Ho ceduto il mio appartamento a mia figlia e a suo marito. Ora dormo su una brandina in cucina.

Ho ceduto il mio appartamento a mia figlia Giulia e a mio genero Lorenzo. Ora dormo su una branda pieghevole in cucina.

Steso sul lettino che cigola a ogni movimento, ascoltavo le loro risate oltre la parete. La televisione a tutto volume, bicchieri che tintinnavano di sicuro avevano aperto unaltra bottiglia di vino. E io ero lì, in cucina, circondato da pentole e dal profumo della minestrina del giorno prima.

Avevo quasi paura a girarmi dallaltro lato. Meglio non fare rumore. Non volevo che venissero a dirmi che davo fastidio. In fondo facevo il possibile per non incrociarli mi svegliavo presto, uscivo di casa e tornavo la sera tardi. La sera, loro erano sempre in salotto. Per andare in cucina dovevo obbligatoriamente attraversare il soggiorno. Era sempre un momento spiacevole.

Ho sessantaquattro anni. Ho passato tutta la vita a insegnare a scuola. Ho cresciuto mia figlia da solo sua madre se nera andata quando Giulia era ancora piccola. Lappartamento lavevo avuto grazie a un alloggio popolare durante gli anni Ottanta, poi lavevo riscattato. Un bilocale in un buon quartiere di Milano, vicino alla metropolitana. La mia casa. Tutta la mia vita era lì dentro.

Quando Giulia si è sposata, non avevano dove andare a vivere. Gli affitti erano alti, gli spazi stretti, i vicini rumorosi. Lei si lamentava che quel posto non era adatto per crescere un bambino. Così, presi una decisione che mi sembrava giusta.

Gli ho regalato lappartamento.

Non lho lasciato in eredità, non glielho dato in comodato. Glielho proprio donato, con un atto ufficiale, una firma. Convinto che siamo famiglia. Pensavo: vivremo insieme, potrò aiutarli, stare vicino a loro e ai miei futuri nipoti.

Allinizio sembrava andare bene. Pranzavamo insieme, parlavamo. Quasi una vera famiglia.

Poi, qualcosa è cambiato. Non saprei dire quando, esattamente.

Un giorno mi hanno detto che avevano bisogno della mia stanza. Doveva diventare uno studio; Lorenzo lavorava da casa. Per me, in via provvisoria, ci sarebbe stata la cucina.

Sono quattro mesi che questo provvisorio va avanti.

Ne ho parlato. Ho spiegato che mi fa male la schiena, che qui fa freddo, che non sono più giovane. Che è dura. La risposta era sempre la stessa: Abbi un po di pazienza.

La pazienza si è prolungata. Nella mia ex stanza sono arrivati mobili costosi, un nuovo computer, una bella poltrona. E io, la sera, contavo nella testa quante volte il letto avrebbe cigolato se mi girassi.

Ho iniziato a sentirmi di troppo. Non più a casa mia, ma in una casa estranea. Quella che un tempo era mia.

Una sera, ho sentito per caso una loro conversazione. Non si erano accorti che li stavo ascoltando. Parlavano di me. Di quanto dessi fastidio. Di come non fosse previsto che restassi a vivere con loro per sempre. Di affitto. Di casa di riposo.

Lì ho capito.

Ho cresciuto mia figlia. Le ho dato tutto. E sono diventato il terzo incomodo.

Sono uscito. Ho camminato a lungo senza meta, dentro il freddo della notte. Pensavo. Sono tornato tardi e mi sono rimesso in silenzio sul mio lettino.

Il giorno dopo ho chiesto di parlare. Una vera conversazione.

Ho detto che non chiedo molto. Solo una stanza. Un letto vero. Solo di poter vivere senza sentirmi un ospite scomodo in casa mia. Solo un po di umanità.

Ho ricordato a Giulia che quella casa lavevo donata non a degli estranei, ma alla mia famiglia. E che certo non lavevo fatto per ritrovarmi a dormire tra il forno e il frigorifero.

E, per la prima volta, mi hanno ascoltato davvero.

Non tutto si è sistemato subito. Cè stata tensione. Cè stato silenzio. Ma la mia stanza mi è stata restituita. Il lettino pieghevole è sparito. Ho ripreso a dormire su un vero materasso. Il mal di schiena è passato.

Ho imparato qualcosa di importante.

Aiutare i figli è amore.

Dare tutto, però, è annientare se stessi.

Non si deve mai regalare la propria vita, neppure alle persone che si amano di più. Perché se resti senza niente, è troppo facile diventare di troppo.

E voi, cosa ne pensate? È giusto che un genitore si sacrifichi completamente per i figli, oppure esiste un limite oltre cui si perde la dignità?

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