15 ottobre 2025
Oggi ho riflettuto su come le piccole abitudini cambino quando il tempo decide di voltare pagina. Quando il postino ha smesso di salire alle porte dei piani e ha iniziato a lasciare giornali e buste nella vestibolo, la mamma, Anna Bianchi, si è lamentata per la prima volta. Poi, come tutte le cose, ha accettato il nuovo ordine. Ogni mattina la sua routine iniziava con una discesa lenta lungo la scala di marmo, impugnando i corrimano freschi, per aprire la vecchia cassetta verde del condominio, con la porta semialzata e il numero 12 dipinto a mano.
Quella cassetta risaliva agli anni 80, con la vernice screpolata e il numero storto. Quando la apriva, si sentiva uno scricchiolio che le ricordava che, prima o dopo, la cassetta poteva cadere del tutto, lasciandola senza le lettere di Maddalena. Le lettere arrivavano a macchia di leopardo: a volte una settimana, a volte un mese, ma sempre con la stessa busta stretta, la calligrafia inclinata, un profumo leggero di profumo economico. Dopo averle lette, la mamma rimetteva il bollitore sul fornello, si sedeva al tavolo di legno e apriva la busta lungo la piega, per non strappare il foglio.
Maddalena viveva a Firenze, a più di mille chilometri di distanza. Una volta avevano condiviso una stanza nei dormitori della facoltà di medicina di Bologna, studiando insieme lanatomia e dividendo una sola scatola di carne in scatola. Poi le loro strade si sono separate: Maddalena ha avuto figli e una vita di famiglia, io ho iniziato a lavorare allambulatorio di via Garibaldi, ho sposato tardi, ho avuto una figlia. Nonostante tutto, le lettere mantenevano intatta una sottile ma solida linea di legame.
Maddalena scriveva del suo giardino, della vicina che ancora piantava i pomodori sbagliati, del figlio indeciso che non riusciva a lasciare la moglie eternamente scontrosa, della pressione che salta come una capra e dei nuovi farmaci che il medico le aveva prescritto. Tra le righe si percepiva la vecchia Maddalena: scherzosa, testarda, un po pungente.
Io rispondevo la sera, quando la casa si faceva più silenziosa. La figlia abitava da sola, il nipote veniva nei weekend. Nei giorni feriali cera solo il ticchettio dellorologio, il ronzio dellascensore attraverso il muro e la mia penna che frusciava sulla carta. Raccontavo dellambulatorio dove facevo ancora qualche turno di terapia, dei vicini che litigavano per il parcheggio, del nipote, ormai techguru, che non spiegava mai nulla con chiarezza.
Mi piaceva il rituale: stendere un foglio pulito, allinearlo, decidere mentalmente quale parte della settimana raccontare a Maddalena e quale tenere per me. La lettera era il mio piccolo bilancio serale. Scrivevo con calma, leggendo ogni parola come se potessi udire la voce di Maddalena che la leggessero.
Un pomeriggio il nipote, Sergio, è venuto con una scatola in mano.
Nonna, ha detto tirando fuori un nuovo smartphone, è ora di dire addio al tuo tasto rotto. Siamo nel ventunesimo secolo.
E io cosa, vivo nel secolo scorso? ho risposto, ma ho preso il telefono. È sottile, pesante, tutto vetro. Mi è sembrato quasi spaventoso tenerlo. Pensavo che, se lo lasciassi cadere, avrei perso la borsa di studio di Sergio.
È tutto semplice. Guarda. Sergio ha sfregato lo schermo, che si è illuminato di quadratini colorati. Questo è un messenger. Qui si può scrivere, inviare foto, messaggi vocali, tutto in tempo reale.
Ma la posta non è buona? ho sorriso, ma i miei occhi hanno tradito curiosità.
La posta è buona quando ti arrivano cartoline da Capri. Ma con questo puoi parlare con Maddalena ogni giorno.
Sergio già conosceva Maddalena; a volte le leggevo ad alta voce i pezzi delle sue lettere. Il ragazzo ha annuito, Che amica fantastica hai, e ha deciso di farla felice anche digitalmente.
Il problema è che Maddalena ho esitato, non usa il cellulare. Ha ancora un vecchio tasto fisico.
Ha una nipote? ha chiesto.
Sì, Vittoria, studentessa universitaria.
Allora è tutto chiaro ha risposto Sergio, sorridendo. Scrivile una lettera chiedendo a Vittoria di aiutarla, e io ti configuro tutto.
Ha messo il telefono sul tavolo, lo ha collegato alla corrente, inserito qualche dato. Ho osservato lo schermo illuminarsi, le barre di caricamento scorrere, sentendomi al contempo sciocco e eccitato.
