– Voglio finalmente pensare a me stesso e dormire, – ha dichiarato mio marito uscendo di casa Tre m…

Voglio vivere per me e riposare, disse mio marito quel giorno, uscendo di casa.

Furono tre mesi interminabili. Tre mesi di notti senza sonno, in cui il piccolo Francesco piangeva così forte che i vicini di sopra bussavano al muro. Tre mesi in cui Maria camminava per casa come un fantasma, gli occhi rossi, le mani tremanti.

E Giuseppe girava per lappartamento imbronciato, con il broncio di chi cerca una tempesta.

Ti rendi conto di come mi presento al lavoro? Sembro uno straccione! sbottò una volta guardandosi riflesso. Le occhiaie mi arrivano alle ginocchia.

Maria taceva. Allattava il figlio, cullava, cambiava pannolini, e di nuovo allattava. Un ciclo senza fine. Intanto Giuseppe, suo marito, invece di sostenerla non faceva che lamentarsi.

Senti, forse tua madre potrebbe venire a aiutare? suggerì una sera, stiracchiandosi dopo la doccia, fresco e riposato. Stavo pensando di andare una settimana da mio amico alla casa in campagna.

Maria rimase immobile con il biberon in mano.

Ho bisogno di staccare, Maria. Sul serio. Giuseppe iniziò a preparare la borsa da palestra. Ultimamente non dormo proprio più.

Ma secondo lui Maria dormiva? Le si chiudevano gli occhi, ma appena provava a sdraiarsi, Francesco iniziava a piangere. E già era la quarta volta quella notte.

Anche per me è dura, sussurrò Maria.

Lo so che è dura, rispose lui, infilando la camicia preferita nella sacca. Ma io ho un lavoro serio, delle responsabilità. Non posso presentarmi così davanti ai clienti.

In quel momento accadde qualcosa di strano: Maria si vide come se fosse unaltra persona. Lei in vestaglia stropicciata, capelli arruffati, un bimbo urlante in braccio. E lui, con la valigia in mano, pronto alla fuga.

Voglio vivere per me e dormire bene, borbottò Giuseppe, senza nemmeno guardarla.

La porta si chiuse forte.

Maria rimase ferma in mezzo al loro appartamento, con il bambino che piangeva e sentiva tutto crollare dentro di sé.

Passò una settimana. Ne seguì unaltra.

Giuseppe chiamò tre volte, chiedendo solo come andava. Aveva la voce lontana, come se parlasse con unestranea.

Vengo nel weekend.

Non venne.

Domani arrivo di sicuro.

E di nuovo non si fece vedere.

Maria cullava il piccolo Francesco, cambiava pannolini, preparava il latte artificiale. Dormiva solo pochi minuti tra una poppata e laltra.

Va tutto bene da te? chiese lamica.

Benissimo, mentì.

Perché mentiva? Era vergogna. Vergogna che un marito lavesse lasciata, sola con un neonato.

Come se potesse andare peggio! Ma il vero colpo arrivò al supermercato, dove incontrò la collega di Giuseppe.

E tuo marito dovè? domandò Lucia.

Lavora tanto ultimamente.

Né mi stupisce. Gli uomini appena ci sono i figli, si buttano nel lavoro. Lucia si avvicinò abbassando la voce: Ma Giuseppe fa spesso queste trasferte?

Quali trasferte?

Ma come, non era appena stato a Milano per un convegno? Ci ha fatto vedere le foto.

Milano? Quando?

Maria ci ripensò: la settimana scorsa Giuseppe sparì per tre giorni, disse che era molto impegnato.

Non era vero. Era a Milano, in vacanza.

Sabato Giuseppe si fece vivo, con un mazzo di fiori.

Scusa se non sono stato presente. Troppo lavoro.

Sei stato a Milano?

Rimase fermo col bouquet in mano.

Chi te lha detto?

Non importa chi. Quello che conta è: perché mentire?

Non ho mentito. Pensavo ti sarei dispiaciuto per averci fatto un viaggio senza di te.

Senza di lei? Ma lei col bambino non poteva certo spostarsi!

Giuseppe, ho bisogno di aiuto. Non dormo da settimane.

Bè, assumiamo una tata.

E con che soldi? Non mi dai quasi niente.

Come no? Pago laffitto, le bollette.

E il cibo? I pannolini? Le medicine?

