Mi chiamo Patrizia, ho 49 anni e sono infermiera nel turno di notte all’Ospedale Generale: lavoro lì da vent’anni e ne ho viste di tutti i colori.

Mi chiamo Rosaria e ho 49 anni. Sono uninfermiera e lavoro nel turno di notte allospedale Maggiore di Milano. Faccio questo lavoro da ventanni e ne ho viste di tutti i colori.

Sono divorziata da otto anni. Ho un figlio, Andrea, che ha appena compiuto sedici anni. Vive con me. È un bravo ragazzo. Responsabile, studioso. Non mi ha mai dato problemi.

Beh, a dire la verità, un problema me lha dato. Il più grande della mia vita. Ma non è colpa sua.

Sei mesi fa Andrea ha iniziato a lamentarsi di forti mal di testa. Allinizio ho pensato ai problemi di vista, magari servivano gli occhiali. Lho portato dalloculista. La vista era perfetta.

Ma i dolori sono continuati. Poi sono arrivate le nausee mattutine. Ho pensato fosse qualcosa che mangiava a scuola. Ho cominciato a preparargli la schiscetta in casa. Ma le nausee non passavano.

Una mattina lho trovato in bagno che vomitava. Aveva il volto pallido. Mi ha detto che si sentiva stordito, che vedeva tutto girare.

Lho portato subito al pronto soccorso. Gli hanno fatto degli esami: del sangue, degli accertamenti. Tutto nella norma. Il medico ha detto che probabilmente era stress, che i ragazzi di quelletà a volte somatizzano la pressione scolastica.

Ma io sono infermiera. Da ventanni vedo decine di pazienti ogni notte. Il mio istinto, formato da tanta esperienza, mi diceva che non era solo stress.

Ho insistito per altri accertamenti. Il medico mi ha guardata come se stessi esagerando, ma alla fine ha prescritto una TAC.

Mi ricordo perfettamente quel giorno. Era martedì. Ero di turno quando mi hanno chiamato dallospedale dove Andrea aveva fatto la TAC. Dovevano parlarmi urgentemente, che andassi il prima possibile.

Ho lasciato il turno a metà, sono salita in macchina e ho guidato come una pazza fino in ospedale. Mi hanno fatta entrare in uno studio. Dentro cera un neurologo che non conoscevo, sui cinquantanni, con lo sguardo serio.

“Signora, abbiamo trovato qualcosa nella TAC di suo figlio”, mi ha detto. “Si tratta di un tumore al cervello. Dobbiamo fare ulteriori esami per capire esattamente che tipo sia e quanto sia avanzato.”

Il mondo mi è crollato addosso in quellistante. Io che ho comunicato brutte notizie a centinaia di famiglie. Io che ho visto tanti pazienti morire. Io che pensavo di essere pronta a tutto. Nulla ti prepara a sentire quelle parole su tuo figlio.

I giorni seguenti sono stati un inferno di esami: risonanze magnetiche, biopsie, colloqui con oncologi. Parole che conoscevo, ma che ora suonavano come sentenze.

Glioblastoma multiforme. Quarto grado. Aggressivo. Inoperabile per la posizione. Trattamento: chemioterapia e radioterapia per provare a rallentare, ma la prognosi non è buona.

Quando loncologo ha spiegato tutto questo, Andrea era seduto accanto a me. Il mio bambino. Il mio angelo. Che ascoltava che aveva un tumore al cervello terminale.

“Morirò?”, ha chiesto con una voce così pacata che mi si è spezzato il cuore.

Il medico lha guardato con quella compassione che anchio conosco. “Faremo tutto il possibile per regalarti più tempo”, gli ha risposto.

Più tempo. Non “guarirai”. Non “andrai tutto bene”. Solo più tempo.

Quella notte Andrea mi ha abbracciata e mi ha detto: “Mamma, non piangere. Lotteremo insieme contro questa cosa”.

E così abbiamo cominciato a lottare. Chemioterapia ogni due settimane. Andrea ha perso i capelli, è dimagrito, vomitava spesso. Ma non si è mai lamentato. Mai un “perché proprio io?”. Non ha mai smesso di sorridere.

