Un gatto che viveva al trentesimo piano giocava ogni settimana con il lavavetri… finché lui scomparv…

Un gatto che abitava al trentesimo piano giocava ogni settimana con un lavavetri… finché lui sparì per sei mesi e il loro incontro fece piangere milioni di persone.

Nero era un gatto completamente nero che viveva in un appartamento al trentesimo piano di un grattacielo a Milano. Non aveva mai visto né lasfalto né i parchi né sentito da vicino il rumore dei tram. Il suo universo era verticale: pareti bianche, finestre immense e un cielo che sembrava danzare più vicino del marciapiede sotto di lui.

Era un gatto dappartamento.
Ma di certo, non viveva solo.

Fin da cucciolo Nero aveva imparato a leggere il mondo attraverso il vetro. Scrutava le luci della città accendersi come costellazioni artificiali, seguiva con lo sguardo i piccioni che volavano lontanissimi e dormiva ore al sole, come se quellaltezza lo proteggesse da tutto.

Il suo padrone si chiamava Andrea. Lavorava da casa e parlava poco. Amava Nero, ma il suo affetto era silenzioso, abitudinario, fatto di piccoli gesti quotidiani. Nero passava lunghe ore solo, accompagnato solo dal brusio lontano della città.

Fino a quando arrivò Marco.

Marco era un lavavetri. Aveva 41 anni, mani segnate dal tempo e una risata schietta sopravvissuta a troppe prove. Ogni martedì, con la puntualità di un treno svizzero, scendeva con la sua piattaforma lungo la facciata del palazzo, sospeso a decine di metri come se la paura non sapesse nemmeno dove fosse di casa.

La prima volta che Marco arrivò al trentesimo piano, Nero stava dormendo. Ma il suono lieve della spugna sul vetro lo svegliò. Aprì prima un occhio, poi laltro.

E lì, davanti a lui, cera un uomo appeso fra cielo e terra.

Nero si avvicinò in silenzio. Si sedette davanti al vetro, la coda arrotolata intorno alle zampe. Guardò luomo pulire con cura, canticchiando qualcosa che il gatto non poteva sentire ma riusciva a intuire.
Marco sollevò lo sguardo e incontrò due occhi dorati puntati su di lui.

Ma ciao, amico, disse, sorridendo.

Nero non comprese le parole, ma il tono sì.

Quel martedì Marco disegnò una piccola faccina sorridente nella schiuma del sapone, senza neanche pensarci. Nero balzò contro il vetro e poggiò la zampa esattamente lì.
Marco scoppiò a ridere.

Da lì iniziò tutto.

Ogni martedì, quando la piattaforma scendeva fino al trentesimo piano, Nero era già in postazione. Non importava quanto dormisse profondamente: qualcosa in lui sapeva lora esatta.

Si sedeva accanto al vetro, vibrante dattesa.

Marco giocava con lui come se non esistesse nessun altro. Muoveva la spazzola avanti e indietro, faceva smorfie, disegnava cerchi, cuoricini, piccole figure. Nero seguiva ogni movimento con una serietà quasi buffa, saltava, si allungava, si arrampicava contro il vetro fino a rimanere ritto sul posteriore.

Per dieci minuti, Milano spariva.

Per Marco quei dieci minuti erano una boa, un appiglio. Aveva perso la moglie anni addietro in un incidente stupido, la vita da allora era andata avanti ordinata ma vuota. Il gatto forse non lo capiva, ma ogni settimana lo tirava fuori dal buio.

Ci vediamo martedì prossimo, diceva sempre Marco andandosene.

Nero non capiva il futuro, ma riconosceva la costanza.

Un martedì, Marco non arrivò.

Nero aspettò.

Più presto del solito si mise davanti alla finestra. Camminava su e giù, miagolava sommesso, agitato. Quando una piattaforma diversa scese lungo il palazzo, al suo cuore di gatto parve di precipitare.

Corse al vetro.

