Quando è stata lultima volta che ti sei guardata allo specchio? domandò suo marito. La risposta di sua moglie lo colse alla sprovvista.
Ricordo ancora quei giorni a Milano, nella nostra casa con il pavimento che scricchiolava al mattino. Giulio sorseggiava il caffè freddo guardando di sottecchi Loredana. I capelli raccolti con un elastico da bambina, stampato con gattini dei cartoni animati. Quasi faceva tenerezza.
La vicina, Carla, era sempre impeccabile. Profumo di buono, quello che rimaneva in ascensore anche dopo che lei era già uscita. Come una scia di primavera.
Sai, disse Giulio lasciando il cellulare a volte mi sembra che viviamo come semplici vicini.
Loredana si fermò di colpo con lo straccio in mano.
Che vuoi dire?
Niente di che. Solo, quandè stata lultima volta che ti sei guardata allo specchio?
Lei lo fissò. Non era la reazione che si aspettava. E Giulio sentì che stava sbagliando tutto.
E tu, invece, quando è stata lultima volta che mi hai guardata davvero? domandò Loredana sottovoce.
Silenzio, scomodo.
Lore, non drammatizzare. Dico solo che la donna dovrebbe curarsi sempre, no? È naturale! Guarda Carla. Ha la tua stessa età.
Ah, Carla rispose lei piano. Ma cera qualcosa, un tono nuovo in quella voce.
Giulio, disse dopo una pausa, facciamo così. Per qualche tempo vado da mamma. Voglio riflettere su quello che hai detto.
Va bene. Viviamoci un po a distanza, pensiamo. Non ti sto cacciando, però!
Forse hai ragione, Loredana appese lo straccio con una calma insolita. Dovrei davvero guardarmi allo specchio.
E andò a riempire la valigia.
Giulio rimase in cucina, fisso sul fondo della tazzina: Eppure era proprio quello che volevo. Solo non pensava che avrebbe sentito il vuoto e non la libertà.
Per tre giorni, la casa fu unoasi di pace. Caffè alle nove, nessuno che chiedesse cosa guardare in TV la sera. Libertà, quella vera, che gli uomini pensano di desiderare.
Al tramonto, incontrò Carla fuori dal portone. Borse della Coin, tacchi alti, vestito che la abbracciava come fosse cucito su di lei.
Giulio! esclamò lei sorridendo. Come va? Strano non vedere Loredana in giro.
È da sua madre, le serve una pausa mentì con naturalezza.
Ah, certo. Ogni tanto ci vuole. Le solite faccende, la routine che ci schiaccia.
Carla parlava come se la quotidianità non lavesse mai toccata. Come se la sua casa brillasse da sola e dal nulla comparisse una cena perfetta.
Car, che ne dici di un caffè insieme? Da buoni vicini.
Perché no. Domani sera?
Quella notte Giulio si perse a pianificare: la camicia blu o la bianca? Jeans o pantaloni grigi? Profumo, ma senza esagerare.
Ma la mattina dopo, squillò il telefono.
Giulio? Sono la signora Maria Teresa, la mamma di Loredana.
Il cuore gli saltò in petto.
Sì, dica.
Loredana ti saluta. Viene a prendere le sue cose sabato, quando non ci sei. Lascerà le chiavi dalla portinaia.
Ma come, a prendere le sue cose?
Che pensavi? la voce di Maria Teresa era dura. Mia figlia non aspetta una vita intera che tu decida se vuoi stare con lei o no.
Non ho detto nulla di
Hai detto fin troppo. Addio, Giulio.
Click. Rimase lì, con il telefono in mano. Possibile? Non voleva il divorzio. Chiedeva solo tempo per pensare.
E invece avevano deciso tutto senza di lui.
La sera con Carla fu strana. Lei brillante, raccontava la sua banca, rideva alle sue battute. Ma quando Giulio le sfiorò la mano lei si ritrasse, gentile.
Giulio, capisce non posso. Sei un uomo sposato.
Ma stiamo vivendo separati ora.
Oggi. E domani? E la guardò negli occhi, seria.
Giulio la accompagnò al portone e salì in casa. La solitudine lo accolse, con lodore della cena surgelata.
Sabato. Giulio uscì di proposito: niente dramma, niente lacrime. Voleva che Loredana prendesse tutto in tranquillità.
Ma alle tre era già roso dalla curiosità. Cosa aveva preso? Tutto? O solo poche cose?
Alle quattro tornò a casa.
Davanti al portone cera una Fiat, targata Milano. Al volante un uomo sui quarantanni, di bellaspetto. Aiutava qualcuno con dei pacchi.
Giulio si mise sulla panchina e aspettò.
