“Parla pure male di tua madre quanto vuoi, ma se osi dire una sola parola su mia madre che non mi pi…

«Vai pure a sparlare male di tua madre, ma se dirai anche una sola parola sulla mia mamma che non mi piacerà, sei fuori da questo appartamento, punto! Non mi farò più prendere a palloncini da te, cara!»

«Lorenzo, scusami, per favore, se ti disturbo», disse con voce timida e quasi pentita la suocera, Marta, posizionandosi nella soglia della cucina, le mani screziate di macchie di farina incrociate davanti a sé. «La porta della mia stanza scricchiola terribilmente. Mi sono alzata nel cuore della notte per prendere dellacqua e quasi sono saltata per il rumore. Potresti ungrela quando hai un attimo? Se non è troppo, ovviamente.»

Lorenzo non alzò lo sguardo dal cellulare. Era disteso sul divano del soggiornocucina, scorrendo pigramente il feed delle notizie con il pollice. Alla richiesta della suocera rispose con un indistinto uhuh gutturale, a metà tra un sì e un lascialo stare. Marta capì di essere stata ascoltata e si ritirò subito nella sua stanza, sbattendo la porta con un lungo cigolio stridente.

Alessandra, che in quel momento puliva il piano di lavoro, si irrigidì. Latmosfera dellappartamento, già poco accogliente, divenne più pesante, come se laria fosse stata aspirata via. Per tutta la settimana in cui la madre era rimasta con loro, Lorenzo aveva assunto lespressione di chi ha un martello pneumatico che batte incessante sotto la finestra. Non alzava voci, ma il suo silenzio era più assordante di qualsiasi urlo.

Posò il cellulare sul divano con il suono di una pietra che cade. «La tua vecchia strega ora vuole dirmi cosa fare in casa», sussurrò, con una bile tanto netta da far rabbrividire Alessandra. Gira lo sguardo verso il muro, come se si rivolgesse a un compagno invisibile che potesse sostenerlo.

«Ha solo chiesto, Lorenzo», cercò di mantenere la calma, appoggiando il panno sul tavolo. «La porta scricchiola davvero così da svegliarti di notte. Volevo chiedertelo io, ma mi è sfuggito.»

«Ha chiesto», rispose con un ghigno, torcendo le labbra. «Certo, è qui a farci il centro benessere, si è accoccolata e ora detta le regole. Ungere la porta, poi che? Abbassare il volume della TV quando vuole riposare? Camminare sul filo?»

Era ingiusto e meschino. Marta si muoveva in casa come un topo: usciva solo per mangiare o andare alla clinica, altrimenti rimaneva nella sua stanza, temendo di disturbare i giovani. Aveva paura di essere un peso, si percepiva in ogni gesto, in ogni parola.

«Smettila», implorò Alessandra, sperando ancora di riportare la pace. «È venuta solo per una settimana, per degli esami. Non è per sempre».

«Per la nostra strada?», ribatté Lorenzo, gli occhi freddi di una irritazione radicata. «È lei a soffocarmi! Non riesco a rilassarmi in casa mia! Ho sempre la sensazione che qualcuno mi osservi dal muro, che odori di medicinali mi pervadano, che quel volto disapprovante non mi lasci mai in pace. Niente le va bene.»

Si alzò, andò al frigo, lo scrutò senza interesse e ne sbatté la porta.

«Una settimana di questo spettacolo, e la porta continui a scricchiolare. Magari così non verrà più nella sua tana.»

Indossò le cuffie, le mise con decisione e ricadde sul divano, sparendo nel cellulare. Era più di un litigio: un ultimatum sotto la maschera dellindifferenza. Alessandra rimase sola nella cucina, il cigolio della porta della suocera riecheggiava come un lamento funebre.

