Servizio per sua madre
Matteo, capisco tutto, ma io non mi sono iscritta come cuoca per tua madre, ho sibilato a bassa voce, mettendo una lattina di piselli nella cesta. Ho solo voglia di mollare tutto, salire in macchina e tornare a casa. Mi avevi promesso una serata familiare tranquilla in tre, e invece stiamo cucinando per una compagnia di parenti, mentre tua madre sta seduta! Ma ti sembra normale?
Matteo ha abbassato la testa, fingendo di essere molto interessato agli ingredienti di surimi. Sembrava un cane rimproverato, colpevole.
Silvia, abbassa la voce, la gente ci osserva… ha mormorato, cercando di afferrarmi il gomito, ma io ho ritratto il braccio bruscamente. Non ha calcolato bene le sue forze mia madre, capita a tutti. Compriamo quello che manca, torniamo indietro e finiamo questi insalata. Ti chiedo solo di avere un po di pazienza, per me e per la festa.
Non ha calcolato, che espressione delicata.
Mi sono morsa i denti, furiosa. Io invece sapevo benissimo che la suocera aveva calcolato tutto alla perfezione.
Tutto era iniziato una settimana fa, con una telefonata. Rosa Maria mi ha chiamato per augurarci Buon Anno e allimprovviso ha deciso di invitarci a casa sua.
Cari miei, cinguettava la suocera con una voce talmente dolce che ti poteva venire il diabete. Venite da me per Natale, vi prego! Mi mancate. Passeremo del tempo insieme, ricorderemo i vecchi tempi, parleremo un po’. Sono così sola fra queste quattro mura.
Ho subito sentito odore di bruciato. Queste tranquille serate di famiglia da Rosa Maria finivano sempre nello stesso modo: interrogatorio incalzante sul tema nipoti.
La prima volta che Rosa Maria ne parlò, io e Matteo non eravamo neppure sposati.
Silvia, hai pensato ai bambini? mi chiese, appena siamo rimaste sole.
Mi ha preso alla sprovvista.
Beh ho iniziato incerta, cercando una risposta Vorrei dei figli, ma non adesso. Con Matteo ci stiamo ancora frequentando.
Uff, Silvia, il matrimonio non è ostacolo ai bambini, ha detto Rosa Maria agitando la mano. Ma il tempo vola Lorologio biologico ticchetta, non stai ringiovanendo. Io nemmeno rischio di morire senza vedere miei nipoti.
Allinizio mi rifugiavo nelle battute, poi ho iniziato a rispondere seccamente. Alla fine, senza accorgermene, ho cominciato a evitare la suocera, per salvaguardare la mia salute mentale.
E così avevamo solo un rapporto freddo e distante. Avrei preferito continuare così, ma Matteo era troppo buono per dire di no alla madre.
Dai, Silvia, andiamo mi implorava, guardandomi negli occhi. Lei è anziana, è davvero sola. Solo una volta, te lo chiedo per me. Per favore.
Mat, io non ti trattengo, vai pure. Sai che non festeggio il Natale.
Pensala come una cena familiare normale, non come un’occasione religiosa, insisteva lui. Mamma vuole migliorare il rapporto con te. Siamo una famiglia
Ho resistito a lungo, ma alla fine ho accettato, sperando in una serata di cortesia con torta e tè. Quanto mi sbagliavo.
Tutto si è complicato già il giorno prima. Rosa Maria pretendeva che arrivassimo alle otto del mattino, per stare insieme il più possibile. Io ero assolutamente contraria: volevo dormire almeno nei giorni di festa. Dopo un acceso scambio, sono riuscita ad ottenere una deroga fino alle dieci.
E così, assonnati, varcammo la soglia della sua casa e niente: nessun profumo di arrosto, nessun sfrigolio dolio. Lei stessa ci accoglieva in vestaglia macchiata e riccioli.
Finalmente! Vi siete fatti attendere! esclamò Rosa Maria invece del saluto. Sono le undici meno un quarto! Gli ospiti stanno per arrivare e qui non cè nulla pronto. Dovevate arrivare prima! Adesso mi aiutate.
Sono rimasta impietrita, col cappotto ancora in mano.
Quali ospiti? ho chiesto confusa.
