Che cosa mangi oggi, Gabriele pecorino o caciotta? Hai portato anche il pomodoro col sale? Così scherzavano i suoi compagni di classe su di lui.
Ma la maestra quella mattina sta per dare ai ragazzi una lezione che non dimenticheranno.
È ricreazione.
Nellaula cè rumore: risate, fogli accartocciati che frusciano e nellaria si sente lodore dei panini scartati di fretta.
Gabriele rimane seduto al suo banco, più appartato del solito.
Non perché non voglia parlare
ma perché fin da piccolo è stato abituato a non disturbare.
Apre lo zaino piano piano, come se anche solo il fruscio di un sacchetto fosse troppo rumoroso.
Tira fuori un pacchetto avvolto in semplice carta oleata ai bordi
e lo appoggia sul quaderno.
Proprio in quel momento, da un banco in fondo, si sente una voce:
Che cosa hai oggi per pranzo, Gabriele? Pecorino o caciotta? Hai portato anche il pomodoro col sale?
E poi le risate.
Risate che per chi le fa sembrano innocue
ma per chi le riceve sono come pietre lanciate al cuore.
Gabriele si blocca.
Non è la prima volta.
Da quando è arrivato in seconda elementare, Gabriele è il ragazzo di campagna.
Quello con gli abiti più semplici.
Le mani, a volte, screpolate dal freddo.
Le scarpe consumate.
Il modo di parlare gentile, tranquillo.
E soprattutto
il ragazzo che a volte odora di fieno, di stalla, di fatica.
Per loro è divertente.
Per Gabriele è la sua vita.
I suoi genitori sono persone laboriose.
Si occupano di agricoltura: hanno qualche pecora, un orto minuscolo e una corte dove ogni giorno inizia prima del sorgere del sole.
Gabriele non si sveglia la mattina solo per andare a scuola.
Si alza per aiutare.
A volte porta lacqua.
A volte raccoglie la legna.
A volte vede sua madre con le mani rosse dal freddo e le guance segnate dal vento, ma sempre con le stesse parole sulle labbra:
Vai, figlio mio studia solo la scuola ti aprirà una strada diversa.
E Gabriele studia.
Non per i voti.
Non per le lodi.
Ma perché è la sua unica speranza.
Mentre gli altri bambini giocano dopo la scuola, lui fa i compiti alla luce fioca della lampadina in cucina.
Con le mani che odorano ancora di terra.
A volte con la pancia vuota.
Ma con una determinazione che nemmeno lui sa spiegare.
Eppure
durante la ricreazione, è sempre il bersaglio delle prese in giro.
Guardate Gabriele, di nuovo formaggio di pecora!
Oh, hai messo il sale sul pomodoro?
Hai portato le pecore in classe?
Ridono.
Gabriele non risponde.
Si morde il labbro, abbassa lo sguardo e sistema il suo pacchetto.
Perché lui conosce una verità che gli altri ignorano:
non tutti i bambini hanno la fortuna di avere tutto.
Alcuni hanno solo ciò che i loro genitori riescono a mettere da parte, con sacrificio.
Ma quella ricreazione le battute sono più pesanti del solito.
Un ragazzo si alza e si avvicina al banco di Gabriele:
Dai, Gabriele facci assaggiare!
Vediamo se è vero pecorino!
E di nuovo partono le risate.
Gabriele stringe il pacchetto con entrambe le mani.
Non per paura
ma per vergogna.
Vergogna che non è del bambino
ma di un mondo che ha dimenticato cosa vuol dire avere cuore.
Proprio in quel momento
la porta dellaula si apre.
Entra la maestra.
Non urla.
Non fa confusione.
Ma il suo sguardo taglia laria come un coltello.
Ha sentito le ultime parole.
Ha visto le risate.
Ha visto il pacchetto stretto tra le mani di Gabriele.
Per un attimo cala il silenzio.
Un silenzio pesante
quello in cui ti accorgi di aver sbagliato.
La maestra si avvicina con calma al banco.
Gabriele cosa hai lì? chiede con dolcezza.
Gabriele alza lo sguardo, gli occhi lucidi ma cercando di mostrarsi forte.
Niente, signora solo panino
Lei sorride, con tristezza.
Non è solo un panino, Gabriele.
È il lavoro dei tuoi genitori. È la cura di tua madre. È il loro sacrificio.
Poi si rivolge alla classe.
E dà a tutti una vera lezione.
Non alzando le mani.
Non con punizioni.
Ma con la verità.
Dovreste vergognarvi, dice calma ma decisa.
Voi ridete di un bambino che mangia pecorino e pomodoro col sale
ma sapete quanta fatica cè dietro un piccolo pezzo di pecorino?
I bambini tacciono.
Alcuni abbassano lo sguardo.
La maestra prosegue:
Gabriele è un ottimo alunno. Impegnato. Educato.
Non disturba, non si lamenta, non chiede nulla.
E voi lo umiliate solo perché non ha ciò che avete voi?
Fa una pausa e con voce che rimane sospesa nellaria dice:
Le persone non si giudicano dai vestiti eleganti.
Né da ciò che hanno nello zaino.
Ma dalla bontà.
Guarda ciascun ragazzo negli occhi.
E se non imparate la gentilezza ora
forse crescerete con i soldi ma senza cuore.
In classe cala il silenzio.
Gabriele tiene il suo pacchetto davanti a sé e, per la prima volta non si sente più così piccolo.
La maestra si china verso di lui e gli sussurra:
Mangia tranquillo, Gabriele.
E non vergognarti mai di chi sei.
Gabriele annuisce.
E dà un morso al suo panino.
Più lentamente del solito.
Ma col cuore più leggero.
Quel giorno alcuni bambini tacciono.
Ad altri nasce la vergogna dentro.
Alcuni forse capiscono.
Ma la cosa più importante
Gabriele capisce che il problema non è suo.
È nella mancanza di cuore di chi ride del sacrificio degli altri.
E forse questa storia è per tutti noi
Per ricordarci che dietro ogni ragazzo di campagna
cè una famiglia che lavora senza sosta.
E che a volte
un pomodoro col sale e un pezzo di formaggio non sono motivo per ridere
ma amore nella sua forma più pura.