La sera si fece densa come una gelatina nera. La cena passò quasi in silenzio, rotto solo dal tintinnio di forchette. Marta mangiò velocemente il suo piatto di farro e una cotoletta di pollo, ringraziò frettolosamente e si rifugiò nella sua stanza. Il cigolio finale della porta suonò come lultimo accordo di un requiem. Alessandra e Lorenzo rimasero a tavola. Lui divorò il cibo gonfiando la mascella, dimostrando con esagerata voracità che nulla lo disturbava. Lei rosicchiò timidamente la cotoletta fredda.

«Lorenzo, dobbiamo parlare», disse Alessandra, posando la forchetta. La sua voce era calma, implorante, un ultimo tentativo di ragionare.

«Di che?», lui non alzò lo sguardo. «Ho già detto tutto questo pomeriggio. La mia posizione non è cambiata.»

«La tua posizione?», rispose lei, trattenendo un sorriso amaro. «È tormentare unanziana con silenzio e aggressività passiva? Una donna che è capitata qui per necessità? Non è una posizione, è meschinità.»

Il suo cucchiaio cadde rumorosamente sul piatto.

«Meschinità? È portare qui la signora per una settimana e fingere che nulla accada! Cammina con quel viso come se le dovessimo la vita! Oggi è la porta, domani dirà che respiro troppo forte. Non finirà mai!»

«Non ti ha detto nulla! Ha paura di uscire dalla stanza!»

«Esatto! Fa tutto in silenzio, è peggio! Mi guarda come se fossi spazzatura che ostacola la sua cara! È la sua firma: soffrire e far sentire tutti in colpa. Mia madre è la stessa. Una a una. Sempre insoddisfatta, sempre a rimproverare con uno sguardo. E sai una cosa, Alessandra? Il frutto non cade lontano dallalbero»

Non finì la frase. Alessandra si alzò lentamente, il suo volto mutò così bruscamente da far tacere Lorenzo a metà frase. Il calore svanì dai suoi occhi, lasciando due pozzi bui e inespressivi. La calma che aveva custodito si frantumò in polvere, lasciando spazio a un gelo tagliente e pericoloso.

«Cosa hai detto?», sussurrò, una voce più spettrale di un urlo.

Lorenzo, non ancora consapevole della portata del cambiamento, sorrise, un brivido freddo lo percorse. Decise di colpire mentre il ferro era ancora caldo.

«Ho detto esattamente quello che ho detto. Stai diventando la sua copia perfetta, la stessa insoddisfazione mascherata da»

Non terminò. Lei fece un passo, girò intorno al tavolo e si fermò di fronte a lui, così vicino da poter vedere una piccola cicatrice sopraccigliare. Il suo volto era simile a un marmo pallido intagliato.

«Vai pure a parlare male di tua madre quanto vuoi, ma se dirai unaltra parola sulla mia, sarai fuori da questo appartamento, sul posto. Non farò sceneggiate con te, tesoro.»

Si avvicinò ancora, gli occhi le perforavano come lame.

«Vivi qui. NEL MIO appartamento. Mangi il cibo che preparo. Dormi nel letto che ho comprato. Fino a poco tempo ti consideravo mio marito. Ora sei solo un inquilino che ha dimenticato il suo posto. Una parola di più, uno sguardo di traverso verso mia madre, e le tue cose finiranno nel vano scala. Capisci?»

Lorenzo la fissò, incapace di parlare. Il suo cervello non riusciva a elaborare quel cambiamento. La donna che pochi minuti prima implorava pace era svanita, sostituita da un estraneo spietato che, con calma assoluta, gli aveva imposto i termini della sua esistenza. Si ritirò indietro finché la schiena gli sfiorò il muro. Il potere nella casa era cambiato, definitivo.

Non rispose. Non poteva. Quelle parole non erano solo minacce, erano una realtà gelida e definitiva. Tutto il suo ardore, tutta la sua finta autorità svanì come oro dargento, lasciandolo confuso e umiliato. Guardò Alessandra; nei suoi occhi non c’era né rabbia né dolore, né odio. Solo un vuoto glaciale, la freddezza di chi ha cancellato laltro dalla propria vita e ora ne gestisce le formalità.