Eh, come quali… La cugina Lucia e Enrico sono di passaggio da Firenze, era peccato non invitarli. La zia Anna del terzo piano viene a fare un saluto. Anche mia nipote ha promesso di venire… Non potevo cacciarli, giusto? Ecco, basta parlare, in cucina, manca il tempo!
E lì ho capito tutto: non eravamo stati invitati come ospiti, ma come mano dopera gratuita.
La festa si è trasformata in un incubo. Rosa Maria è passata subito dal ruolo di padrona di casa a quello di comandante in capo, armata di straccio per la scena, distribuendo istruzioni più che cucinare. Inoltre, anche con la spesa era andata male: mancava qualcosa, aveva dimenticato altro, quindi ci ha spedito al supermercato con la lista.
Ho davvero rischiato di scappare, ma ho resistito per Matteo.
Alla fine ciascuno è tornato al proprio posto di lavoro: io alla tavola da taglio, Matteo alla ciotola di patate. Altro che atmosfera festiva! Era solo una tabella di mansioni. Abbiamo lavorato col sudore per cinque ore, senza sosta.
Verso le quattro gli ospiti hanno iniziato ad arrivare. Tutti profumati, allegri, vestiti di tutto punto. Io e Matteo invece eravamo sudati, con magliette macchiate, affaticati. Alla tavola ci siamo trascinati allultimo, stremati. Avevamo più voglia di sparire che di festeggiare.
Intanto Rosa Maria era riuscita a mettersi un vestito carino e a truccarsi. Seduta a capotavola, riceveva complimenti.
Rosa, come sempre Che padrona di casa! Hai preparato tutto da sola! si complimentava una donna che non avevo mai visto, mettendosi nel piatto uninsalata che avevo tagliato io.
Si fa quel che si può, tutto per gli ospiti! rispose la suocera, sorridente.
E ovviamente a un certo punto Rosa Maria ha ripreso il suo mantra sui figli: ha preso il calice e fatto un brindisi pieno di moralismi sullorologio biologico. Se non fosse stato per Matteo, che mi ha pizzicato il ginocchio sotto il tavolo, avrei rovesciato la ciotola di insalata.
È stata lultima volta, ho detto secca a Matteo, mentre tornavamo a casa la sera. Io non metterò piede a casa di tua madre mai più. Tu aiutatela pure, sbattiti pure, ma da solo. Io basta.
Matteo non ha nemmeno provato a discutere. Ha annuito e basta.
Sono passati tre mesi. La schiena non mi faceva più male da quellinfausta giornata, ma la sensazione era rimasta. Così, quando allinizio di marzo Matteo mi disse che sua madre ci aspettava di nuovo, mi sono serrata la mascella.
Ci invita per lOtto Marzo. Dice che saremo solo noi tre. Magari passa la zia Livia per un saluto, ma solo per poco, ha detto Matteo, e, vedendo il mio sguardo, ha aggiunto in fretta. Ma non ti obbligo, eh. Ti avviso e basta.
Si aspettava urla, rimproveri per la festa rovinata. Invece io ho guardato fuori dalla finestra e poi…
Va bene. Avvisa tua madre che arriveremo.
Silvia Sul serio? Avevi detto
Ricordo bene cosa ho detto. Se rifiuto, lei ricomincerà a chiamarci ogni giorno, lamentarsi e pressarci come laltra volta. Voglio che smetta di invitarci e di piangere e di far leva sulla pietà. Ascolta fidati di me, se non vuoi ritrovarti ancora a sudare davanti ai fornelli.
Matteo ha distolto lo sguardo. Ha scelto di non chiedere dettagli…
LOtto Marzo, a sorpresa, non è iniziato con sveglie e agitazione. Matteo ed io eravamo ancora a letto, guardavamo una serie stupida e mangiavamo gelato sotto le coperte. Niente preparativi, niente trucco, niente ricerca della camicia giusta.
A mezzogiorno Rosa Maria ci ha chiamato, agitata.
Pronto, Rosa Maria? Non ci crederà Siamo appena svegli ho detto con finto rimorso. Ieri siamo rimasti fuori fino a tardi con amici, abbiamo dormito troppo.
Ma come, Silvia? Io vi aspetto! ha risposto, scontenta. Su, muovetevi. Il tacchino si sta raffreddando!
Non si preoccupi! Unora, massimo unora e mezza e siamo da lei! ho promesso chiudendo la chiamata, tornando alla serie tv.
