IL REGALO DI ASIA

Oggi, mentre il buio della notte si stava sgretolando, la mia Luna non ha smesso di ululare per tutta lintera notte, impedendomi di riposare nemmeno un minuto. Quando questa mattina ho aperto la cuccia, mi sono fermata di colpo, il cuore che batteva allimpazzata.

Fu una notte furiosa, quasi come se la natura avesse scaricato su di noi tutta la sua rabbia. La pioggia scrosciava dal cielo, sembrava volesse lavare via ogni ingiustizia, ogni dimenticanza. I lampi squarciavano loscurità, accecanti, e il tuono ruggiva così forte che credevo la terra tremasse sotto ogni colpo. Gli alberi sembravano animarsi, i rami sbattevano contro le recinzioni, lacqua invase i cortili trasformandoli in laghi. Sembrava che il mondo fosse caduto nel caos, senza alcuna certezza su cosa sarebbe accaduto al mattino.

Quando però i primi raggi del sole si insinuarono tra le tende, tutto il tumulto svanì. Nessuna traccia della tempesta, né il ricordo di quel temporale. Il cielo si aprì di un azzurro limpido, come appena lavato, e laria era fresca, profumata di terra bagnata e di verde appena risvegliato. Mi sono stirata, ancora scossa dal sonno agitato, e sono uscita sul portico di casa nostra a Firenze, inspirando a pieni polmoni quellessenza mattutina. Era come se la natura fosse rinata e avesse infuso nuova vita in ogni cosa intorno a me.

Nel mio ricordo però è tornato un attimo strano: nella furia della notte, la mia fedele compagna, la piccola Luna, aveva iniziato a ululare in modo lamentoso, non a latrare né a ringhiare, ma proprio a ululare, come se percepisse un pericolo imminente. Allora non gli ho dato importanza, pensando che il tuono lavesse spaventata o che avesse sentito qualcosa. Ma ora, guardando il cortile, una preoccupazione improvvisa ha invaso il mio cuore.

Luna di solito mi aspettava al portico, scodinzolando, saltellando, coccolandosi. Oggi era diversa: giaceva dentro la cuccia, senza fretta di uscire. Il mio cuore si è stretto. Potrebbe essersi ferita per la tempesta? ho pensato. Il fulmine è stato così forte da poterla colpire. Mi sono avvicinata piano, lanciandole un richiamo dolce:
Luna, tesoro, tutto bene?

Dal buio della cuccia è emersa lentamente una testa con occhi tristi e vigili. Luna non è sbucata né è saltata come al solito. Stava lì, le orecchie piegate, fissandomi con una tristezza strana, quasi a custodire qualcosa di molto importante.

Che succede, piccola? sussurrai, sentendo un brivido percorrermi la schiena.

Sono tornata in casa, ho preso un coltello e ho affettato qualche pezzo succoso di salame, il suo snack preferito. Forse ha fame? ho pensato, ma anche lodore della carne non lha mossa. Luna rimaneva immobile, come se non avesse più forze o, forse, un istinto materno antico limpedisse di abbandonare ciò che celava nella profondità della cuccia.

Una sensazione di allarme mi ha pervaso. Luna non si era mai comportata così, neanche nella più violenta delle burrasche correva sempre verso di me per cercare protezione. Ora, al contrario, si ritirava, difendendo il suo piccolo spazio. È malata? È stata morsa da un serpente? O forse è affetta da qualche malattia? mi sono chiesta, senza perdere tempo, ho preso il telefono e ho chiamato il veterinario Leonardo Bianchi, amico di molti anni. Mi ha assicurato che sarebbe arrivato subito.

Ventiquattro minuti dopo, nella nostra strada è arrivata una macchina ben tenuta. È sceso un uomo alto, capelli grigi, occhiali e una cartella nera in mano. Leonardo non era solo un veterinario, ma quasi un guaritore, capace di percepire il dolore degli animali come se ne sentisse il grido silenzioso.

Allora, che ci facciamo? ha chiesto, osservandomi.