Si allontanò lentamente, tornando a sedersi sulla sedia da cui era saltato. Alessandra, senza voltarsi, riprese i piatti, li portò al lavandino e li mise nella rastrelliera. Accese il rubinetto; lacqua calda fischiava sui piatti sporchi. Prese una spugna, ne strinse una goccia di detersivo e iniziò a pulire con cerchi regolari. Il fruscio della spugna sulla ceramica, il fluire dellacqua, divennero urla assordanti nel nuovo silenzio. Era una dichiarazione: la discussione era finita, la vita la sua vita sarebbe continuata alle sue regole.

Lorenzo rimase immobile, fissando la schiena di sua moglie. Sentiva il suo stesso sé, uomo e capofamiglia, schiacciato contro il linoleum della cucina. Aveva sempre creduto che quellappartamento fosse suo. Certo, era rimasto in eredità dalla nonna di Alessandra, ma viveva lì, dormiva nel letto, era suo marito, dopo tutto. Ora era solo un ospite, un invitato il cui diritto a stare era stato messo in dubbio.

Alessandra asciugò le mani, posò i piatti asciutti nella rastrelliera, poi passò accanto a lui senza uno sguardo e si diresse verso la camera da letto. Dopo pochi minuti tornò con una coperta e un cuscino, posandoli silenziosamente sul divano, come se fosse un letto per un cane. Chiuse la porta a chiave; il clic fu un colpo di pistola nel silenzio dellappartamento.

La notte fu lunga. Lorenzo non riuscì a dormire. Giaceva sul divano, ora estraneo e scomodo, fissando il soffitto. Lumiliazione lo bruciava con un fuoco freddo, impedendogli di chiudere gli occhi. Riviveva le parole, lo sguardo, la calma crudele di sua moglie. Più pensava, più una rabbia impotente ribolliva dentro di lui.

Il mattino non portò sollievo, ma una nuova realtà fatta di silenzi e indifferenza. Alessandra uscì dalla camera già vestita, pronta a partire. Andò in cucina, mise il bollitore sul fuoco, prese yogurt e ricotta dal frigo. Si muoveva nella sua zona con sicurezza. Lorenzo si alzò dal divano, dolorante, sperando di trovare un caffè, un minimo di normalità.

Alessandra versò acqua bollente in due tazze. In una mise una bustina di camomilla, nellaltra due cucchiaini di zucchero. Poi, senza dire una parola, portò le tazze nella stanza della suocera. La porta si chiuse dietro di lei, stavolta senza cigolio: la tenne chiusa per non disturbare la quiete dellappartamento. Lorenzo rimase al tavolo vuoto, senza caffè. Era un mobile, un elemento dellarredo.

Dieci minuti dopo, Alessandra tornò con la madre. Marta era pallida, sembrava non aver dormito tutta la notte, gli occhi fissi sul pavimento.

«Mamma, sei pronta? Dobbiamo andare alla clinica», disse Alessandra con tono piatto, come se Lorenzo non esistesse.

Si vestirono nel corridoio. Alessandra aiutò la madre a sistemare il cappotto e a sistemare la sciarpa. Quella scena di cura silenziosa fu un altro pugno nello stomaco di Lorenzo. Quando la porta dingresso si chiuse dietro di loro, rimase solo, in un silenzio assordante. Si avvicinò alla porta della stanza della suocera, dove tutto era iniziato, sentendo dentro una furia contorta, promessa che non fosse finita.

