Mi è sempre sembrato di camminare lungo corridoi rossi che si snodano tra le antiche case di Firenze, e tutti sussurrano che le suocere siano delle ombre fastidiose che si infilano ovunque, che alterano laria quieta delle stanze. Eppure, io non mi sono mai sentita così. Ho sempre mantenuto le distanze, con rispetto quasi liturgico: mai una decisione presa al posto loro, mai un parere offerto senza invito, neppure una volta un ingresso silenzioso oltre la soglia senza un colpo di telefono prima.
Ma una mattina, mentre sistemavo le piastrelle lucenti della mia cucina, sono scivolata come nei sogni in cui le scale non finiscono mai, e mi sono rotta un braccio. Abito da sola. Mio figlio, Antonio, mi ha quasi obbligata a trasferirmi temporaneamente da lui e sua moglie, nel loro luminoso appartamento affacciato sullArno a Firenze, finché il braccio non fosse guarito, così da non affaticarmi tra cucine e lenzuola.
Allinizio, tutto sembrava normale, irreale come in un quadro di De Chirico: io mi muovevo come unombra silenziosa, aiutavo come potevo con una mano sola, trascorrevo i pomeriggi nella camera che mi avevano riservato o fissando la televisione, grata profondamente grata di essere accolta e non essere sola.
Un giorno, però, tutto si colorò di nuovo: era lora di pranzo e la tovaglia a fiori profumava di basilico. Mi accorsi che mancava la saliera, così mi avviai zitta verso la cucina, le pantofole che sembravano non toccare il pavimento. Non lo feci per spiare: era solo il mio modo di andare, invisibile, delicata.
E fu lì che sentii: la voce bassa e graffiata di mia nuora, Giulia, tagliava laria. Il tono era quello di un temporale lontano quasi sussurrato, ma pieno di nubi.
Diceva ad Antonio che io disturbavo.
Quella parola disturbare sembrava un macigno caduto tra i piatti.
Non sapeva quanto sarei rimasta.
Diceva che avevo unaltra figlia, Maria, e potevo andare da lei.
Che la casa era piccola, senza spazi.
Che mancavano i loro attimi solo per due.
Che tutto sembrava più pesante con me lì.
Antonio, il mio ragazzo silenzioso, rispondeva appena, con voce bassa:
Mamma sta guarendo Non la lascio sola.
Ma lei insisteva:
Non ho scelto di vivere con tua madre.
Non fa bene al nostro matrimonio.
Ognuno ha la propria casa, non può essere sempre qui.
Non volevo ascoltare oltre.
Sparii nella mia camera come ci si nasconde dietro una tenda, con una pietra nel petto e la bocca piena di silenzio.
Mai mi ero sentita così estranea, così fragile.
Non volevo che Antonio si trovasse tra due fuochi, non avrei mai voluto che dovesse scegliere fra me e Giulia. Il mio ragazzo buono, attento, fedele, non mi aveva mai lasciata sola. Così sono rimasta zitta. La sera, il giorno dopo, sempre più muta.
Ho pianto solo sotto il getto caldo della doccia, dove le lacrime scorrevano via come acqua.
Tre giorni dopo, dopo notti surreali, ho capito cosa dovevo fare: mi sono fermata davanti ad Antonio, con calma, e ho detto che era meglio tornassi a casa mia. Che la signora Rossi, la mia vicina, poteva aiutarmi con pranzo e pulizie finché non fossi guarita.
Lui voleva che restassi: Non disturbi, mamma. Ti voglio qui. Non voglio che tu sia sola.
Ho solo ripetuto che mi sentivo meglio nella mia casa.
Non gli ho detto la verità non volevo scavare una ferita in più tra lui e sua moglie,
non volevo che portasse il peso di una colpa né che si sentisse soffocato.
Così me ne sono andata.
Mi ha accompagnata fino al taxi, mi ha baciato la fronte Chiamami se hai bisogno, mamma.
Ho ingoiato tutto.
Ancora oggi, Antonio non sa che ho sentito quella conversazione.
E anche se fa ancora male
preferisco tenermi questo dolore, piuttosto che lasciarglielo sulle spalle.
Forse ho sbagliato a non dirgli la verità?