Gli ho raccontato brevemente il comportamento strano di Luna. Si è avvicinato alla cuccia, si è seduto ai suoi piedi e, con voce dolce, ha chiamato:
Luna, piccolina, vieni fuori. Fidati di me.

Ma Luna ha solo ringhiato sommessamente, incollata al muro. Non era mai stata così aggressiva con chi conosceva. Era inquietante.

Qualcosa non va ha borbottato Leonardo. Prima correva verso di me come verso una madre. Cosè successo?

Temo che sia malata ho detto, la voce tremante.

Potrebbe essere una zecca? O qualcosa che lha morsa? ha riflettuto. Dobbiamo tirarla fuori e controllarla.

Ho avvicinato la cuccia, afferrato delicatamente il collare di Luna. Non opponeva resistenza, ma non si affrettava a uscire. Quando è divenuto chiaro che non poteva più stare dentro, Luna, con evidente irritazione, è uscita lentamente, guardandosi indietro più volte.

Cè qualcosa che si muove laggiù! ha esclamato Leonardo, guardando dentro.

Mi sono avvicinata di corsa e mi sono fermata, senza fiato. Nel profondo della cuccia, accovacciato su una vecchia coperta, giaceva un piccolo bambino. Dormiva stringendo a sé una bambola sporca. Il viso era pallido, gli occhi pieni di lacrime, i vestiti strappati e bagnati; ai piedi non cerano scarpe. Sembrava abbandonato, perso tra realtà e incubo.

Cosè questo? ha sussurrato Leonardo, incredulo.

Non è un cosa, è una persona! ho esalato. È un bambino! Non posso estrarlo da sola aiutatemi!

Subito, subito ha risposto Leonardo, sistemando gli occhiali e guardando attentamente dentro. Luna ha di nuovo ringhiato, ma lho rassicurata:
Sta bene, Luna. Non faremo del male a nessuno. Sei una buona ragazza, hai salvato il piccolo.

Lui ha portato il cucciolo fuori, lo ha preso delicatamente tra le braccia. Il bambino si è svegliato, si è strofinato gli occhi, ha guardato intorno spaventato e ha iniziato a piangere silenziosamente. Lho preso in braccio; era leggero come una piuma, come se non avesse mangiato da molto tempo. Indossava una maglietta sporca, i pantaloni strappati, le gambe segnate da graffi.

Chi sei, piccolo? ho chiesto a bassa voce.

Non ha risposto, solo guardandomi con occhi grandi e terrorizzati, come in attesa di una punizione.

Chiamerò la polizia ho detto, dirigendomi verso la porta. Un bambino così non può restare solo. Lo stanno cercando.

Leonardo però mi ha fermata:
Aspetta. Conosco quel bambino. È Romolo, figlio di Oksana Oksana la rapinatrice.

Il nome Oksana mi ha colto di sorpresa. Era la ragazza della nostra scuola, una volta allegra e spensierata, poi caduta in una spirale di criminalità, alcol, furti, truffe. Dopo il suo primo processo, aveva avuto una seconda condanna per rapina al postino e per aver rubato i risparmi degli anziani. In prigione aveva avuto Romolo, poi lo aveva affidato a una casa di accoglienza. Recentemente era stata liberata, aveva ripreso il figlio dallorfanotrofio, ma non per amore, bensì per dimostrare al mondo che anche io sono madre.

Ma lhanno rilasciata? ho chiesto.

Sì, poco fa. Lha preso dallinternato, ma non per prendersi cura di lui, piuttosto per mostrare una facciata di maternità. In realtà, spesso lo lascia solo, dorme, lo abbandona. Un bambino così, a quasi cinque anni, non parla, non conosce la parola casa, famiglia, affetto.

Il dolore e la rabbia mi hanno invaso. Ho ricordato i miei sogni di maternità, le due volte in cui avevo sperato e perso un piccolo. I medici non riuscivano a spiegare la causa delle tragedie, sempre come un colpo al cuore. Ora, davanti a me, cera un bambino vivo, tremante, gettato via come spazzatura.

