VITA INCREDIBILE
Alla festa di matrimonio della nostra amica Giulia, abbiamo festeggiato per due giorni di fila: in modo chiassoso, abbondante e allegro, come solo noi italiani sappiamo fare. Lo sposo era splendido come Raoul Bova nei suoi giorni migliori e, nonostante una bellezza fuori dal comune, un ragazzo insolitamente umile. Tutti noi ospiti, tra un brindisi e laltro, non potevamo fare a meno di osservare Luca: occhi azzurro cielo come un campo di genziane, ciglia talmente folte e lunghe da far invidia a ogni donna (ma perché la natura regala simile fortuna agli uomini!? Mah!), mascella decisa, naso dritto da statua romana e una pelle impeccabile con un accenno di abbronzatura. E come se non bastasse, quasi un metro e novanta di altezza e spalle larghe come se la fatica non esistesse.
Se non fosse stato per il bene che volevamo a Giulia, ci saremmo scatenate per questo pezzo di uomo proprio lì al tavolo della festa. Luca era davvero qualcosa di fenomenale.
Ma che adone ti sei presa, ragazza! ci siamo tutte messe a punzecchiare Giulia. Ognuna si prodigava a fare locchio più disperato per sbirciare se Luca avesse avuto qualche fratello, magari anchesso bello come lui e, che ne sai, ancora single.
Ragazze, ma che dite rideva Giulia. Mi sono innamorata di Luca per la sua semplicità. Viene da un paesino in Toscana, cresciuto con la nonna, aiuta in campagna, un ragazzo con le mani doro. Lho conosciuto quando i miei hanno comprato una villetta lì vicino. È gentile, buono e affidabile. Ha sempre tenuto la casa meglio di mia madre! Un vero uomo, ragazze mie. Per convincerlo a trasferirsi in città ho dovuto insistere per mesi, giuro!
Luca si dimostrò brillante non solo nelle faccende di casa e con i nuovi parenti, ma anche nello studio: in un paio danni imparò a districarsi tra vino dannata, profumi, politica, arte, viaggi, lindice MIB e persino il calcio, e dimenticò completamente il suo accento toscano così caratteristico.
Si mise alla guida della macchina nuova, regalo del suocero, e trovò pure lavoro nella stessa azienda del padre di lei. Per chi regalò lappartamento ai novelli sposi bè, fate due conti e lo capite da sole.
Dopo il secondo anno di matrimonio, a Giulia venne fuori una vera fissa di Luca: i calzini bianchi. Solo quelli! Li portava in casa, quando andavano a trovare gli amici, dentro gli stivali di gomma, ovunque anche a piedi nudi sul pavimento sporco se non ne trovava di puliti.
Giulia non aveva mai sopportato questi santi calzini, ma si rassegnava: puliva i pavimenti due volte al giorno e faceva scorte di candeggina. Così Luca si prese il soprannome di Calzino.
Quando Giulia scoprì che Luca aveva unamante, era allottavo mese di gravidanza. E per una tragica ironia, anche lamante aspettava un bambino negli stessi giorni.
Il povero Calzino fu cacciato di casa, licenziato, insultato e pianto nel giro di ventiquattro ore. E poi arrivarono giorni grigi, lunghi, come quella nebbia che ti si appiccica addosso a Milano a novembre. Giulia si stendeva sullinfinito letto matrimoniale, fissando il soffitto con gli occhi asciutti:
Piangerò dopo. Adesso al bambino non fa bene.
Giulietta pareva Lenin, tanto era immobile e silenziosa su quel letto, e noi amiche a turno le facevamo compagnia standole accanto senza dire una parola.
Avremmo voluto urlare, strappare le pagine di quel libro del destino, buttare tutto allaria. Ma bisognava solo aspettare e restare vicino.
Quando venne il giorno di uscire dallospedale con il piccolo Igorino, facemmo un gran casino: palloncini, richieste assurde di portare una tazza di tè agli infermieri e partire tutte insieme alla volta della felicità. Il neo nonno era il più entusiasta: la notte prima, preso dallemozione, aveva scritto con il gesso Grazie per Igorino! sotto la finestra della stanza di Giulia. Poi provò anche a cantare, ma lo fermò la sicurezza della clinica. In cambio, il custode si lasciò convincere a prendere un goccetto di grappa col nonno nel suo stanzino, in barba allordine pubblico.
Il giorno delle dimissioni, il nonno risplendeva di gioia. Piangeva dalla felicità e dalla fierezza, ma piangeva alla maniera degli uomini veri.
Anche noi piangevamo, ridendo e abbracciando Giulia. Guardavamo timidamente nella copertina azzurra del bimbo e ognuna di noi pensava al nasino allinsù che aveva preso dal padre. Ma Giulia, nemmeno in quel momento, pianse:
Dopo. Non si sa mai, magari il latte va via
Per due mesi, Giulia rimase muta, poi, un giorno, prese coraggio e andò a cercare Luca. Non armata di accendini o acido come nei romanzi, ma con tanta voglia di urlare, accusare, punzecchiare, far uscire tutto quel dolore che la teneva inchiodata a letto, di restituirlo, magari strappando via quel peso dal proprio cuore e lasciarlo addosso a lui, il traditore. Colui che le aveva spezzato il sogno di una famiglia unita, di serate con calzini ai ferri per i suoi uomini, gite tutti insieme e la felicità vera.