Quella sera mi sono seduto al tavolo, ma accanto al foglio cera il nuovo telefono, silenzioso, che mostrava ora lora e il meteo. Ho preso la busta, scritto lindirizzo di Maddalena, e, dopo una pausa, ho aggiunto: Maddalena, Sergio mi ha regalato un telefono, dice che così posso inviarti messaggi. Se Vittoria può dare una mano, sarebbe bello. Anche se sono una gatta vecchia.
Ho chiuso la busta, lho sigillata e, il giorno dopo, lho lasciata nella grande cassetta comune del condominio, non nella mia verde con il numero.
Due settimane dopo è arrivata la risposta. Maddalena scriveva: Sei un po indietro, ma io sono ancora più arretrata. Vittoria ride, dice che tutto è possibile. È venuta a trovarmi, mi ha mostrato come funziona sul suo telefono. Quindi, cara Anna, stupiscimi. Vittoria ha detto che, appena arriverò a Firenze, mi setterà tutto. E poi, invierò messaggi come i giovani di oggi.
Ho riso, sentendo lo stesso entusiasmo di Maddalena, quello che un tempo laveva spinta a correre su una moto con il suo ex marito.
Un mese dopo Sergio è tornato, si è seduto accanto a me e ha mostrato pazientemente come cliccare, dove guardare.
Questo è la chat. Qui arriveranno i vostri messaggi. Prima ti aggiungerò, così proviamo.
Ha digitato qualche frase. Il telefono ha tintinnato leggermente, lo schermo è scoppiato di luce. Ho tremato.
Non ti preoccupare, è solo una notifica. Premi qui.
Ho premuto, è apparso Ciao nonna! È una prova. Sotto cera una riga vuota.
Rispondi qui, ha detto Sergio, indicando le lettere.
Le mie dita tremavano. Ho scritto lentamente: Ciao. Vedo. Ho sbagliato, è uscito Vihu. Sergio ha riso, ma ha subito corretto.
Niente, sistemiamo. Ha cancellato e mostrato come correggere.
Entro sera potevo già aprire la chat da sola, scrivere una frase breve e inviarla. I messaggi vocali mi spaventavano, ma Sergio ha detto che li avremmo usati più tardi.
Allinizio di ottobre Maddalena è apparsa nellapplicazione: un messaggio da un numero sconosciuto, Ciao Anna, sono io. Vittoria lha impostata. Saluti dalla nostra zona umida.
Ho fissato quelle parole, come se Maddalena fosse improvvisamente vicina, non più a mille chilometri ma proprio dietro il muro del mio condominio.
Ho digitato: Maddalena! Ti vedo, o meglio, ti leggo. Come stai? e ho inviato, trattenendo il respiro.
La risposta è arrivata in meno di un minuto. Incredibile. Non una settimana, non due, ma unistante.
Vivo ancora. La pressione fa gli scherzi, ma non mi spaventa. Tu? Sergio ti fa impazzire con i suoi progressi?
Ho riso, ho raccontato di Sergio, del mio ambulatorio, della vicina che litiga ancora con lamministratore per il parcheggio, e del nipote techguru. Le parole a volte si incastravano in modo strano, ma Maddalena capiva tutto. Alla fine del messaggio ha aggiunto il solito emoticon: un cerchio giallo con sorriso.
È un emoticon, ha spiegato Sergio, guardando sopra la spalla. Tipo un sorriso.
Ho annuito, ho deciso di non usarli. Sembravano una lingua estranea. Ma qualche volta, quando Maddalena mandava una battuta pungente, la mia mano cercava comunque quel piccolo volto.
La conversazione è diventata veloce. Al mattino controllavo il telefono come controllavo la cassetta delle lettere. A mezzogiorno, tra una visita e laltra, dava unocchiata furtiva allo schermo per leggere lultimo messaggio di Maddalena. La sera scambiavamo decine di frasi brevi.
La rapidità era strana: gioiosa e inquietante allo stesso tempo. Quello che prima richiedeva pagine e settimane ora si riduceva a poche righe. Prima di accorgermene, avevo già risposto.
Un giorno Maddalena ha scritto: Immagina, al mio giardino si avvicina il vicino con una mela. Dice di prendere un tè insieme. Io gli dico: ho la pressione, non posso agitarmi.
Mi è venuta in mente la solitudine di Maddalena, il suo modo tagliente di parlare dei vedovi che cercano una badante gratis. Ho risposto: Fai attenzione a non sederti sul collo. Dopo non ti staccherai più. Sono tutti così.
La risposta è stata quasi subito: Grazie per pensare così tanto agli uomini di settanta. Io stessa mi arrangio.
Quel commento ha colpito qualcosa dentro di me. Ho quasi scritto Mi preoccupo, ma mi sono fermato. Sullo schermo non cera alcun emoticon.