Lo terrò con me, finché non troviamo una sistemazione ho detto, decisa. Lo nutrirò, lo riscalderò, lo laverò. Poi lo porterò da Oksana, così potrà vedere cosa fa con il suo stesso figlio.

Ho preso acqua calda, un asciugamano morbido, sapone per bambini e ho lavato Romolo con una cura che sembrava quella per un figlio mio. Lho avvolto nella mia maglietta, poi in una coperta, e lho messo a tavola. Mangiava in silenzio, rapido, come se temesse che gli portassero via il cibo.

Nel frattempo è entrato in casa Andrea, mio marito, alto, forte, con occhi gentili.
Tesoro, volevi qualcosa? Ho portato del pane ha esitato. E chi è questo?

È Romolo, il figlio di Oksana. Lho trovato nella cuccia di Luna.

Andrea lo ha guardato, poi me, sapendo quanto desiderassi un bambino. Ha capito il mio dolore, il vuoto che sentivo ogni volta che vedevo un piccolo.

Capisco. Che cosa ci serve? ha chiesto.

Compra scarpe e vestiti. Tutto nuovo. ho risposto.

Andrea non ha più fatto domande, è uscito, è tornato dopo unora con sacchi pieni di scarpe, vestiti e persino una macchinina rossa lucente. Romolo ha sorriso per la prima volta da tanto tempo.

Quando si è addormentato, mi ha sussurrato:
Non voglio andare da mia madre

Dormi, piccolo, ho detto. Nessuno ti porterà via.

Andrea mi ha abbracciata.
Non lo vuole, lo capisco anchio.

Andrò da Oksana, scopriremo che sta succedendo. ho deciso.

La casa di Oksana era semidistrutta, finestre rotte, odore di birra, tabacco e disperazione. Dentro era buio, sporco, vuoto. Quando sono entrata, la gola si è riempita di fumo.
Chi è lì? è uscito un grugnito rauco. Cè Bianca?

Oksana, sono Alessandra, la tua compagna di scuola. ho risposto.

Non ti riconosco perché sei qui?

Ho il tuo figlio. Lho trovato nella cuccia. Era senza scarpe, affamato, spaventato.

E allora? Che lo lasci lì a girovagare?

Sei una madre! Come puoi dirlo così?

E chi sei tu per dirmi cosa fare? ha urlato Oksana, furiosa. Restituisci mio figlio! Se non lo fai, ti do una frusta!

Non tornerà da te, le ho detto, guardandola dritto negli occhi. Chiamerò la polizia. Un bambino non deve crescere in quel inferno.

Oksana ha esitato, poi ha abbassato la voce.
Aspetta non serve la polizia è solo lui, il mio sangue

Allora rimetti a posto la casa, vivi decentemente, e poi ne parleremo.

Una settimana è passata. Nessuno è venuto. Al mio ritorno, ho trovato Oksana a letto, senza segni di vita, colpita da un colpo darresto. Alessandra e Andrea lhanno seppellita. Dopo questa triste perdita, abbiamo deciso di adottare Romolo come nostro figlio.

Dopo mesi di controlli, interviste, analisi, i servizi sociali hanno dato il via libera. Romolo è diventato nostro figlio.

Sono passati due anni. La primavera è di nuovo in fiore. Romolo corre nel cortile, ormai più grande, ride e gioca con i cuccioli di Luna, la stessa cagnolina che quella notte tempestosa lo ha salvato.

Attento, figlio! grido io.

Niente, i figli adornano luomo! ride Andrea, aggiustando il berretto sulla nostra piccola Daria, nata un anno fa.

La bambina sorride, balbetta nella sua lingua di bimbi, osservando il fratellino. In quel momento la felicità sembra completa. Siamo una famiglia, non solo di sangue, ma di cuori, di scelte, di amore.

Questa è la storia di umanità, di misericordia e di amore che ha cambiato le nostre vite.

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