Gli amici sono venuti a trovarlo spesso allinizio, poi sempre meno. È difficile per i ragazzi di sedici anni fare i conti con la mortalità di un loro coetaneo.

Ma cera un amico che non ha mai smesso di venire. Si chiama Davide. Sono amici dallelementari. Davide veniva ogni giorno dopo scuola. Gli raccontava quello che succedeva, gli portava i compiti, giocavano alla PlayStation anche se Andrea era troppo stanco per reggere il joystick.

Un pomeriggio stavo cucinando quando ho sentito Andrea parlare con Davide in camera. La porta era socchiusa.

“Hai paura?”, ha chiesto Davide.

“Sempre”, ha risposto Andrea. “Ma non lo dico a mia madre, ha già abbastanza pensieri così”.

“Di che cosa hai più paura?”

“Che lei rimanga sola. Che soffra. Di non riuscire a salutarla bene. Che si senta in colpa per qualcosa che non è colpa sua.”

Sono dovuta andare in camera mia per non farmi sentire.

La terapia non sta funzionando. Il tumore non si restringe. Continua a crescere. I medici mi hanno già parlato di cure palliative. Di concentrarci sulla qualità della vita che resta.

Quanto tempo? Nessuno lo sa. Forse tre mesi, forse sei. Forse meno.

Stamattina Andrea mi ha chiesto di accompagnarlo a scuola. Era da settimane che non ci andava per la stanchezza. Ma voleva rivedere i compagni, sentirsi normale, almeno per qualche ora.

Lho portato. Lho aiutato a scendere dalla macchina. È così magro adesso. Così fragile. Gli amici lo hanno accolto con affetto. La sua professoressa preferita è venuta ad abbracciarlo. Lho visto sorridere, finalmente essere solo Andrea, non “il ragazzo malato”.

Quando lho riportato a casa dopo tre ore era distrutto, ma felice.

“Grazie mamma”, mi ha detto in auto. “Grazie per essere qui per me. Sei la mamma migliore del mondo”.

“Tu sei il figlio migliore che si possa avere”, gli ho risposto.

“Mamma”, mi ha detto dopo un momento di silenzio, “quando non ci sarò più, voglio che tu sia felice. Voglio che tu vada avanti. Che non passi il resto della tua vita a piangere per me”.

“Andrea, non parlare così…”

“Dobbiamo parlarne mamma. Lo sappiamo tutti e due come andrà. Promettimi che starai bene. Che continuerai a vivere. Che ti ricorderai di me con un sorriso e non solo con tristezza”.

Gli ho promesso. Anche se non so come farò a mantenere quella promessa.

Stasera dorme nella sua stanza. Sono andata a guardarlo poco fa. Sembra così sereno quando riposa. Così piccolo ancora. Il mio ragazzo.

Domani presto arriverà linfermiera delle cure palliative per la visita settimanale. Dopodomani lappuntamento con loncologo per controllare gli ultimi esami, anche se ormai sappiamo già cosa diranno.

Mi sono seduta in soggiorno con una tazza di caffè che si è raffreddata tra le mani. Guardo le foto sulla parete. Andrea da piccolo, Andrea al suo primo giorno di asilo, Andrea alla festa dei suoi dieci anni, Andrea sei mesi fa, sano, sorridente, inconsapevole di ciò che lo aspettava.

Non so come si sopravvive a questo. Non so come si sopravvive a un figlio che se ne va. A sedici anni. Con tutta una vita davanti che non vivrà mai.

Ma per lui devo provarci. Sarò forte finché avrà bisogno di me. Sorriderò quando mi guarderà. Farò in modo che i suoi ultimi giorni siano i migliori che posso offrirgli.

E quando non ci sarà più, non lo so cosa farò. Ma ci penserò dopo. Ora lunica cosa che conta è esserci. Essere qui, per lui.

Come si dice a un figlio tutto lamore che si prova, quando il tempo si accorcia? Come si fa a racchiudere una vita intera di amore nei giorni che restano?

Forse lunica risposta è vivere ogni istante con consapevolezza, cogliendo i piccoli attimi di felicità. Perché il vero senso della vita sta nellamare e lasciarsi amare, nonostante tutto. E questo amore, ne sono certa, ci resterà dentro per sempre.

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