Ha Affittato una Montagna per Allevare 30 Maiali, Poi l’ha Abbandonata per 5 Anni – Un Giorno è Tornato e si è Gelato Davanti a Ciò che ha Visto…

Nel 2018, Raffaele Santini, un uomo di 34 anni originario di Avellino, sognava di sfuggire alla povertà allevando maiali. Decise di affittare una porzione abbandonata del Monte Terminio, alle porte del paese di Serino, per trasformarla in un piccolo allevamento di suini.

Svuotò i suoi risparmi, addirittura chiese un prestito alla Banca di Credito Cooperativo locale, costruì recinti per i maiali, fece scavare un pozzo profondo e acquistò trenta maialini.

Il giorno in cui portò il primo gruppo di suini su per la montagna, guardò orgoglioso sua moglie, Martina, 31 anni:

Aspettami solo un po, vedrai che tra un anno potremo finalmente costruire la nostra casa.

Ma la vita si rivelò diversa da ciò che si raccontava nelle storie di successo in televisione.

Dopo nemmeno tre mesi, la peste suina africana si diffuse in tutta la Campania. Gli allevamenti vicini cadevano uno dopo laltro. Alcuni contadini furono costretti a distruggere interamente i loro recinti per fermare il contagio. Per settimane, nuvole di fumo denso salivano dal monte.

Martina era spaventata.

Vendiamoli, almeno finché sono ancora vivi, lo supplicò.

Ma Raffaele fu testardo.

Passerà anche questa. Dobbiamo solo stringere i denti ancora un po.

A furia di preoccupazioni e notti insonni, divenne stanco e debole. Fu persino ricoverato allospedale Moscati di Avellino per esaurimento e stress. Trascorse più di un mese a riprendersi nel paese dei suoceri, in provincia di Benevento.

Quando tornò sulla montagna, metà dei suoi maiali erano morti. Il prezzo del mangime era raddoppiato. La banca cominciò a chiamare per pretendere il rimborso del prestito.

Ogni notte, mentre la pioggia batteva sul tetto di lamiera del recinto, Raffaele sentiva che tutto il suo impegno si stava sgretolando.

Fino a quando, una notte, dopo lennesima telefonata del creditore, si lasciò cadere sul pavimento e sussurrò:

Non ce la faccio più.

La mattina dopo chiuse lallevamento. Consegnò la chiave al proprietario del terrenoDon Agostinoe scese dalla montagna. Non aveva il coraggio di assistere al crollo di ciò che aveva costruito. Per lui, ormai, tutto era perso.

Non mise più piede sulla montagna per cinque anni.

Lui e Martina si trasferirono a Napoli, trovando lavoro come operai in una fabbrica. La vita era semplice: non ricchi, ma sereni.

Quando qualcuno parlava di allevamento di maiali, Raffaele abbozzava sempre un sorriso amaro.

Ho solo nutrito la montagna coi miei soldi.

Ma allinizio di questanno, Don Agostino lo chiamò allimprovviso. Gli tremava la voce.

Raffaele devi venire su. Allallevamento è successa una cosa incredibile.

Il giorno dopo, Raffaele percorse più di quarantacinque chilometri per risalire la montagna. La vecchia strada sterrata era ormai coperta di erba e rovi, come se fosse stata dimenticata da secoli.

Più saliva, più gli si stringeva il cuore dallansia.

Forse il recinto era ormai solo un cumulo di lamiere?
O non cera nemmeno più traccia del suo sogno?

Girato lultima curva, rimase pietrificato.

Il luogo che aveva abbandonato appariva inspiegabilmente vivo.

Non era più il vecchio allevamento di un tempo: il tetto arrugginito era coperto da rampicanti e fiori selvatici, i recinti infangati si erano fusi col bosco. Gli alberi intorno erano diventati alti e il sentiero sembrava sparito.

Non fu però questo a lasciarlo senza parole.

Udì dei suoni.

Gru, gru

Raffaele rimase di sasso.

Si avvicinò piano al recinto, ormai quasi nascosto dallerba alta. Guardò allinterno, poi fece un passo indietro sorpreso.

Cerano dei maiali.

Non uno o due ma tanti.

Grossi, ben pasciuti. E diversi maialini che sgambettavano intorno.

Quelli che erano 30 maialini lasciati lì cinque anni prima ora sembravano diventati una mandria intera.

No non può essere sussurrò.

Don Agostino, che lo aveva seguito in silenzio, si avvicinò.

È quello che volevo farti vedere, disse piano. Non se ne sono mai andati.

Ma come hanno fatto a sopravvivere? chiese Raffaele, ancora incredulo.

Don Agostino si sedette su un sasso.

Quando sei andato via, alcuni maiali erano ancora nel recinto. Hanno sfondato la rete e sono scappati. Pensavo che sarebbero morti lì fuori. E invece

Raffaele si guardò attorno.

Dietro lallevamento scorreva un piccolo ruscello che non aveva mai notato. Intorno, bananeti e piante di patate americane; cerano cocchi e tanti frutti selvatici.

Hanno imparato a vivere sulla montagna, spiegò Don Agostino. E continuano a moltiplicarsi.

Raffaele guardò la mandria. Alcuni dei maiali alzarono la testa, come se avessero riconosciuto la sua presenza dopo tutti quegli anni.

Uno, in particolare, si avvicinò al recinto: aveva la pelle rossiccia e una cicatrice sullorecchioproprio il segno che aveva fatto sulla prima cucciolata acquistata tanto tempo fa.

Quello sussurrò Raffaele,
è il primo maiale che ho allevato.

Sentì stringersi qualcosa nel petto.

Tutto ciò che credeva di aver perso in realtà era ancora lì.

Non solo vivo, ma ingrandito.

E adesso che farai? domandò Don Agostino.

Raffaele restò in silenzio.

Guardò la montagna. Il vecchio recinto. I maiali che pascolavano tranquilli come se i cinque anni trascorsi non fossero mai esistiti.

Piano, per la prima volta da tanto tempo, sorrise.

Forse, disse sottovoce,
il mio sogno non è davvero finito.

E proprio allora capì quello che credeva di aver perso.

A volte, anche se si abbandona un sogno,
accade che sia lui ad aspettarti, pronto a rinascere quando decidi di tornare a cercarlo.

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