Matteo mi guardava nervoso, ma preferiva il letto caldo a una giornata da schiavi in cucina.
Alluna è squillato di nuovo il telefono. Questa volta ho fatto passare qualche secondo.
Siamo quasi in partenza, Rosa Maria! Chiameremo un taxi e voliamo da lei, ho cantilenato, senza scendere dal letto.
Unora dopo, ho cambiato sceneggiatura.
Cè stato un tamponamento fra una macchina e un autobus, tutta la strada è bloccata ho annunciato a Rosa Maria abbassando il volume del televisore. Una brutta coda. Ma penso che presto si smuoverà tutto.
Verso le tre e mezza Rosa Maria ha perso la pazienza.
Ma dove siete?! ha urlato, ormai senza il tono zuccherato di stamattina. È unora che vi aspetto! Sareste arrivati prima a piedi!
E sentivo nettamente in sottofondo voci e risate. Ho aguzzato le orecchie.
Rosa Maria, non è sola, vero? ho chiesto diretta.
Sola, non sola che importa? ha risposto infastidita. Dei parenti sono venuti a fare gli auguri. Che dovevo fare, lasciarli fuori? Allora, mi arrivate o no? Sono stanca, non ce la faccio più da sola!
Ecco. Rosa Maria aspettava di nuovo i suoi servizi gratuiti, ma questa volta i piani erano saltati, toccava a lei cucinare.
Rosa Maria, non verremo ho detto pacata.
Che?!
Sono stata male, forse mi sono sentita poco bene per strada. Torniamo a casa.
Sul momento silenzio, poi lo sfogo.
Ma come osi? Ingrata! Sono stata tutto il giorno ai fornelli, per chi?! Per chi?! gridava la suocera Lo fai apposta! Ti piace tormentarmi! E se mi prende un colpo? Matteo! Dammi Matteo!
Matteo ascoltava tutto, ma non si muoveva. Abbassava solo lo sguardo. Ho chiuso la chiamata e spento il telefono.
Ecco, come previsto ho detto a Matteo. Cerano di nuovo tanti ospiti. Ci aspettavano per servire la tavolata. Che se la arrangi da sola.
La sera siamo andati dai miei.
La differenza era tangibile. Anche qui cera confusione, ma di tuttaltro genere. Nessuno aspettava la servitù. Mia madre cercava di sistemare unenorme insalatiera, mio padre affettava pane.
Ah, i giovani sono arrivati! ha esclamato papà vedendoci. Matteo, porta qualche sedia in sala, così vi sedete.
Matteo è andato subito. Io mi sono messa accanto a mamma a preparare i piatti.
Sì, aiutavamo, ma non obbligati. Era naturale, sincero, ognuno offriva il suo contributo.
Seduta a tavola, guardavo la mamma sorridente e Matteo che chiacchierava con mio padre, e sentivo quel fastidio sciogliersi. Finalmente giustizia. È stato brutto, sì, con uno scontro, ma Rosa Maria non ci userà più come manodopera. Ora il ponte fra me e la suocera è distrutto, ma è comunque meglio che essere la domestica della festa altruiA fine serata, con le voci che si abbassavano piano e il caffè che profumava, ho visto Matteo sorridere, davvero, per la prima volta dopo mesi. Ci siamo guardati negli occhi complici, leggeri e per un momento mi è sembrato che tutto fosse a posto. Nessuna domanda, nessuna pressione, solo il calore autentico della famiglia e il rumore gentile delle tazze.
Quando siamo tornati a casa, mi sono accorta che a volte bisogna insegnare agli altri come farsi rispettare. E, forse, anche concedersi il coraggio di dire no senza sensi di colpa.
Quella notte, sotto le lenzuola, ho sentito Matteo stringermi la mano forte come se mi ringraziasse senza parole. Il messaggio era semplice: la famiglia non è obbligo, è scelta. E, finalmente, quella scelta era nostra.
Ho spento la luce, sorridendo. La libertà, a volte, ha il sapore delicato delle cose semplici: una cena vissuta davvero, senza dover essere servizio per sua madre.
E da quel giorno, ogni festa, lho attesa con serenità. Senza paura di svegliarmi presto. Senza più offerte involontarie. Solo noi liberi, insieme, come famiglia.





