La gente si è imbattuta in un cavallo sfinito: non aveva più forze nemmeno per alzarsi

Molti anni fa, in unestate afosa nellentroterra toscano, la gente aveva assistito a una scena che ancora oggi si racconta tra i filari delle viti.

Una giovane coppia, innamorata e spensierata, passeggiava lentamente nei campi di erba alta che circondano il piccolo paese di Montepulciano. Camminavano senza fretta, mano nella mano, lanciandosi occhiate cariche di quella dolcezza che solo i veri innamorati conoscono pienamente. Proprio per via di quella leggerezza non si accorsero subito di ciò che avrebbero trovato.

Fu la ragazza, Caterina, a gettare un grido soffocato e a fare un passo indietro impaurita. Il suo compagno, Lorenzo, fece istantaneamente scudo davanti a lei, come per proteggerla da un pericolo invisibile.

Proprio lì, nella folta erba che ondeggiava sotto il sole, giaceva un cavallo.

O meglio, ciò che restava di un cavallo. Le ossa sporgevano sotto una pelle tesa e screpolata, tanto magra che ad ogni respiro sembrava potessero sfondare e emergere allesterno. Tutto il corpo, percorso da strane croste secche, era tormentato dal ronzare insistente delle mosche.

La visione era così macabra da far voltare lo stomaco.

Povera bestia! esclamò Caterina col cuore in gola.

Il suono della sua voce scosse persino laria ferma del crepuscolo. Sul fiumiciattolo vicino calò un silenzio surreale.

Dimprovviso, il povero animale mosse lievemente un orecchio.

In quellistante, un brivido percorse la schiena ai due giovani, che urlarono spaventati e presero a correre verso la strada bianca, senza mai voltarsi. Si fermarono solo quando poterono finalmente respirare, lontani ormai dalla loro scoperta inquietante.

Chi li inseguiva? Nessuno, ovviamente.

Pian piano la paura lasciò posto a una riflessione più lucida.

È viva sussurrò Caterina, sconvolta.

Viva, ma sembra un fantasma, rispose cupo Lorenzo.

Eppure si è mossa.

Dovevano accertarsi che non si trattasse di unillusione, o peggio, che qualche animale fosse là dentro a rosicchiarla viva.

Caterina rabbrividì al solo pensiero.

Alla fine fu Lorenzo, il suo cavaliere, a tornare fra lerba. Caterina, invece, restò sulla strada, incapace di affrontare un simile spettacolo.

Lorenzo, con cautela, si avvicinò. Vide subito che la cavalla era sola, abbandonata e assolutamente viva, anche se poco più di uno scheletro. Mentre si avvicinava con passi lievi, lanimale girò lentamente la testa, sbuffò piano nel tentativo di riconoscere chi fosse.

Respirava a fatica, il corpo immobile salvo per i fianchi, che salzavano e abbassavano appena. Le palpebre socchiuse coprivano un occhio annebbiato da un velo rossastro. La bocca rimaneva aperta, la lingua secca visibile. Zoccoli e coda immobili, solo ogni tanto si muoveva un orecchio, come scosso da una brezza mite.

Era chiaro che la povera bestia lottava disperata sul confine tra la vita e la morte.

Lorenzo osservò a lungo, poi narrò tutto a Caterina.

Poco importa come sia finita qui, mormorò lei scuotendo la testa. Cosa facciamo ora? Sta morendo! E io non so nemmeno chi potrebbe salvarla

Solo allora Lorenzo si ricordò che, al borgo vicino di Pienza, alcuni contadini allevavano cavalli, offrendo passeggiate e lezioni ai turisti e ai ragazzini della zona. Bisognava contattarli subito.

Fortunatamente, bastò poco: i proprietari compresero la gravità della chiamata, accettando di venire senza indugi.

Dopo poco, una polvere fine annunciava larrivo di una Fiat Panda con rimorchio, che si fermò a pochi metri dai due giovani. Dal veicolo scesero un uomo e una donna, Mariella e Goffredo, che si avvicinarono cauti, rimanendo senza parole davanti allo stato pietoso del cavallo.

Era impensabile sperare che la cavalla riuscisse a salire da sola sulla rampa. Si poteva solo confidare di portarla in scuderia viva.

Neppure in quattro riuscivano a sollevare quel corpo esausto. Così Lorenzo corse in paese a chiamare amici e vicini.

Quando accorsero in gruppo, misero la bestia su un robusto telo, sollevandola delicatamente e caricandola sul rimorchio.

La cavalla, spaventata, sgranò gli occhi e scalciò piano.

Ma più di così non poteva fare: ormai non le restava nemmeno la forza di alzarsi.

Le lacrime solcavano i visi dei presenti mentre chiudevano adagio lo sportello del rimorchio. Gli pneumatici si misero in moto, portando la cavalla verso una possibilità di salvezza.