Ma non era Marco.

Era un altro uomo, più giovane, serio, lo sguardo concentrato. Non guardò dentro, non sorrise, solo pulì e proseguì.

Nero rimase immobile, poi si allontanò con la coda bassa.

Quel martedì il sole continuò a splendere, ma qualcosa si era spezzato.

Marco mancò per sei mesi.

Non fu una scelta, ma una lotta.

Una brutta infezione lo portò in ospedale prima giorni, poi settimane. Ci furono momenti in cui i dottori dubitarono. Marco trascorse notti intere fissando il soffitto, pensava a cose minuscole che mai aveva creduto importanti: il profumo del detergente, il vento a trenta piani daltezza, un gatto nero che lo fissava come se lui contasse davvero qualcosa.

Ma sopravviverò? si chiedeva.
E se sì… perché?

Intanto, al trentesimo piano, Nero smise di aspettare davanti al vetro.

Non perché avesse dimenticato.

Ma perché aveva capito che aspettare fa male.

Dormiva di più, giocava di meno. Andrea notò il cambiamento, ma non seppe spiegarselo.

Forse sta invecchiando, pensò.

Ma Nero stava solo facendo il lutto.

Quando finalmente Marco si riprese, tornò al lavoro ancora pallido, debole, il respiro corto. Il capo gli suggerì di prendersi altro tempo.

Devo tornare, rispose Marco. Anche solo un giorno.

Quel martedì, salì sulla piattaforma con le mani che tremavano.

E se non lo riconosce più? pensava. E se si sono trasferiti?

Arrivato al trentesimo piano, lappartamento taceva. Nero dormiva sul divano, raggomitolato in una palla nera perfetta.

Marco bussò piano sul vetro.

Toc.

Nero sollevò la testa di scatto.

Gli occhi si spalancarono come se avesse visto un fantasma.

E allora corse.

Si gettò contro la finestra, miagolò così forte che Marco lo sentì attraverso il doppio vetro. Strusciava il muso contro il cristallo, ronfando come mai prima.

Marco scoppiò in lacrime.

Appoggiò la mano sul vetro.

Nero posò la zampetta esattamente lì.

Andrea scattò una foto senza pensarci troppo.

La pubblicò sui social con una frase semplice:
Dopo sei mesi, il mio gatto ha rivisto il suo migliore amico.

La foto divenne virale.

Migliaia di persone condivisero la storia, lasciarono commenti, piansero. Ricordarono qualcuno che avevano perso. Qualcuno che li aveva aspettati.

Marco e Nero divennero il simbolo di qualcosa che nessuno sapeva dire ma tutti capivano.

Che laffetto non ha bisogno di parole.
Che lamicizia non conosce specie.
Che il vetro, laltezza, il tempo a volte non separano affatto.

Qualche giorno dopo, Andrea ricevette un messaggio privato.

Era Marco.

Gli raccontò la sua storia. Lospedale. Linfezione. La depressione silenziosa.

Non so se sarei riuscito ad alzarmi dal letto, se non avessi pensato a quel gatto, scrisse. Avevo bisogno di sapere che qualcuno mi aspettava.

Andrea lesse il messaggio con le lacrime agli occhi.

Quella sera guardò Nero dormire e capì qualcosa che non aveva mai considerato:

Nero non aveva aspettato Marco.

Laveva sostenuto.

Marco continuò a lavare finestre.
Nero continuò a vivere al trentesimo piano.

Ogni martedì, per dieci minuti, il mondo si fermava.

E seppure non poterono mai toccarsi davvero, sapevano qualcosa che milioni di persone dimenticano:

La vicinanza non fa lamicizia.
La presenza, sì.

Perché certi legami non si spezzano.

Né per il tempo.
Né per laltezza.
Né per il vetro.

E così ho imparato che a volte non siamo noi ad aspettare, ma a tenere in piedi chi pensavamo lontanoe che un martedì qualunque può riempire una vita intera.

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