Il cane torna dal padrone che lo aveva abbandonato tre mesi dopo: lui non se l’aspettavaSi fermò sulla soglia, sbalordito, mentre il cane scodinzolava come se nulla fosse accaduto.

Marco legò la cagna al palo di un distributore di benzina a sessanta chilometri da casa. Scelse apposta un posto lontano, così non avrebbe trovato la strada del ritorno. La legò, le mise accanto una ciotola d’acqua, salì in macchina e partì. Non si voltò. Non guardò nello specchietto retrovisore. Alzò il volume della radio e premette l’acceleratore finché il distributore non divenne un puntino e sparì dietro la curva.

La cagna si chiamava Nina. Un pastore tedesco, quattro anni, grande, con la maschera scura sul muso e il sottopelo chiaro sul petto. Intelligente, obbediente, con pedigree e un diploma di addestramento di base. Una cagna perfetta. Che non serviva più.

* * *

Marco Antonio Rossi, quarantatré anni, ingegnere progettista. Moglie Silvana, figlia Paola – dodici anni. Un trilocale in un nuovo condominio in periferia di Roma. Mutuo, macchina a rate, una casetta in campagna iniziata l’anno prima e abbandonata perché i soldi erano finiti.

Nina l’avevano presa quattro anni fa, quando tutto era più semplice. Paola chiedeva un cane dalla prima elementare. Disegnava pastori tedeschi sui quaderni, guardava video sull’addestramento, attaccava annunci dei canili sul frigo.

Marco cedette per il compleanno della figlia. Andò dall’allevatore, scelse un cucciolo – il più tranquillo della cucciolata, che stava in un angolo e lo guardava con occhi scuri e seri. Lo portò a casa in una scatola. Paola strillava di felicità, Silvana sorrideva, e persino Marco, che non aveva mai voluto un cane, sentì qualcosa di caldo quando il cucciolo gli ficcò il naso nel palmo.

Il primo anno andò tutto bene. Paola portava Nina a spasso dopo scuola, le insegnava i comandi – «seduto», «terra», «vieni». Nina capiva al volo, come se sapesse già cosa volevano da lei. Marco passeggiava la sera, quando tornava dal lavoro – nel parco, lungo il laghetto, davanti al parco giochi. Nina correva accanto, senza guinzaglio, senza mai restare indietro. I vicini dicevano: «Che cane educato». Marco annuiva e provava una specie di orgoglio.

Poi cominciò. Non subito, non di colpo, ma lentamente, come una crepa nel muro che all’inizio non noti.

Silvana perse il lavoro. Tre mesi a cercarne uno nuovo, non lo trovò, divenne nervosa, irritabile. Il mutuo pesava. La casetta in campagna dovettero lasciarla in sospeso. Le rate della macchina mangiavano un quarto dello stipendio. E poi c’era Nina – cibo, vaccini, veterinario. Non soldi enormi, ma ogni mese, fissi, come un’altra bolletta.

Silvana parlò per prima.

– Potremmo darla a qualcuno. Temporaneamente, finché non ci rimettiamo in piedi.

Marco tacque. Paola sentì, scoppiò a piangere, corse in camera. La conversazione finì lì.

Ma Silvana tornava sull’argomento sempre. A cena, prima di dormire, in macchina. Le stesse parole in combinazioni diverse: «Non ce la facciamo», «Le serve un’alimentazione adeguata e noi risparmiamo su noi stessi», «Starnutisco per il pelo, mi viene l’allergia». Allergia non aveva. Marco lo sapeva. Ma era stanco di discutere.

Una sera, mentre Paola era a una festa di compleanno da un’amica, Silvana mise l’ultimatum.

– O il cane o io. Sul serio, Marco. Non ce la faccio più. Sto male in questo appartamento. Pelo dappertutto, odore, continue passeggiate. Voglio vivere normalmente.

Marco sedeva in cucina e guardava Nina, che giaceva ai suoi piedi e rosicchiava una pallina di gomma. La pallina strideva a ogni stretta. A Nina non dava fastidio. A lei piaceva poco che desse fastidio.

– Va bene, – disse.

Fu l’unica parola che pronunciò quella sera.

Non cercò una nuova casa per lei. Non chiamò i canili. Non scrisse annunci. Perché sapeva: se cominciava, ci ripensava. Se vedeva come Nina guardava gli estranei, come abbassava le orecchie, come cercava i suoi occhi – non ce l’avrebbe fatta.

Perciò fece così.

Sabato mattina disse a Paola che portava Nina dal veterinario per un controllo. Paola accarezzò la testa del cane e disse: «Fai la brava». Nina le leccò la mano.

Marco mise Nina in macchina. Lei saltò da sola, sul sedile posteriore, come era abituata. Si sdraiò, appoggiò il muso sulle zampe e guardò fuori dal finestrino. Lui guidò in silenzio. Non accese la radio finché non fu fuori città.

Al distributore si fermò. Scese, aprì la portiera posteriore. Nina saltò giù, scodinzolò – pensava fosse una passeggiata. Lui legò il guinzaglio al palo metallico vicino al bidone della spazzatura. Mise la ciotola. Versò l’acqua. Nina si sedette e lo guardò. Non guaiva. Aspettava.

