Tornando a casa prima del previsto, Zoya sente una conversazione tra il marito e sua sorella—e resta…

Era tanto tempo fa, quando la vita scorreva in modo diverso e si viveva senza internet né cellulari, che il destino mi insegnò una verità dolorosa sotto il cielo di Firenze.

Mi ricordo che quel lunedì ero uscita dalla clinica molto prima del previsto: il medico aveva la febbre, il turno era stato annullato. Che sollievo! Potevo finalmente godermi una serata libera, preparare una cena degna, non come le solite pappe in tutta fretta. Le piccole gioie della quotidianità.

Entrai in casa silenziosamente, facendo attenzione che la chiave non facesse rumore non volevo svegliare mio marito, Renato, se avesse scelto di schiacciare un pisolino dopo il lavoro. Ma lui non stava dormendo.

Voci provenienti dalla cucina.

Non ce la faccio più, Laura. È un peso enorme da portarmi dietro ogni fine settimana, diceva Renato, la voce venata di stanchezza.

Vuoi forse mettere tutto sul tavolo? rispondeva mia sorella Laura. Da quando era arrivata? Non me ne ero nemmeno accorta.

Mi fermai dietro la porta socchiusa. Dentro di me qualcosa si era spezzato, un sussulto.

Se Bianca dovesse scoprirlo, manderei in rovina trentanni di matrimonio, proseguiva Renato. Trenta anni. buttati alle ortiche.

Devi decidere tu, il tono di Laura si fece perentorio. Continuerai a vederla ogni sabato?

A vederla?!

Come potrei abbandonarla? disse Renato con voce rotta. Non ha nessuno tranne me.

E tua moglie conta qualcosa?

Sentii la paura aggrapparsi alle costole. Il cuore batteva così forte che pensavo si sentisse in tutta la casa.

Trentanni erano passati io gli avevo sempre preparato le polpette per la pesca, gli avevo lavato le camicie, sistemato gli stivali di gomma. Mi preoccupavo se tardava, lo attendevo con ansia. E lui invece andava da unaltra.

E Laura lo sapeva.

Laura, mia sorella di sangue, lo sapeva e aveva taciuto.

Dio mio.

Come ho potuto non accorgermene?

Va bene, disse Laura, alzandosi. Pensaci, perché prima o poi tutto verrà a galla.

Lo so, rispose lui, quasi sussurrando.

Sentii passi avvicinarsi e corsi in bagno.

Mi serviva tempo. Tempo per capire cosa fare con quella verità. Tempo per decidere come andare avanti. E forse anche tempo per trovare il senso di continuare a vivere.

Davanti allo specchio non riconoscevo più me stessa. Era quella Bianca Rossi, moglie modello di Firenze?

No, era una stupida.

Uscì nella cucina con il solito viso. Renato sfogliava il Corriere della Sera, come se non fosse successo nulla.

Che sorpresa, Bianchina! Sei tornata presto oggi, salutò falsamente allegro.

Il turno è stato annullato.

È venuta Laura. Ti saluta.

Ipocrita. Lei portava tuttaltro che saluti.

Vuoi cenare? chiesi con voce neutra.

Certo! Cosa prepari?

Polpette. Come sempre.

La settimana passò come un incubo. Osservavo ogni gesto di Renato, ogni parola. Vedevo la menzogna ovunque: nel modo in cui nascondeva il telefono, nella tensione dei venerdì, nella borsa delle esche per la pesca.

E sabato mattina crollai.

Renato, che ne dici se questa volta vengo anchio a pescare? proposi innocentemente.

Sbiancò.

Perché? Ti annoieresti.

Voglio provare. Potrebbe piacermi.

No, no, no, agitò le mani. Fa freddo, ci sono zanzare Meglio che riposi a casa.

E partì, con quel viso colpevole.

Io rimasi da sola, con pensieri che scavavano come tarli.

Lunedì mi decisi a parlare con mia sorella.

Laura, dobbiamo parlare.

Di cosa? rispose, subito cauta.

Così, tra sorelle. È da tanto che non ci vediamo.

Ci incontrammo in un bar, in zona Santa Croce. Laura giocherellava nervosa con il suo anello.

Come stai? iniziai cautamente.

Bene. E tu?

Anche noi bene. Renato ormai vive per la pesca.

Laura tossì col caffè.

Sì? Quindi va spesso?

Ogni sabato. Ormai è fissato.

Gli uomini e le loro passioni, bofonchiò Laura. Un hobby vale laltro.

Tu sai dove va a pescare, di preciso?

Io? Come potrei saperlo?

Ma gli occhi la tradivano. Mentiva.

Pensavo di andare con lui, magari mi diverto anchio.

Bianca, ma che ti viene in mente? Allimprovviso Laura si fece seria. Lascia che ognuno abbia il suo spazio.

Spazio personale E chiamano spazio linganno.

Laura, sussurrai fissandola, tu sai qualcosa.