E voleva anche vedere in faccia quella donna senza vergogna, laltra. Immaginava occhi spavaldi e sicuramente molto belli. Giulia si promise che, appena li avesse incrociati, ci avrebbe sputato dentro; deciso: sputo assicurato, a meno che non si sentisse di graffiarli davvero.
Scoprì dove andare quasi per caso, chiacchierando con le nonne da pianerottolo mentre portava a spasso il bimbo. Quelle si fermarono, compassionandola, e spiegarono tutto il percorso per arrivare al nido damore dei due amanti e le possibili vie di vendetta. Giulia rimase stranita, piangeva dentro, voleva andarsene senza nemmeno aver ascoltato il numero civico, e invece si ritrovò davanti al portone giusto di una vecchia palazzina anni ’60.
Doveva solo salire al quinto piano. E là sputo o grida.
Al primo piano pensò: Con la sfiga che ho, figurati se sono a casa. Sto perdendo tempo. Al secondo pensò che, forse, sarebbe stato meglio così. Arrivata al terzo, sentì piangere un bambino disperato dallultimo piano.
Le aprì la porta una ragazza magra, tutta rossa e in lacrime, niente a che vedere con lidea di femme fatale che Giulia si era fatta.
Mentre Giulia cercava invano di capire cosa ci trovasse Luca in quaranta chili di lacrime, dietro in casa il piccolo continuava a piangere con tutta la forza dei suoi polmoni.
Buongiorno, Giulia. Luca non cè, è andato via da due settimane. Non so nemmeno dove sia sussurrò la ragazza, sedendosi a terra e scoppiando a piangere come una fontana.
Giulia si sentì mancare la voglia di fare scenate. Lunico desiderio era entrare, dare una mano col bambino, e magari tra i denti un Se vuoi le rotaie, tira il treno!, tanto per rimarcare la situazione. Ma finirla lì, sentendosi, come minimo, autorizzata a guardarla male.
Il bimbo era completamente asciutto, gonfio dal pianto, vene in fronte e voce rotta: voleva mangiare, nientaltro. E la madre, stesa per terra nel corridoio, singhiozzava senza forze.
Solo dopo, e a fatica, Giulia ricorderà di aver aperto pensili vuoti e rovistato in un frigo desolatamente scarso, e di aver trovato sul tavolo di cucina un foglio interrotto a metà frase: Perdonate in mio sm….
La ragazza, stesa al pavimento, raccontava tutto tra i singhiozzi, come se Giulia fosse la sua amica più cara: che non aveva un posto dove andare ora che la casa in affitto scadeva tra pochi giorni; che il latte le era andato via, che Luca pure, che soldi non ce nerano mai stati che aveva vergogna, era dispiaciuta, chiedeva scusa. Se Giulia voleva, poteva schiaffeggiarla magari le avrebbe pure fatto bene. Il piccolo si chiamava Paolo ricorda, se mai servisse! e aveva solo nove giorni più di Igorino.
Giulia corse a casa come il vento, appena in tempo perché a Igorino mancavano venti minuti alla poppata. Correvano lei, la borsa pesante di Marta, Marta stessa col piccolo Paolo addormentato, e Giulia già pensava a dove mettere altri due lettini in casa.
Tre anni dopo eravamo alla festa di matrimonio di Marta, quattro anni dopo a quello di Giulia. Il nuovo marito di Giulia detesta i calzini bianchi, sostiene che la vita sia meglio a colori e adora la moglie e i tre figli. Marta ormai è mamma di quattro maschi e suo marito non perde la speranza che un giorno arrivi anche una femminaA ogni ricorrenza, quando ci riuniamo e guardiamo la vecchia foto di Giulia con Igorino tra le braccia e Marta che sorride stanca, qualcuno chiede: Ma che fine ha fatto Calzino? E si ride, e si brinda, scherzando su chi ha il coraggio di indossare ancora i calzini bianchi.
Ma quello che resta davvero sono le domeniche di primavera in cui, sparsi in una casa piena di voce e giochi, i bambini si rincorrono e le mamme parlano, serene. Giulia si guarda intorno, appoggiata allo stipite della porta, e sorride con tutti i denti. Sa che la sua vita, come certi vini, ha dovuto respirare la perdita, fermentare la tristezza, persino spremere fino in fondo la delusione. Soltanto così adesso, alla luce tiepida del pomeriggio, trova il coraggio di dire alle sue amiche: Menomale che le cose non sono andate come volevo io. Perché questa è la felicità che non avevo saputo immaginare.
E ognuna di noi, sotto sotto, lo sa: a furia di sbattere contro i sogni sbagliati si impara a riconoscere quelli veri.