Dopo dieci minuti, dal portone uscì una donna con vestito blu. Capelli raccolti con una bella molletta, trucco leggero che le illuminava gli occhi.
Giulio quasi non ci credeva. Era Loredana. Ma era anche un’altra Loredana.
Portava via lultima valigia, e luomo accorse subito ad aiutarla, la fece accomodare in macchina come fosse preziosa.
Giulio non resistette. Si avvicinò.
Lore!
Lei si voltò. E lui vide il suo volto: quieto, armonioso. Senza la solita stanchezza che credeva normale.
Ciao, Giulio.
Ma sei tu?
Il conducente si irrigidì ma Loredana gli posò piano la mano: va tutto bene.
Sì, sono io. Solo che tu non mi guardavi più.
Ma aspetta. Parliamone.
Di cosa? Tu stesso hai detto che una donna deve essere magnifica. Io ti ho ascoltato.
Non era quello che intendevo! Il cuore di Giulio sembrava esplodere.
E allora? Loredana inclinò appena la testa. Dovevo essere bella solo per te? Attraente solo in casa? Amarmi ma non troppo, che non mi venisse voglia di andarmene da chi non mi vede?
E a ogni parola si girava qualcosa dentro di lui.
Sai, continuò dolcemente, ho capito di aver smesso di curarmi. Ma non per pigrizia. Solo perché era normale non essere mai notata. In casa mia, nella mia vita.
Lore, non era questo che volevo.
Era proprio questo. Ti serviva una moglie invisibile, che non intralci, che si lasci sostituire quando ti viene voglia di qualcosa di più vivace.
Luomo la guardò con tenerezza. Loredana annuì.
Dobbiamo andare, disse a Giulio. Cesare ci aspetta.
Cesare? Giulio quasi si strozzò. E chi è?
Luomo che mi guarda davvero, rispose Loredana. Ci siamo conosciuti in palestra, vicino casa di mamma. A quarantadue anni la prima volta che mi alleno.
Lore, ti prego. Proviamoci ancora. Ho capito, sono stato uno sciocco.
Giulio, gli sorrise con gentilezza, ti ricordi lultima volta che mi hai detto sei bella?
Giulio non rispose. Non ricordava.
E quando mi hai chiesto come stavo?
Allora capì di aver perso. Non contro Cesare, non contro il destino. Ma contro se stesso.
Cesare accese il motore.
Non ce lho con te, Giulio. Anzi. Mi hai insegnato qualcosa: se non mi vedo da sola, nessuno mi vedrà.
La macchina partì.
Giulio rimase davanti al portone a guardare la sua vita che se ne andava. Non la moglie: la vita. Quindici anni che credeva routine, invece erano felicità.
Solo che non lo aveva mai capito.
Sei mesi dopo incontrai Loredana al supermercato, quello in piazza XXV Aprile.
Stava scegliendo chicchi di caffè, studiando con attenzione le confezioni. Accanto a lei una ragazza, ventanni o poco meno.
Prendiamo questo, diceva la ragazza. Papà dice che larabica è meglio della robusta.
Loredana? Giulio si avvicinò.
Lei si voltò e gli sorrise, serena.
Ciao, Giulio. Ti presento Chiara, la figlia di Cesare. Chiara, lui è Giulio, il mio ex marito.
Chiara annuì cortese. Bella ragazza, studentessa probabilmente. Mi guardava con curiosità, senza giudicare.
Come va? chiese Giulio.
Bene, grazie. Tu?
Non cè molto da dire
Un silenzio imbarazzato. Cosa si dice a una donna che nel frattempo è diventata unaltra?
La osservava. Abbronzata, blusa leggera, taglio nuovo. Felice, davvero.
E tu? domandò lei. La vita?
Niente di speciale, sospirò Giulio.
Loredana lo guardò seria.
Vedi, Giulio, cerchi una donna bella come Carla, ma docile come lo ero io. Intelligente, ma non tanto da accorgersi che guardi le altre.
Chiara ascoltava, occhi spalancati.
Ma sai, proseguì calma Loredana, una donna così non esiste.
Lore, andiamo? intervenne Chiara. Papà ci aspetta in macchina.
Sì. Loredana prese il suo caffè. Buona fortuna, Giulio.
Se ne andarono. Io rimasi tra gli scaffali. E pensai che aveva ragione: cercavo una donna che non esiste.
Quella sera, sulla mia cucina silenziosa, mi feci un tè e pensai a Loredana, a chi era diventata. E capii che, a volte, perdere qualcosa è lunico modo per capirne il vero valore.
Forse la felicità non è trovare una moglie comoda, ma imparare finalmente a vedere davvero la donna accanto.