Non so né voglio sapere! tagliò secca. E anche tu dovresti lasciar perdere.

Si alzò e se ne andò.

Lasciandomi con lamara certezza: mia sorella lo copriva.

A casa iniziai le indagini. Rovistai nelle tasche di Renato, controllai il portafoglio, la macchina.

Trovai quello che cercavo.

Nel cruscotto ricevute di pagamento mensili. Mille euro ogni volta.

Soggiorno privato La Speranza. Siena.

Un soggiorno privato?

Non una casa in campagna, non una locanda per pescatori. Un istituto.

Mi sedetti con la ricevuta in mano. Tremavo. Un soggiorno così è per chi ha bisogno di assistenza.

Quindi Renato sosteneva qualcuna. La visitava ogni sabato.

Moglie? Amante?

Non dormii. Continuai a rigirare ipotesi in testa. Tutte peggiori.

Al mattino presi una decisione.

Andai a Siena. Dovevo vedere con i miei occhi.

Misi come scusa una visita medica, presi lauto.

Tre ore di viaggio. Tre ore a tormentarmi lanima.

Il soggiorno era piccolo, accogliente. Una targhetta: “Per persone con disabilità”.

Disabili.

Il cuore mi si strinse. Forse Renato ha un invalido che accudisce e io non so nulla?

Chi cerca? chiese linfermiera allaccettazione.

Mi scusi, vorrei sapere chi tra gli ospiti è visitato da Renato Bianchi.

Lei è parente?

Sono la moglie.

Linfermiera sfogliò il registro.

Sara Bianchi, stanza dodici. Prego, salga pure.

Bianchi!

Porta il nostro cognome!

Restai davanti alla porta della stanza dodici senza il coraggio di entrare. Dietro quella porta cera la verità che da giorni temevo e cercavo.

Sara Bianchi.

Con il cognome di mio marito.

Avevo la mano che tremava quando aprii la porta.

Permesso?

Era luminosa, odorava di medicinali e qualche fiore. Accanto alla finestra, in carrozzina, una giovane donna. Avrà avuto trenta, trentacinque anni a dir tanto. Capelli scuri, viso delicato.

Tremendamente somigliante a Renato.

È venuta da me? la voce era debole, ma gentile.

Mi chiamo Bianca, lei è Sara?

Sì. Ci conosciamo?

Come rispondere a quella domanda?

Sono la moglie di Renato Bianchi.

Sara cambiò espressione, impallidendo. Gli occhi colmi di sorpresa.

Dio mio Sapete tutto?

Ora so. Mi può spiegare?

Non posso, papà mi ha pregato di non dire nulla.

Papà.

Sentii le gambe cedere e mi sedetti accanto a lei.

È suo padre?

Sì. Le lacrime scesero sulle guance di Sara. Scusi. Lui diceva che non avete figli e che avreste sofferto se aveste scoperto di me.

Mi dica quanti anni ha.

Trentatré.

Trentatré? Quindi nata prima del nostro matrimonio. Quando Renato vedeva unaltra.

Sua madre dovè?

Morta due anni fa. Cancro. Sara si asciugò le lacrime. Papà ci ha sempre aiutato. I soldi, le visite. Quando mamma non cè più lui mi ha portata qui. Ho la distrofia, non posso vivere sola.

Non riuscivo a parlare. Dovevo elaborare.

Mio marito aveva una figlia. Malata. Da trentanni la sosteneva di nascosto.

È buono, proseguì Sara con singhiozzi. Viene tutte le settimane. Porta cibo, medicine. Mi racconta di lei. Dice che è meravigliosa.

Racconta di me?

Sì, la ama molto. Sempre Bianchina mia, la mia Bianca. Dice che siete la moglie migliore delluniverso.

Mi scappò una risata amara.

Una moglie meravigliosa, ingannata per trentanni.

Lui non ha mai voluto mentire! sbottò Sara. Temeva che vi facesse troppo male. Io sono un peso. Sia mamma sia tanti altri lo dicevano. Ma non papà.

In quel momento entrò linfermiera.

Sara, oggi cè una sorpresa! La zia Bianca, finalmente! Poi mi guardò. Finalmente si siete conosciute. Renato parla spesso di lei, dice che è buona.

Buona! E io pensavo a tradimenti.

Linfermiera uscì, lasciandoci sole.

Mi racconti di sua madre, chiesi.

Era bella. Papà la amava, poi vi ha incontrata. Quando seppe come ero nata, mamma disse che non voleva più una famiglia rovinata. Gli ha detto di andarsene se amava unaltra.

Così lui se nè andato?

Voleva rimanere, sposarla. Ma lei non volle, non voleva uomini mossi dalla pietà. Gli disse di andarsene da lei, da voi.

E poi?

Si sposò con lei. Ma non ci abbandonò mai. Mandava soldi. Poi ha cominciato a venire. Mamma lo permise a patto che lei non scoprisse nulla. Temeva che per colpa nostra si sarebbe rotta la vostra famiglia.

