La madre varca per la prima volta la maestosa villa a otto piani di suo figlio, ma una sola frase de…

La madre entrò per la prima volta nella sontuosa dimora di otto piani di suo figlio, ma una sola frase della nuora le fece versare lacrime e tornare al borgo nella notte più fitta. Figlio mio, ti voglio bene, ma non appartengo a questo luogo.

Nonna Elena viveva in una modesta capanna di paglia ai margini del fiume Po, in una piccola frazione dellUmbria, dove i grilli cantavano al crepuscolo e lacqua mormorava tra le canne. Alletà di settantatré si alzava ancora prima dellalba per irrigare il suo orticello di peperoni e pomodori, e nutriva le poche galline rimaste. La sua vita era semplice e solitaria, ma colma di ricordi che la tenevano viva.

Il suo consorte, il defunto Matteo, era scomparso decenni prima, e lunico figlio, Dario, era tutto quello che aveva al mondo. Dario era stato un ragazzino brillante e laborioso, lorgoglio del villaggio. Quando, con una borsa di studio, si trasferì a Roma per luniversità, tutti dissero che avrebbe fatto grandi cose. Fece così tanto, che si perse nel frastuono della città.

Per dieci lunghi anni Nonna Elena ricevette solo qualche telefonata natalizia e qualche sporadico bonifico in euro, che raramente apriva. Il resto la sapeva dalle chiacchiere del paese:
Dicono che Dario ora è un imprenditore, lo sapevi?
Abita in una casa enorme, di quelle che appaiono sui magazine.
Ha macchine di ultima generazione, immaginalo!

Elena sorrideva e rispondeva sempre allo stesso modo:
Con questo mi basta. Che stia bene.

Ma ogni sera, prima di spegnere la sua lampada a olio, prendeva la vecchia foto di Dario a otto anni, ricoperto di fango ma con il sorriso sulle labbra, e la baciava dolcemente.

Un giorno, mentre una leggera pioggerellina bagnava i campi, un SUV nero, lucente come una bestia urbana, si fermò davanti alla capanna. Ne scese Dario, irriconoscibile: indossava un completo sartoriale, un orologio che valeva più del suo orto, e i capelli impeccabilmente pettinati. Ma i suoi occhi
Quegli occhi erano spenti.

Mamma disse con voce incrinata, inginocchiandosi davanti a lei Perdona, non avrei dovuto lasciarti qui. Voglio portarti a vivere con me, nella mia casa. È grande, comoda meriti di riposare.

Elena sentì le lacrime scorrere senza potersi fermare.
Ah, figlio mio non ti ho mai chiesto nulla
Proprio per questo, mamma aggiunse lui, stringendole le mani Partiamo oggi. Subito!

Dario insistette così tanto da convincerla. Raccolse tre cambi di vestiti, la vecchia foto e una piccola scatola di legno con le ultime lettere di Matteo.

Durante il viaggio verso Roma, Elena guardava fuori dal finestrino come una bambina smarrita: luci, grattacieli, rumore incessante un mondo più estraneo che mai.

La dimora di Dario nel quartiere Parioli era un mostro di lusso: otto piani, vetrate infinite e un atrio che pareva uscito da un museo. Ma il lusso non impressionò Elena quanto lo sguardo gelido di Margherita, la nuora.

Alta, elegante, trucco perfetto ma con unespressione che non celava nulla.
Nessuna gioia.
Nessun benvenuto.
Solo una tolleranza scomoda.

La prima cena fu un silenzio prolungato. Margherita a malapena alzò gli occhi dal cellulare. Dario parlava di contratti, clienti, viaggi, ma ogni volta che la moglie lo fissava, tacque. Cera qualcosa di strano, di oscuro.

Elena sentì un nodo allo stomaco.
Quello non era il Dario che aveva cresciuto.

Dopo cena, mentre Dario gestiva una videochiamata di emergenza, Margherita si avvicinò inaspettata. Camminava a passi leggeri, misurati, come una pantera in un salone di lusso. Si fermò proprio di fronte a Elena.

Il suo volto, illuminato dalle luci calde del salone, era bello.
Ma la sua voce
Era un ghiaccio affilato.

Mi scusi, signora Elena disse con un sorriso tanto fasullo da far male Devo farle una domanda.

Elena, ingenua, sorrise a sua volta.
Certo, figliola. Dimmi.

Margherita inclinò la testa, come se valutasse un prodotto difettoso. Poi, con tono perfettamente neutro, pronunciò:

Elena avvertì un colpo al petto.
Non fu una domanda.
Fu una condanna.

Margherita continuò, senza pietà:
Dario non può sostenere ulteriori spese. Ha già abbastanza. Io voglio solo sapere quanto tempo intende restare per organizzarci.

La parola organizzarci cadde come veleno.
Come se la presenza di una madre anziana fosse un problema logistico.
Un ostacolo.

E così Elena comprese una verità terribile:
Non era stata invitata a vivere lì.
Era stata tollerata.
A malapena.

Dario, il suo ragazzo, il bambino che correva scalzo nei campi era ora sotto una pressione, forse manipolato. Lo vide negli occhi durante la cena.
Voleva averla vicina.
Ma Margherita no.

In quella casa, era evidente chi teneva le redini.

Quella notte Elena non chiuse occhio. Girò per la gigantesca dimora: piani lucenti, opere darte moderne, statue fredde non cera vita.
Né amore.
Solo apparenza.
Solo calcoli.

Quando tutto si fece silenzioso, raccolse le sue cose. Tenne la foto di Dario da bambino, la accarezzò un attimo. Poi scrisse una nota con la mano tremante degli anni:

Grazie, figlio, per avermi ricordata.
La tua casa è splendida, ma non è un focolare per una vecchia come me.
Ritorno al mio angolo di libertà, dove posso ancora respirare.
Alla mia casetta di paglia, dove so ancora chi sono.

Aprì la porta con cautela, come temesse di svegliarlo.
Guardò unultima volta limponente palazzo.
E se ne andò.
A piedi nudi.
Sola.
Ma con una pace che né marmo né oro avrebbero mai potuto dargli.

Al mattino presto Dario trovò la nota.
E qualcosa si spezzò dentro di lui.

Uscì di corsa per la strada, disperato, chiamando sua madre come faceva da bambino.
Ma Elena era già lontana, diretta al villaggio, il capo alto e il cuore libero.

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