarigione fosse ancora possibile. Raccolse nastri, pennarelli, vecchie fototutto quel che poteva strapparle un sorriso. Mentre lavoravamo al tavolo della cucina, vedevo le sue mani vibrare non per letà, ma per lamore.

Nel hospice, sedeva accanto al suo letto, accarezzava il viso e tracciava i contorni che aveva memorizzato in una vita intera. Le sussurrava parole anche quando lei non poteva più rispondere. Controllava il suo respiro, temendo che potesse sentirsi a disagio. Ogni sua smorfia faceva colare lacrime dagli occhi di Antonio. Non sopportava lidea della sua sofferenza, nemmeno per un attimo.

È più bella che mai, mi disse un pomeriggio, e nei suoi occhi lei era davvero la giovane donna incontrata in quel club ciclistico di Verona quando avevano ventisette anni. Il loro amore era nato in movimento: pedalavano per le colline, esploravano città, si spingevano lun laltro in salita. La vita li aveva messi di fronte a battaglie inaspettate, ma li aveva sempre affrontate mano nella mano. Ora, sullultimo gradino, lui non voleva smettere di girare le pedali.

Il personale del hospice si fermava alla porta solo per osservarli. I visitatori mormoravano del vecchio che non si allontanava mai dalla moglie. Anche quando Rosa oscillava tra coscienza e silenzio, lui restava, raccontandole avventure, facendo rivivere ricordi, riempiendo il vuoto con storie.

Il mese successivo doveva arrivare il loro sessantesimo anniversario di nozze: sessantanni di risate, cene, litigi, riconciliazioni, compiti condivisi e piccole gioie. Ma Antonio disse che neanche quello sarebbe bastato; avrebbe voluto altri sessantanni.

Nellultima notte di Rosa, quando il respiro si fece increspato, si avvicinò e sussurrò le ultime parole che avrebbero toccato le sue orecchie:

«Sei così cara a me. Buona notte, amore mio».

Poco dopo, lei se ne andò. Lui tenne ancora la sua mano per molto tempo dopo che il battito cessò, le lacrime scorrevano silenziose. Catturai quegli istanti con la mia telecamera, non per curiosità morbosa, ma perché lamore che riempiva quella stanza sembrava sacro, illuminando laria di una luce calda.

Qualche giorno dopo la sua scomparsa capii che le più grandi storie damore non sono clamorose né teatrali. Si costruiscono silenziose, giorno dopo giorno, nelle cucine, negli ospedali, nei corridoi, nel lieve brusio della quotidianità. Crescono nei piccoli gesti, nel perdono, nella routine. Sopportano malattie, invecchiamento, il lento assottigliarsi del corpo.

Il loro amore non si basava sulla perfezione, ma sulla tenerezza e sulla fedeltà, sulla scelta di rimanere luno accanto allaltro, ancora e ancora, per sei decenni di montagne e valli della vita.

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