Più tardi, la sera, è arrivato un altro messaggio: Sembri felice di vedere che non riesco a far nulla. Che tu scriva lettere, ma anche il telefono ti tiene occupata.
Il sentimento si è scaldato. Ho messo il telefono da parte, sono andato in cucina, ho preparato un tè. Il pensiero mi girava in testa. Sono davvero felice quando Maddalena mi scrive dei suoi problemi di salute? Mi ha fatto dormire di più la notte, immaginando il peggio.
Il giorno dopo, al lavoro, il telefono mi ha squillato: Nonna, tutto bene? Hai lasciato il telefono? Ho risposto brevemente: Tutto a posto, al lavoro. Dopo ti chiamo.
Da Maddalena, però, il silenzio è rimasto.
Tre giorni dopo non ho più potuto trattenere il desiderio di chiamare. Ho digitato il suo numero. Il segnale è rimasto inattivo. Ho riprovato, stesso risultato. Forse è al giardino senza segnale, mi sono detto, ma il panico cresceva.
La sera, mentre stavo per scrivere una lunga lettera di scuse, è comparso un nuovo avviso: un messaggio vocale.
Ho premuto il triangolo. Dopo un fruscio, ha parlato Vittoria, la nipote di Maddalena.
Buongiorno, sono Vittoria. La nonna è in ospedale, ha avuto un infarto. È in terapia intensiva, ma sta già meglio. Ho trovato il suo numero sul cellulare. Ha chiesto di dire che non è arrabbiata e che scriverà non appena potrà. Scusi per il messaggio registrato, sono tra reparti.
Il suo tono tremava. Ho ascoltato in silenzio, poi ho preso una busta vecchia, ne ho estratto una pulita, ho scritto: Cara Maddalena.
Ho scritto a lungo, raccontando la paura, la stupida lite, la consapevolezza che nessun uomo vale la pena di perdere unamicizia tanto lunga. Ho scritto che, se volesse prendere il tè con chiunque, sarei felice solo di vederla serena.
Ho chiuso la busta, lho scesa al piano, lho inserita nella fessura della cassetta del condominio.
Il giorno dopo ho scritto a Vittoria su Messenger, cautamente: Vittoria, ho inviato una lettera alla nonna. Come sta?
La risposta è arrivata in poche ore: Ciao, sta meglio. Lhanno trasferita in una stanza. È ancora debole, ma reclama il cibo, segno positivo. Ho letto il tuo messaggio, ha pianto e poi ha sorriso. Ha detto che sei testarda ma buona. Quando sarà più forte, ti scriverà di nuovo.
Ho sorriso tra le lacrime. Testarda, ma buona suonava quasi un complimento.
I giorni sono passati. Continuavo a lavorare, a guardare le notizie, a telefonare alla figlia. Il telefono rimaneva accanto a me, una finestra piccola verso unamica che a volte non apriva.
Una settimana dopo è arrivato un nuovo messaggio da Maddalena.
Anna, scrivo piano, la mano trema. Il tuo progresso quasi mi ha uccisa. Vittoria dice che è uno scherzo, ma non ci credo. Non arrabbiarti. Ho perso la pazienza con i maschi, ma era solo per sentirmi viva. Mi capisci?
Ho letto più e più volte, poi ho scritto: Capisco. Anchio a volte voglio non solo essere infermiera e nonna. Scusa se sono stata troppo invadente. Ho paura per te, e anche per me stessa, di perderti. Ma non è una scusa. Facciamo così: mi racconti tutto, io rifletto e poi ti rispondo, anche se ci vuole un minuto.
Ho aggiunto un piccolo emoticon sorridente, cercandolo tra decine, e ho sentito un po di goffaggine, ma anche leggerezza.
Maddalena ha risposto rapidamente: Daccordo. Un minuto a pensare è una rivoluzione per te. Sono fiera. Scrivimi, non smettere. E sul Messenger chiacchieriamo di piccolezze, come le ragazze nei corridoi del dormitorio.
Ho riso ad alta voce, quasi sentendo la voce di Maddalena, con quellaccento speciale.
La sera ho preso una nuova busta, lho posta sul tavolo accanto al telefono. Due modi diversi per parlare con la stessa persona.
Ho scritto di nuovo della clinica, del capo che vuole farci lavorare nei weekend, della vicina di sotto che ha finito i lavori e non si lamenta più per il tetto che perde, e del sogno di tornare al dormitorio dove, in camice, correvamo nei corridoi.
Quando la lettera è stata pronta, lho fotografata con il telefono e lho inviata su Messenger: Ecco unanteprima. Il resto arriverCon il cuore leggero, chiusi il messaggio, sapendo che lamicizia di Anna e Maddalena, intrecciata tra carta e digitale, continuerà a brillare come una lanterna nella notte.