Marco si raddrizzò. La guardò. Una volta – a lungo, cinque secondi, forse dieci. Poi si voltò, salì in macchina e partì.

Non guardò nello specchietto. Ci pensò molte volte dopo. Avrebbe potuto guardare. Avrebbe potuto vederla lanciarsi, il guinzaglio teso, lei che si risiedeva e guardava la macchina allontanarsi. Ma non guardò. Perché aveva paura.

Tornò a casa per pranzo. Silvana chiese: «Allora?» Lui rispose: «Fatto». Lei annuì e andò in camera. Paola tornò la sera e subito se ne accorse.

– Papà, dov’è Nina?

– Io… le ho trovato una bella famiglia. Con bambini. Casa in campagna, grande giardino. Lì starà meglio.

– Che famiglia?! Noi siamo la sua famiglia! Papà, che hai fatto?!

Urlava, piangeva, sbatteva le porte. Poi si chiuse in camera e non uscì fino al mattino. Silvana stava in cucina e taceva. Marco stava in un’altra stanza e taceva anche lui. Nina giaceva legata a un palo a sessanta chilometri e aspettava.

Passò un mese. Poi due. Poi tre.

L’appartamento divenne più pulito. Non c’era più pelo sul divano, sul tappeto, sui vestiti. Non c’era più odore. La pallina, il guinzaglio, le ciotole – tutto fu messo in dispensa, poi Silvana portò il sacco nella spazzatura. Marco vide il sacco vicino al bidone dell’immondizia quando usciva dall’ascensore. Si fermò. Restò lì. Passò oltre.

Silvana trovò un lavoro – commessa in un negozio di sanitari, turni due su due. Smise di parlare di soldi. Si comprò un paio di scarpe nuove e andò dal parrucchiere. La vita, secondo lei, stava migliorando.

Paola smise di piangere, ma smise anche di parlare con suo padre. Non era maleducata, non sbatteva le porte. Rispondeva con frasi corte – «sì», «no», «normale» – e andava in camera sua. A cena stava zitta, giocherellava con la forchetta nel piatto. Prima di dormire non veniva a dare la buonanotte, come faceva prima. La porta della sua camera era sempre chiusa.

Marco lo notava. Ogni giorno lo notava. E ogni giorno sentiva qualcosa dentro, sotto le costole, tirare e tirare. Non lo lasciava.

Cominciò a svegliarsi alle cinque del mattino – per abitudine, all’ora della prima passeggiata. Giaceva al buio e ascoltava il silenzio. Prima, a quell’ora, Nina era già accanto al letto e guaiva piano, toccandogli la mano con il naso. Adesso era silenzio.

Una volta, al supermercato, passò davanti allo scaffale del cibo per cani e si fermò. Restò lì un minuto, forse due. Poi si voltò e andò alla cassa. La cassiera chiese: «Le serve una borsa?» Lui non sentì la prima volta.

Pensava a Nina ogni giorno. Era viva. Qualcuno l’aveva trovata a quel distributore. Quel pensiero non lo lasciava dormire. Arrivava di notte, alle tre, quando tutta la casa dormiva, e si sedeva accanto, e non se ne andava fino all’alba.

A settembre Marco tornò a quel distributore. Perché – non lo sapeva nemmeno lui. Forse per assicurarsi che il cane non fosse più lì. Che qualcuno l’avesse presa, portata via, data una nuova vita.

Il palo era ancora lì. La ciotola non c’era. Il guinzaglio non c’era. Non c’era nessuno.

Chiese a un impiegato del distributore – un ragazzo giovane con la giacca rossa.

– Hai visto un cane? Un pastore tedesco? Legato qui, d’estate.

Il ragazzo alzò le spalle.

– C’era un cane, d’estate. È stato tre giorni, poi si è staccato ed è scappato. Non ho visto dove. Il turno è finito, al mattino non c’era più.

Tre giorni. Tre giorni aveva aspettato.

Marco salì in macchina e rimase a lungo, senza accendere il motore. Le mani sul volante. La fronte sulle mani. Non piangeva. Restava seduto.

Domenica. Pioggia dal mattino, fine, fredda, fastidiosa. Marco uscì per comprare il pane al negozio all’angolo. Camminava veloce, col bavero alzato, saltando le pozzanghere.

Davanti al portone si fermò. Perché sulla soglia, proprio sul cemento bagnato, giaceva un cane.

Magro. Sporco. Con ciuffi di pelo arruffati come feltro. L’orecchio sinistro strappato, sul fianco un lungo graffio coperto di croste. Le costole sporgevano così tanto che si potevano contare. Le zampe sporche, consumate, con i cuscinetti screpolati.

Ma il muso. La maschera scura, il sottopelo chiaro sul petto. E gli occhi. Quelli scuri, seri, che aveva visto quattro anni prima dall’allevatore.

Nina.