Tacque. Poi aggiunse:

Magari potresti tornare al lavoro, anche part-time. Così almeno non stai sempre a casa. Assumiamo la tata.

A casa, come se fosse una vacanza!

A quel punto Maria strinse il piccolo Francesco, guardò Giuseppe e capì che quelluomo non laveva mai amata.

Mai.

Vai via.

Dove vuoi che vada?

Fuori. E non tornare finché non decidi se vuoi la famiglia o la libertà.

Giuseppe prese le chiavi e se ne andò. Due giorni dopo mandò un messaggio: “Ci sto pensando”.

E Maria, nel frattempo, non dormiva. E pensava anche lei.

Immaginate, restare sola con i propri pensieri dopo mesi.

La madre telefonò:

Marietta, come va? Giuseppe non cè?

È in trasferta.

Di nuovo una bugia.

Vuoi che venga ad aiutarti?

Faccio da sola.

E non era finita: la madre arrivò comunque.

Come state qui dentro? guardò in giro. Dio mio, Marietta, guardati!

Maria si rifletté nello specchio. Sì, era proprio così.

Giuseppe dovè?

Lavora.

Alle otto di sera?

Maria non rispose.

Cosa sta succedendo?

A quel punto Maria pianse sul serio, come fosse una bambina, forte, disperata.

Se nè andato. Vuole vivere per conto suo.

La madre stette in silenzio. Poi disse:

Che vigliacco. Non lavrei mai detto.

Maria restò sorpresa: non aveva mai sentito sua madre parlare così.

Ho sempre pensato che Giuseppe fosse debole. Ma così, mai.

Mamma, magari sono io a sbagliare? Magari dovrei capire di più?

Marietta, ma è dura per te o no?

A quella domanda semplice, Maria capì: aveva sempre pensato solo a Giuseppe, alla sua fatica, alla sua tranquillità. E per sé, mai.

Cosa posso fare?

Vivi. Senza di lui. Meglio sola, che vivere così.

Giuseppe tornò il sabato dopo. Colorito, probabilmente aveva riflettuto in campagna.

Possiamo parlare?

Sì.

Si sedettero al tavolo:

Senti, Maria, capisco che è difficile. Ma anche per me non è facile. Proviamo a trovare una soluzione? Ti darò dei soldi e verrò a trovare Francesco. Però per ora preferisco vivere da solo.

Quanti?

Cosa?

Soldi. Quanti?

Ma, beh, direi circa cinquecento euro.

Cinquecento euro. Per il bambino, il cibo, le medicine.

Giuseppe, vattene.

Come?

Hai sentito. E non ripresentarti.

Maria, ti sto facendo una proposta!

Una proposta? Vuoi la libertà? E la mia dovè?

Allora Giuseppe pronunciò la frase che mise tutto al suo posto:

Ma quale libertà? Sei una madre, ormai.

Maria lo guardò: ecco il vero Giuseppe, un egoista infantile che vedeva la maternità come una condanna.

Domani farò richiesta degli alimenti. Un quarto dello stipendio. Come dice la legge.

Non hai il coraggio!

Ce lho.

Se ne andò sbattendo la porta. E Maria finalmente sentì il respiro più leggero.

Francesco pianse. Ma ora sapeva che ce lavrebbe fatta.

Passò un anno.

Giuseppe provò a tornare due volte.

Maria, riproviamo?

È tardi.

Giuseppe diceva che era diventata cattiva. Poco convincente.

Maria trovò una tata, lavorò come infermiera.

Sul lavoro incontrò un medico, Andrea.

Hai figli?

Ho un figlio.

E il padre?

Vive per sé.

Fecero conoscenza. Andrea portò una macchinina a Francesco. Giocarono e risero insieme.

Spesso passeggiavano tutti e tre nel parco.

Giuseppe lo scoprì. Telefonò:

Il bambino ha un anno e tu già con altri uomini!

E tu cosa volevi? Che ti aspettassi?

Ma sei una madre!

Sì, certo. E quindi?

Non chiamò più.

Andrea era diverso. Quando Francesco si ammalò, arrivò subito. Se Maria era stanca, la portava con sé in campagna.

Ora Francesco ha due anni. Chiama Andrea “zio”. Non ricorda Giuseppe.

Giuseppe si è risposato, paga gli alimenti.

Maria non porta rancore.

Anche lei ora vive per sé. E, credetemi, è la cosa più bella.

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