Al loro arrivo alle scuderie di Pienza, tutto era già pronto: il veterinario, Don Eugenio, aveva sistemato il box e preparato strumenti e medicine.

Gli altri aiutanti collaborarono a scaricare la cavalla con attenzione.

Don Eugenio si mise subito a lavoro: analisi, palpazioni, flebo. Nel frattempo la polizia locale prese nota della denuncia per abbandono anche se avvisarono che, tra i tanti cavalli della zona, trovare il vecchio proprietario sarebbe stato come cercare un ago in un pagliaio.

Il veterinario fece le punture necessarie, trattò le croste doloranti, applicò flebo vitaminiche.

Lanimale era così debole che nessuno poteva garantirne la sopravvivenza, ma nessuno era disposto ad arrendersi.

Il problema maggiore era che la cavalla non toccava cibo e appena toccava lacqua. Lesame rivelò una pesante infezione cutanea: un parassita, probabilmente una zecca, aveva provocato ulcerazioni e croste, con un prurito tremendo che portava la povera bestia a sfregarsi ovunque, ferendosi e indebolendosi a vista docchio, scolorendo in pochi mesi da fiera destriera a misero fantasma.

Non era che linizio: una strana massa arrossata occupava la terza palpebra, forse un tumore, e i denti andavano curati urgentemente.

Il box si trasformò in un vero ospedale da campo. Il veterinario visitava ogni giorno e, piano piano, il quadro migliorava: il parassita sconfitto, le lesioni guarite. Sistemati i denti, la cavalla poté nuovamente nutrirsi da sola.

I primi tempi fu necessario alimentarla con il biberon, come fosse un puledrino, sostenendole la testa con dolcezza. I giorni passavano, e lanimale riprese forza, anche se sembrava ancora ignara di ciò che le accadeva intorno. Lentamente, però, si affezionò alle voci e alle mani che la curavano; annusava le dita, rispondeva alle carezze, tremava alle ispezioni del veterinario.

La vista rimaneva debole, quindi si affidava ai suoni e agli odori delle persone che la circondavano. Ma la situazione migliorava a piccoli passi.

Dopo un certo tempo, riuscì a girarsi nel box e a sistemarsi da sola. Ben presto fu in grado di stare eretta per diverse ore.

Ma non si sollevava ancora sulle zampe.

Era lo spauracchio peggiore. Cercava di piegarsi, di trovare forza nelle gambe che sembravano non più sue. Don Eugenio spiegò: i muscoli erano ancora troppo deboli, atrofizzati da settimane di dolore e immobilità.

Servivano esercizi appositi, ma anche braccia forti per sostenerla.

La magrezza estrema della cavalla, per fortuna, iniziava a diminuire grazie alle cure: il pelo tornava lucido, i fianchi si arrotondavano. Ma ciò rendeva ancora più difficile sorreggerla!

Si costruì unimbragatura con coperte e cinture robuste per tenerla sollevata, e ogni sera i giovani del villaggio si alternavano ad aiutarla. Allinizio dovevano guidare le sue zampe, pian piano lanimale imparò a muoverle da sola. Gli sforzi erano enormi, per lei e per chi la sosteneva.

Ma lostinazione venne ripagata: la cavalla imparò di nuovo a reggersi in piedi, e infine a camminare.

Fuori dal box faceva qualche passo, poi veniva riportata al riposo. Ma la voglia di vita era nuova: fiutava lerba, sognava di correre ancora.

Quando fu pronta, Don Eugenio decise di operarla allocchio. Allanimale la cosa non sembrava nuova, poiché la massa già da lungo ormai le toglieva la vista.

Dopo la rimozione delle parti malate, i suoi occhi tornarono limpidi: per la prima volta Caterina e Lorenzo videro nel suo sguardo una luce viva e reattiva.

La guarigione definitiva richiese ancora mesi di flebo, colliri e cure attente, che la cavalla accettava docile, seguendo ogni gesto con calma insospettata.

Quando Mariella e Goffredo la inserirono nel paddock con gli altri cavalli, la piccola superstite si adattò subito: mantieneva a bada il giovane stalloncino e pascolava con la veterana.

Se ne erano andati molti mesi da quella giornata tra le erbe di Montepulciano. Nessun segno restava del fantasma di allora, se non qualche cicatrice e la prudenza nei movimenti.

Goffredo non voleva affrettare la monta, ma fu la cavalla stessa, un mattino di maggio, a reclamare attenzione: sbuffava, zoccolava, osservando con invidia gli altri cavalli che portavano a spasso i bambini del paese.

Così, una domenica, Goffredo le mise la sella e la portò allaperto.

La cavalla nitrì di gioia.

Portando il suo uomo con orgoglio, percorse il campo soleggiato, e in quel giro parve la creatura più felice del mondo.

Superate la fame, la paura, la solitudine, ora aveva trovato chi le voleva davvero bene. E la cavalla di questo tutti ne sono certi ancora oggi non fu mai più sola, qualunque cosa accadesse.

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