Giaceva davanti alla sua porta. Aveva percorso sessanta chilometri – lungo la strada statale, attraverso campi, paesi, boschi, oltre altra gente.

Ed era arrivata lì. Da lui. Dall’uomo che l’aveva legata a un palo ed era andato via.

Marco stava e guardava. Il sacchetto del pane gli cadde di mano. Non se ne accorse.

Nina alzò la testa. Lo vide. La coda tremò. Una volta. Poi un’altra. E ancora. Tentò di alzarsi, ma le zampe anteriori scivolarono sul cemento bagnato. Si fermò. Si alzò. Barcollando, sulle zampe tremanti, muovendo con fatica le zampette rovinate, fece due passi e infilò il naso nel suo ginocchio. Esattamente nel ginocchio. Come faceva ogni sera quando lui tornava dal lavoro e stava nell’ingresso a togliersi le scarpe.

Marco si inginocchiò, direttamente sul cemento sporco. Avvolse il cane tra le braccia. Nina si strinse a lui, tutta – sporca, bagnata, magra, tremante. Non guaiva. Si strinse e stava lì. E respirava pesante, rauca, contro il suo collo.

Lui piangeva. In ginocchio, in una pozzanghera, davanti a tutto il cortile. Piangeva come non aveva pianto nemmeno al funerale di sua madre. Le lacrime scendevano silenziose, senza suono, semplicemente colavano sulle guance e cadevano sul pelo sporco.

– Scusa, – disse. – Scusami. Scusa.

Nina gli leccò la guancia. Con la lingua calda e bagnata.

In ascensore si stringeva alla sua gamba e tremava.

La porta aprì Silvana. Vide. Impallidì.

– Marco, è…

– È Nina, – disse lui. E la sua voce era tale che Silvana indietreggiò e non disse più nulla.

Dalla camera corse Paola. Vide il cane. Si fermò nel corridoio. Poi lentamente, come in sogno, si sedette per terra e tese le braccia.

– Nina… Nina mia…

Il cane andò da lei. Paola l’abbracciò, affondò il viso nel pelo sporco e scoppiò a piangere. Forte, a singhiozzi.

Marco stava nell’ingresso e guardava la figlia e il cane. Poi andò in cucina, prese una pentola dall’armadio, versò l’acqua, la mise per terra. Nina bevve a lungo, avidamente, spruzzando. Lui aprì il frigo, trovò un petto di pollo, lo scaldò, lo spezzettò e lo mise in un piatto. La ciotola del cane in casa non c’era più da tempo.

Nina mangiò lentamente. Con delicatezza, come sempre. Poi si sdraiò per terra ai suoi piedi.

Silvana stava sulla soglia della cucina, con le braccia incrociate sul petto, e taceva. Labbra serrate, viso bianco. Poi disse piano:

– È malata, guardala. Le serve un veterinario.

– Domani mattina andiamo in clinica. Adesso lasciala mangiare e riposare.

Silvana tacque. Guardò Nina, che giaceva ai piedi di Marco e respirava affannosamente. Poi annuì e andò in camera. Nessuna parola sul pelo. Nessuna parola sull’odore. Nessuna parola sull’allergia che non aveva mai avuto. Forse anche lei aveva capito qualcosa in quei tre mesi. Forse aveva visto cosa era successo a sua figlia. Forse aveva visto cosa era successo a suo marito. O forse aveva guardato negli occhi il cane e non aveva trovato niente da dire.

Paola portò una coperta dalla sua camera. La stese nell’angolo dell’ingresso. Nina ci si arrampicò e si rannicchiò. Paola si sdraiò accanto, per terra, abbracciando il cane. Marco coprì entrambe con la coperta.

Poi uscì sul balcone. La pioggia era smessa. Odorava di foglie bagnate e terra. Sera d’ottobre, buia, con i lampioni gialli lungo il cortile.

Prese il telefono. Aprì il browser. Scrisse: «clinica veterinaria h24». Trovò il numero, lo salvò. Poi scrisse ancora: «cibo per cani denutriti». Poi: «come curare le ferite di un cane in casa».

Dalla camera arrivò la voce di Paola. Parlava con Nina. Di scuola, di un’amica, di come domani sarebbero andate a passeggio, ma non a lungo, per non stancarla. Nina ascoltava. Lei aveva sempre saputo ascoltare.

Marco chiuse il telefono. Tornò nell’ingresso. Si sedette per terra accanto alla figlia e al cane. Mise una mano su Nina. Sotto il palmo le costole, la pelle calda, il respiro irregolare.

– Mai più, – disse. Non a Paola, non a Silvana, non a sé stesso. A Nina. – Capisci? Mai più.

Nina aprì gli occhi. Lo guardò. Quegli stessi occhi – scuri, seri, senza rimprovero. Scodinzolò. Una volta, breve. E chiuse di nuovo gli occhi.

Lei lo aveva perdonato prima ancora che lui finisse di parlare.

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Il cane torna dal padrone che lo aveva abbandonato tre mesi dopo: lui non se l’aspettavaSi fermò sulla soglia, sbalordito, mentre il cane scodinzolava come se nulla fosse accaduto.