Mi sentii leggera e pesante allo stesso tempo. Trenta anni a sognare figli, tante cure, tante lacrime. Il mio marito aveva una figlia. Sempre.

Perché non me lha mai detto?

Si sentiva in colpa. Diceva che sognava tanto un figlio, che se avesse saputo di me, figlia malata, avrebbe sofferto troppo, lo avrebbe odiato.

Per cosa?

Per le bugie, per i soldi spesi per me e non per la vostra famiglia, per il tempo rubato.

Sara tacque, poi a bassa voce:

È angosciato. Ogni volta si chiede: Come faccio a dirlo a Bianca? Lei capirà? Io gli ripeto: Papà, magari lei capisce

Sentii passi in corridoio. Passi noti, pesanti.

Renato.

No! mormorò Sara. Lui non sa che lei è qui!

La porta si aprì.

Buongiorno, piccolina! la voce di mio marito.

Renato entrò, con i fiori e i sacchetti. Mi vide e perse la presa. Tutto cadde per terra.

Bianca? fece piano. Come?

Sono venuta a conoscere nostra figlia, dissi calma.

Renato sbiancò.

Come hai fatto?

Sei tu che ti sei tradito. Non sei stato abile.

Entrò, chiuse la porta, si sedette con fatica.

Bene, disse piano. Adesso sai tutto.

Adesso so.

Mi odi?

Lo guardai, poi osservai Sara.

Non lo so ancora. Sto cercando di capire.

Cè solo da capire che ti ho mentito. Ho inventato i laghi, le esche, ho speso soldi di famiglia.

Papà, basta, intervenne Sara. Zia Bianca, lui è buono! Aveva paura.

Mi alzai, mi avvicinai alla finestra.

Fuori era una passata giornata toscana, alberi e panchine. La vita scorreva normale.

Dentro, la mia vita si stava sfaldando e ricostruendo.

Devo pensare, dissi infine.

Per tre giorni non dissi nulla a Renato. Lui si aggirava per casa come uno spettro, cercando le parole. Io solo lavoravo, cucinavo, senza rivolgergli la parola.

Ma pensavo.

Pensavo ai trentanni vissuti alloscuro. A una figlia che non sapevo di avere. A un marito che temeva la verità più delle bugie.

Mercoledì sera cedetti.

Siediti, dissi a Renato. Si parla.

Si sedette davanti a me, come in attesa di una sentenza.

Sono tornata da Sara. Abbiamo parlato a lungo.

E?

Ho capito una cosa. Sei stato uno sciocco, Renato.

Sussultò.

Sciocco a pensare che avrei rinunciato a una figlia malata. Sciocco a soffrire da solo invece che insieme.

Bianca

Taci. Mi alzai, camminai per la cucina. Pensavi che fossi così meschina da abbandonarti per questo. Così piccola di cuore

No! Avevo solo paura di perderti.

E hai quasi rischiato di perdermi per davvero.

Abbassò la testa.

Scusa. Non merito perdono. Ma ti chiedo scusa.

Alzati.

Si alzò.

Domani andiamo insieme da Sara. E voglio parlare coi medici. Vediamo se può venire a vivere con noi.

Renato sbatté le palpebre.

Davvero?

Se è nostra figlia, è famiglia. E la famiglia deve stare unita.

Ma ha bisogno di assistenza

Troveremo una badante. Faremo tutto il necessario. Gli presi le mani. Sai cosa ho desiderato per trentanni?

Un figlio.

Una vera famiglia. Ora ce lho. Un marito sciocco, una figlia speciale. Ma è la mia famiglia.

Renato pianse. Non lavevo mai visto piangere.

Mi accetti davvero?

Lho già fatto. Ho comprato un pigiama nuovo e lo shampoo migliore per Sara. Domani glielo portiamo.

Mi abbracciò stretto.

Non ti merito.

Non mi meriti, annuii. Ma non hai scelta. A una condizione: nessuna bugia. Mai più.

Te lo prometto.

E unaltra cosa. Voglio che Sara mi chiami mamma.

Un mese dopo, Sara era a casa con noi. Aveva la sua stanza, piccola ma luminosa. Scegliemmo insieme tappezzeria, tende, coperta.

Mamma, mi chiamò la prima sera, è davvero sicura? Sono un peso

Se lo dici di nuovo, ti sgrido davvero, scherzai. Sei mia figlia. Punto.

La sera, mentre Sara dormiva, io e Renato ci sedemmo in cucina, a sorseggiare un caffè.

Sai, dissi piano, forse la vita inizia solo ora.

A sessantanni?

Proprio ora. Siamo finalmente una famiglia. Non solo due persone che si tollerano. Siamo genitori. Abbiamo una figlia da far crescere.

Renato annuì.

Grazie.

Non ringraziare. Mai più tenere segreti.

Promesso.

Dalla stanza di Sara arrivavano le risate: stava guardando una commedia italiana sul tablet.

E quello era il suono più bello del mondo.

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