Tornarono verso mezzogiorno, stanchi e muti. Lorenzo sentì la chiave girare nella serratura e si irrigidì sul divano. Aveva trascorso lintera giornata in quellappartamento, trasformato in una camera di tortura. Ogni mobile gli ricordava la sua degradazione. Non accese né la TV né la musica, alimentava solo la sua ira, lasciandola bruciare fino al bianco. Aspettava. Non sapeva cosa, ma sentiva che qualcosa sarebbe esplosa.

Alessandra e Marta rientrarono portando il lieve odore sterile della clinica. Alessandra depose la borsa in cucina, la madre, lentamente, tolse il cappotto nel corridoio. Vide Lorenzo e, per un attimo, la paura attraversò il suo volto, poi voltò lo sguardo verso la sua stanza.

«Mamma, facciamo pranzo lo riscalderò subito», chiamò Alessandra dal cucina, ignorandolo ancora.

Il pranzo, come la cena della notte precedente, fu avvolto da un silenzio oppressivo. Alessandra mise ciotole di zuppa sul tavolo: per sé, per la madre, e, dopo una breve esitazione, per Lorenzo. Non era un gesto di riconciliazione, ma meccanico, come nutrire un gatto. Lorenzo mangiò in silenzio, il cibo gli si fermava in gola. Osservava la suocera, che mangiava con la testa china, cercando di diventare invisibile, e questo lo infuriava ancora di più.

Finita la zuppa, Marta si alzò e andò al bollitore. Prese una tazza, vi versò una tisana, poi, con mani tremanti, ne diede una a Lorenzo.

«È per i nervi, Lorenzo. Una miscela calmante», sussurrò, senza alzare gli occhi. «Bevi, devi star bene»

Fu lultima goccia. La sua pietà, il suo tentativo di cura, era per Lorenzo lapice dellipocrisia. Alzò lo sguardo, il volto contorto in un ghigno di odio.

«Duro? È duro per me?», disse, freddamente, facendo sobbalzare Marta. «È duro respirare lo stesso aria di te, vecchia strega. Sei venuta qui a morire, per gli esami, per capire quanto tempo ti resta a inquinare il cielo e avvelenare la vita altrui?»

Alessandra rimase immobile con il piatto in mano, ma non disse nulla, lasciandolo finire.

«Una miscela calmante?», replicò Lorenzo, gettando via la tazza con disgusto. «Puoi berla tu, doppi dosaggi, così non ti scricchioleranno più le ossa e non mi chiederai di ungere le cerniere. Pensi di essere unospite? Non lo sei. Sei muffa, un peso. Una figlia che ti trascina in casa mia per farmi inginocchiarmi!»

Si alzò, dominando il tavolo, e rivolse le parole direttamente alla terrorizzata Marta.

«Sei stata nulla per tutta la vita, morirai un niente. Una vecchia miserabile che non fa altro che creare problemi. E più presto accadrà, meglio per tutti, soprattutto per tua figlia, costretta a portarti in ospedale invece di vivere una vita normale.»

Il silenzio calò nella cucina. Lorenzo attese urla, pianti, una scena drammatica. Nessuno arrivò. Alessandra posò il piatto con calma, il volto impassibile come quello di chi osserva un insetto prima di schiacciarlo. Si alzò senza dire una parola, attraversò la cucina e si diresse verso la porta dingresso. La aprì di scatto, poi tornò al corridoio, fermandosi davanti a Lorenzo.

«Fuori», disse, voce bassa ma ferma, senza lasciare spazio a discussioni.

Lorenzo rimase sconvolto.

«Cosa?»

«Ho detto fuori. Subito, con quello che indossi.»

Il suo volto divenne cavo. Non poteva credere che non fosse un bluff.

«Sei sei serio? Mi cacci fuori?»

«Ti avevo avvertito», rispose Alessandra, con lo stesso tono di prima. «Una parola in più su mia madre, e sei fuori. Hai detto la tua parola. Ora tocca a te.Lorenzo, con il cuore spezzato, uscì nellaria fredda di Roma, mentre la porta si chiuse definitivamente alle sue spalle.

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